Giovanni Franci e Fabio Vasco: "Matteo diciannove, quattordici", un racconto di formazione intimo e commovente

Scritto da  Domenica, 30 Novembre 2014 

Torna in scena in una nuova, vivida incarnazione il testo "Matteo diciannove, quattordici" di Giovanni Franci che, dopo il debutto dello scorso anno, assume ora le sembianze di un monologo, affidato alle corde interpretative vigorose e incisive di Fabio Vasco. Nella raccolta cornice del Teatro Manhattan, un incontro intimo riservato a pochi spettatori, interlocutori di un dialogo privilegiato che diviene preghiera, di un percorso di formazione costellato di sofferenze, cadute, slanci ed incrollabile speranza. Abbiamo incontrato l'autore e regista Giovanni ed il protagonista Fabio per scoprire la genesi dello spettacolo, la costruzione di questo complesso personaggio e l'ineffabile sinergia artistica instauratasi tra loro durante il processo creativo.

 

Un'opera che non concede sconti allo spettatore, inchiodandolo in modo crudo e viscerale alle responsabilità di una società troppo spesso indifferente agli intimi bisogni dell'individuo; sfrondato ogni intento moralizzatore di denuncia, il focus è però concentrato esclusivamente sul tormentato excursus esistenziale di Matteo, dall'infanzia in una famiglia ostile e bigottamente cattolica alle subdole violenze pedofile perpetrate su di lui da un sacerdote-aguzzino tra le mura del collegio dove era stato relegato, dalla scoperta di una tenera complicità amorosa al repentino annientamento di ogni speranza sotto la scure di una fato violento che non concede requie.

La drammaturgia di Giovanni Franci appare sempre più a fuoco, essenziale nello stile e al contempo vibrante di lirismo, in un monologo che accompagna la crescita del protagonista elargendo emozioni variegate, trascolorando da istanti di brillantezza ironica a sfumature di romantico coinvolgimento, sino al più cupo abisso di abiezione e disperazione. La regia - in questo secondo allestimento dello spettacolo curata in prima persona dallo stesso Franci - esalta magistralmente la cifra espressiva del racconto, perseguendo senza ripensamenti la strada della semplicità, dell'abbandono di ogni benchè minima distrazione scenografica, dell'intreccio di sguardi, parole, sensazioni tra lo spettatore e l'attore posto a distanza ravvicinatissima.

Un disegno registico concretizzabile con successo solamente se in scena si incontra un'artista di spessore, umano e interpretativo: è questo il caso di Fabio Vasco che con incoercibile generosità e pathos raccoglie questa sfida impervia, vestendo il suo personaggio di tutte le tonalità richieste nell'evoluzione dalla più candida infanzia all'approdo tutt'altro che agevole ai primi bagliori di maturità; innato carisma attoriale, un uso dello strumento vocale e del corpo perfettamente armonici ed una grande sensibilità nell'accogliere il vissuto di un personaggio certamente complesso, consentono al giovane interprete pugliese di catalizzare per un'ora e un quarto l'attenzione dello spettatore, in una prova d'attore di grande forza.

Lasciamo però la parola a Giovanni Franci e Fabio Vasco, che abbiamo incontrato al Teatro Manhattan poco prima di una delle repliche capitoline dello spettacolo.

 

 

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Giovanni Franci e Fabio Vasco
Sul web: www.teatromanhattan.it - www.fabiovasco.it

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