Giovanni Anzaldo: interrogarsi “Sullo stress del piccione” per affondare lo sguardo nel caos del disagio contemporaneo

Scritto da  Sabato, 12 Maggio 2018 

Giovanni Anzaldo, a dispetto della giovane età, è già attore tra i più apprezzati da pubblico e critica, per quell’alchimia di carisma, ironia, presenza scenica e sorprendente versatilità, che gli consente di indossare con naturalezza ed intensità i ruoli più disparati, alternando il teatro di prosa più classico alla drammaturgia contemporanea. Dall’11 al 13 maggio il pubblico romano ha l’opportunità di scoprirlo anche in veste di autore e regista, con il suo “Sullo stress del piccione”, in scena allo Spazio Diamante, una coinvolgente e dissacrante istantanea di una generazione smarrita tra solitudini, silenzi, amori naufragati e paralizzanti inadeguatezze. Lo spettacolo è assolutamente piacevole ed arguto e dunque il consiglio è di non lasciarselo sfuggire; nel frattempo scopriamone il dietro le quinte assieme al suo creatore, curiosando anche tra i suoi lavori recenti e quelli in cantiere per il prossimo futuro.

 

Ciao Giovanni, è un piacere darti il bentornato sulle pagine di SaltinAria! Dall’11 al 13 maggio è in scena, presso lo Spazio Diamante di Roma, “Sullo stress del piccione” da te scritto e diretto. Puoi raccontarci la genesi di questo spettacolo?
Tutto è iniziato cinque o sei anni fa, quando ho iniziato a scrivere un blog che si chiamava “Storiebastarde”. Erano capitoli di due pagine, ed ogni capitolo era un “monologo interiore” di un personaggio. Mano a mano che scrivevo si faceva forte in me l'idea che il tipo di linguaggio potesse essere giusto per il teatro, così ho deciso di farne una riduzione e di metterla in scena.

Sullo stress del piccioneProtagonisti dello spettacolo sono quattro giovani ragazzi alle prese con un groviglio di dubbi, incertezze, eccessi e paure. Quale ritratto intendevi dipingere di questa generazione in difficoltà?
Non parlo tanto di una generazione ma di un microcosmo. Quattro ragazzi che gravitano all'interno di un bar, e quando non sono al bar sognano in grande. Ognuno di loro ha delle paure, dei mostri che nel silenzio della notte o anche nel caos del giorno spiattellano in faccia verità senza sconti. Alessio ha a che fare con una scimmia (impersonificata dall'amico Stefano) che si arrampica letteralmente sul suo corpo per offenderlo, umiliarlo. E' la paura, il dubbio che ognuno ha, che si fa immagine e voce. Stefano dialoga con una statua di un Gesù sorridente, un Cristo felice che sembra incoraggiare a vivere, ma in realtà quella statua si rivela essere spietata: quel suo sorriso, quando arriveranno i problemi, non sarà conciliante. Laura dialoga con un'iridologa, una donna che è convinta che nell'occhio ci siano le soluzioni ai problemi della vita. Ed il suo occhio, quello di Laura, ha sfumature ambigue, macchie scure che non la fanno procedere con serenità verso il cammino della vita. Simona, infine, è una barista omosessuale che non riesce a dimenticare una storia finita male, una sorta di testimone involontario di tutti quelli che vanno al bar per dimenticare i loro problemi.

Nelle note di regia racconti di come fosse tua intenzione indagare sul concetto di caos, sul disagio che serpeggia sotterraneo nelle nostre esistenze. Come hai declinato questo spunto di riflessione nella pièce?
C'è il sottofondo di un bar affollato anche quando nel bar sono presenti solo due personaggi, idem per la strada, il parco. Ogni ambiente è sottolineato con una sonorità ben precisa, con delle luci che ne delimitano lo spazio. Un coro di voci, un ritmo di tamburi, il rumore della giungla o quello del temporale che arriva improvviso , proprio quando i protagonisti sono in difficoltà. Per me il caos è anche un assordante silenzio tra una battuta e l'altra, una risata improvvisa, immotivata. Due corpi che si abbracciano ma che non sanno come farlo.

Ad incarnare sul palcoscenico questo bizzarro quartetto troviamo, oltre a te, Luca Avagliano, Francesca Mària e Giulia Rupi. Puoi presentarci brevemente i vostri personaggi? Che tipo di lavoro hai condotto con la compagnia per portarli in scena?
Alessio (Luca Avagliano) vorrebbe fare il cantante, ma per sopravvivere lavora come mascotte nel baby park di un centro commerciale, guarda tutto il giorno documentari sugli animali e fuma erba che sa di ammoniaca. Laura (Giulia Rupi) è una fuoricorso del dams, non riesce a dare gli esami, soffre di quella sindrome di chi sa troppo ma non sa come dirlo, è una disorientata, non sa dove si trova e cosa vuole, l'unica soluzione che si rivela possibile è quella di andarsene, di perdersi in un altro luogo. Simona (Francesca Maria) è una barista omosessuale, è un personaggio a metà, diviso tra il suo passato e la solitudine del suo presente, a metà in tutti i sensi perché il bancone ce la fa vedere solo dalla vita in su. Stefano (io) è un collezionista d'arte, cocainomane con problemi di virilità. L'amore, per lui, è una questione di erezione. Abbiamo voluto lavorare sul ritmo, sul ricreare dialoghi rubati dalla vita, le loro sporcature, i loro accavallamenti. Poi sul divertimento, nell'immaginarsi buffi, quasi dei fumetti disegnati male che devono dire cose strane e che non sanno come dirle.

Giovanni AnzaldoDallo spettacolo è nato anche un cortometraggio omonimo, che è stato presentato durante la XII Edizione della Festa del Cinema di Roma ed è ora in circolazione per i maggiori festival nazionali ed internazionali. Come è scaturita l’idea di questa trasposizione?
Il corto è stata un'idea di Mauro Calevi, organizzatore della Rb Produzioni di Raoul Bova. All'epoca Mauro aveva ricevuto la sceneggiatura del lungo e mi disse di farne un riassunto...e voilà. Ora in progetto c'è il film, mi sto concentrando su quello.

Appena una settimana fa hai debuttato in “Persone naturali e strafottenti” di Giuseppe Patroni Griffi, con la regia di Giancarlo Nicoletti, presentato in anteprima nazionale al Teatro Palladium di Roma. Protagonisti con te in scena una straripante Marisa Laurito, un’incontenibile Filippo Gili en travesti e Federico Lima Roque. Un bilancio su questa esperienza?
Altra Scena è stata una scoperta, uno di quegli incontri fortunati che si fanno in questo mestiere. Giancarlo Nicoletti è un regista giovane, intelligente e sensibile e sa farsi affiancare da persone dal talento cristallino come Filippo Gili. La Laurito è un monumento, un inno alla vita. Chiunque dovrebbe incontrare queste persone nel proprio cammino, fa bene all’anima.

Negli scorsi mesi sei anche stato tra i protagonisti della sontuosa versione teatrale de “Il nome della rosa” firmata da Stefano Massini, con regia e adattamento di Leo Muscato. Che ricordo custodisci del giovane Adso da te interpretato e in generale di questa esperienza al fianco di un cast di assoluto prestigio?
E’ stato uno spettacolo che mi ha segnato e che sicuramente ricorderò per tanto tempo. Al di là della durata (sei mesi) è stato qualcosa di alienante. Non amavo molto il mio ruolo, ma col tempo ci ho fatto pace e portavo in scena i suoi silenzi. Il teatro è anche questo. Con Luca Lazzareschi abbiamo legato molto, è un attore che stimo tantissimo e spero di lavorarci nuovamente in futuro.

Un altro progetto estremamente interessante al quale hai preso parte nella scorsa stagione è stato la rilettura de “L’isola degli schiavi” di Marivaux, con la regia di Ferdinando Ceriani. Un progetto godibilissimo e capace di valorizzare la sorprendente attualità del testo. Quali ritieni che fossero i suoi punti di forza?
Il concetto di servi e padroni risale alla notte dei tempi. Il testo è geniale: un'isola dove vengono ribaltati i ruoli, la vittima diventa aguzzino e viceversa. L'adattamento di Ceriani puntava molto sulla commedia, così com'era scritta, senza polemiche smaccatamente sociali o rivisitazioni attuali. Nel testo c'era già tutto, non c'era bisogno di aggiungere altro. Un punto di forza però è stata sicuramente la musica di Stefano Fresi che ha impreziosito la pièce. Eravamo un bel gruppo, devo dire che, in quanto ad incontri umani, sono abbastanza fortunato.

Giovanni AnzaldoIl primo spettacolo in cui ho avuto l’occasione di vederti in scena è stato ormai alcuni anni fa il potentissimo ed emozionante “Mar del Plata” di Giuseppe Marini, tratto dall’omonimo romanzo di Claudio Fava. Come hai lavorato sull’impegnativo personaggio che portavi in scena?
Raoul era un ragazzo che amava il rugby, quindi lo sport e quindi la sua squadra, i suoi compagni. Non era invischiato politicamente, per lui ciò che importava era la palla ovale. Lo sport è vita - vita che è più forte della pistola di un dittatore.

Infine un ultimo salto nel passato, sino a quel “Roman e il suo cucciolo” diretto da Alessandro Gassman, che ti è valso il Premio Ubu come miglior attore under 30. Come hai accolto questo riconoscimento di prim’ordine?
A ventidue anni non capivo cosa mi stava succedendo. Ero eccitato, questo sì. Ma avevo sempre chiaro in mente che i premi sono riconoscimenti che molto hanno a che fare con la “politica”. Prendi un premio solo se sei all'interno di un determinato spettacolo, circuito e produzione. Non è sempre così, ci sono eccezioni, ma diciamo che se avessi interpretato lo stesso ruolo in una produzione diversa e con un regista diverso probabilmente non lo avrei mai vinto. L'arte è soggettiva, i premi hanno un valore oggettivo, capisci bene che c'è una dissonanza. Le performance degli attori non sono un risultato matematico, quindi tangibili. Sono movimenti poetici, che possono colpire o no. Ricevere un riconoscimento è incoraggiante, ma deve servire solo a questo, se si crede di esserselo meritato non si va da nessuna parte.

Parallelamente all’attività teatrale hai anche lavorato frequentemente per il cinema; quali esperienze hanno contribuito maggiormente alla tua crescita attoriale e ricordi con maggior calore?
L'ultimo film di Veronesi mi ha fatto tornare l'amore per questo mestiere. Interpretare Luciano Capriotti, a Cuba, mi ha divertito tantissimo. Virzì e Gassmann sono le esperienze che insieme a questa mi porterò nel cuore.

Quali progetti hai in cantiere per la prossima stagione? Puoi svelarci qualche anticipazione?
Tanto teatro. Un testo inglese con la regia di Luca Zingaretti, poi chissà...magari un chiringuito.

 

Produzione Sycamore T Company presenta
SULLO STRESS DEL PICCIONE
testo e regia Giovanni Anzaldo
con Giovanni Anzaldo, Luca Avagliano, Francesca Mària, Giulia Rupi
musiche originali Tommaso Andreini
scenografie Giovanni Rupi
luci Martin Emanuel Palma
foto di scena Barbara Ledda

 

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Maresa Palmacci, Ufficio stampa Spazio Diamante
Sul web: www.spaziodiamante.it

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