Gianmarco Saurino: “Condannato a Morte”, creare empatia per sensibilizzare in profondità

Scritto da  Martedì, 05 Febbraio 2019 

Tratto dal celebre romanzo “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo, Tradizione Teatro porta in scena “Condannato a Morte - L’inchiesta” all’ Off/Off Theatre di Roma, con la drammaturgia e regia di Davide Sacco ed il patrocinio di Amnesty International. Protagonista è il giovane e talentuoso attore foggiano Gianmarco Saurino; lo abbiamo incontrato per approfondire il lavoro compiuto su questo impegnativo testo di vibrante denuncia sociale.

 

Tradizione Teatro presenta
Gianmarco Saurino in
CONDANNATO A MORTE
L'inchiesta
da Victor Hugo
di Davide Sacco
con il patrocinio di Amnesty International Italia
scene e costumi Accademia di Belle Arti di Napoli
luci Cesare Accetta

 

Saurino interpreta l’ultimo giorno di vita di un prigioniero, trasmettendo tutta l’angoscia, la pena, l’agonia che un individuo nelle sue condizioni è costretto a sperimentare. Racconta delle torture subite, non solo fisiche ma anche psicologiche. Il prigioniero infatti deve attendere sei settimane prima di essere ucciso. L’attesa è snervante. L’attesa è dolore. L’attesa è paura. Il magistrale talento dell’interprete riesce immediatamente a condurre lo spettatore tra le pieghe di quest’anima tormentata.

In linea con il testo originale, non viene svelato il reato compiuto e che ha portato il protagonista a subire una condanna a morte. Anche la scelta del totale anonimato è stata compiuta dall’autore stesso. Lo scopo principale è difatti quello di affrontare la dolorosa tematica in modo universale, traendo spunto dalla storia di questo prigioniero, andando al nocciolo della questione e sviscerandone l’essenza. L’autore vuole parlare a nome dell’umanità e lo fa attraverso la voce di un uomo qualunque, un condannato qualunque, simbolo di tutti gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le epoche, vittime della pena capitale.

L’opera originale viene arricchita da una minuziosa rassegna di dati statistici in merito alla sconcertante situazione attuale di alcuni Paesi, nei quali vige tuttora la pena di morte; vengono riportate informazioni riguardanti il sovraffollamento nelle carceri, il numero dei suicidi al loro interno e le condanne a morte ai danni di innocenti dovute ad errori giudiziari.

Oltre a raccontare di questa stanza di pietra dove forse è meglio morire piuttosto che sopravvivere in quell’inferno e dove un pezzo di pane nero e le mani sporche sono tutto ciò che il prigioniero può vedere, l’autentica interpretazione di Gianmarco Saurino fa riflettere sul fatto che, se questa è vita, forse è meglio la morte. Quando la dignità e l’identità della persona costituiscono solo un ricordo, probabilmente la voglia di vivere passa in secondo piano.

 

Intervista a Gianmarco Saurino

Gianmarco SaurinoIl 1829 è l’anno dell’edizione originale del romanzo “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo. Nel 1854 è stata poi la volta della prima edizione italiana. Siamo nel 2019 e ci troviamo ancora ad affrontare questo tema. La pena di morte infatti è ancora attualmente in vigore in numerosi Paesi del mondo. Ed è proprio questa condanna il tema centrale attorno al quale ruota interamente la rappresentazione; personalmente che idea ti sei fatto a riguardo? Lo studio di questo testo in qualche modo è riuscito a ribadire i tuoi ideali o li ha cambiati?
La pena di morte è un tema molto delicato. Non essendo prevista in Italia, molti potrebbero pensare che possa interessarci relativamente poco. Ma non è così. Tutti dovremmo prestare più attenzione a quello che ci circonda, andare oltre i nostri confini territoriali e approcciarci maggiormente a tutto ciò che è contemporaneo. Inoltre, fino a ottant’anni fa nel nostro Paese esisteva il delitto d’onore…e a pensarci bene non era poi così distante dalla realtà della pena di morte. Sicuramente meno brusca ma a tutti gli effetti una condanna a morte. Tutti noi dovremmo soffermarci sul fatto che, anche se da noi non è presente, nel resto del mondo non è completamente debellata. Nella maggior parte dei Paesi che possiamo definire occidentalizzati come Stati Uniti e Giappone, dove sono stati quaranta i condannati a morte l’anno scorso, la pena capitale è ancora un argomento caldo. Quindi parlarne è giusto e sacrosanto. L’argomento è assolutamente attuale. Se penso alle carceri libiche in questo momento la condanna a morte non è una questione di giustizia o di sentenze, la condanna a morte è un dato di fatto. I ragazzi che migrano dai paesi più poveri dell’Africa del Sud vengono condannati a tutto questo senza che sia loro garantito alcun regolare processo. Accostandomi al testo di questo spettacolo sono riuscito anche a conoscere questi e tanti altri dati di cui prima ero all’oscuro. Mi sento di poter affermare che lo studio del romanzo di Victor Hugo non ha fatto altro che ribadire i miei ideali e mi ha ancora maggiormente sensibilizzato riguardo a questo tema e a tutte le drammatiche conseguenze che ogni anno lo accompagnano.

Per Victor Hugo è basilare che la società non possa punire per vendicarsi, bensì debba correggere per migliorare. Cosa ne pensi?
Queste parole di Victor Hugo racchiudono a pieno, secondo me, quella che è la funzione primaria del carcere, vale a dire un reinserimento all’interno della società. Non esiste punizione. O meglio, la condanna in senso generale non è una punizione. E’ cercare di portare l’individuo a reintegrarsi. L’obiettivo è recuperarlo. Ha commesso un errore per il quale ovviamente deve pagare? Sì. Una volta stabilito questo, dovrà intraprendere un percorso che lo riporterà all’interno della società. Questo perché l’individuo, pur essendosi macchiato di un crimine, ha bisogno che i suoi diritti siano rispettati. Quelli umani intendo… come la dignità. Invece tutti noi spesso ci siamo abituati alle condizioni carcerarie attuali, al numero di suicidi che funestano le strutture detentive, a situazioni sempre più agghiaccianti di sovraffollamento.

Affrontando tematiche come pena di morte ed atroci condizioni carcerarie, possiamo affermare quindi che questo spettacolo si faccia portatore di una vera e propria denuncia sociale?
Sì, secondo me ha questa valenza. L’aspetto interessante di questo spettacolo è che può parlare di una situazione di molti anni fa e che in alcuni Paesi del mondo è ancora contemporanea, raccontandola in maniera onesta e viscerale attraverso il vissuto di un personaggio. Secondo me questa rappresenta una delle sue peculiarità più interessanti. Quello che intendo dire è che non è solo denuncia sociale ma è denuncia sociale all’interno di un racconto. Di una storia. Tant’è che lo spettacolo si apre con un “Era un bel mattino di agosto”, un grande “C’era una volta”. Proprio attraverso questo “C’era una volta”, ti sto conducendo in una situazione reale drammatica, greve e vera. Quindi un giusto mix tra le due cose. La denuncia sociale procede di pari passo al racconto empatico…altrimenti si sarebbe trattato di un saggio di narrazione, invece no. Ed è stato concepito da Victor Hugo 150 anni fa; lui ha scritto uno dei primi romanzi in prima persona e lo ha aperto asserendo: “Ci sono due possibilità per leggere questo romanzo: o sono veramente gli appunti di un condannato a morte che ha scritto prima di andare a morire e sono dei fogli ritrovati per strada casualmente da qualcuno, o è un’artista che ha immaginato la sua storia”. Ed è quello che abbiamo fatto noi. Io sono un attore che ha immaginato la storia di un condannato a morte e che, attraverso questo, fa denuncia sociale.

Gianmarco SaurinoSecondo te quali sono i principali punti di forza di questo spettacolo?
Per quanto sia un argomento caldo e per quanto si voglia condurre un’analisi giornalistica pura del testo di Victor Hugo, la costruzione dello spettacolo è molto semplice. La costruzione dello spettacolo è incentrata tutta sull’attore. Si vuole proprio riportare il concetto del teatro alla sua base primaria: qualcuno che racconta una storia e qualcuno che l’ascolta. Se questa dinamica e il rapporto tra queste due entità, cioè l’attore e il pubblico, funzionano, allora la quarta parete crolla. Perché il rapporto è talmente sincero e onesto che si viene a creare quella meravigliosa parola che è Empatia, vale a dire la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro. In questo momento storico, ma soprattutto politico, è la cosa che più manca nel nostro Paese e un po’ in tutto il mondo. Io penso che, se una persona viene a teatro e riesce a mettersi nei panni di un condannato a morte, probabilmente domani guardando il telegiornale e sentendo di persone che sono in mezzo al mare, potrà immedesimarsi più profondamente nelle loro storie e forse sforzarsi anche un minimo di comprendere cosa hanno potuto provare o quello che potrebbero subire se solo non fossero lì. Immedesimarsi è fondamentale. Credo fortemente che il teatro andrebbe insegnato nelle scuole. La cosa geniale di questo testo secondo me, a proposito di condanna a morte, è che Hugo non specifica mai quale sia il reato del condannato, non si sa perché lui sia condannato a morte. Questo perché, se tu avessi rubato una mela o avessi sterminato una famiglia, il mio giudizio cambierebbe. Invece Hugo vuole farci mettere nei panni di un condannato a morte senza sapere quale sia il suo reato, per provare a immaginare che cosa voglia dire che tu tra 6 ore, 5 ore, 4 ore morirai. Per certo. E’ chiaro che tutti noi sappiamo che nella vita prima o poi la morte verrà a bussare alla nostra porta, ma sapere per certo che accadrà tra 6 ore, è una cosa terribile.

Non è la prima volta che porti in scena questo monologo, infatti il suo debutto risale a un anno e mezzo fa. Come si è evoluto questo progetto, ma soprattutto cosa ti ha lasciato questo testo sia come attore che come persona?
Questo testo, al di là del debutto di un anno e mezzo fa, ha fatto una ventina di repliche un po’ in giro per l’Italia. È uno spettacolo difficile. Essendo tutto strutturato sull’attore, è uno spettacolo che mi mette continuamente paura prima di andare in scena, perché non sai mai se quella sera, come diceva un vecchio attore a un poeta, “Dio arriva”. Cioè non sai se quella sera tu sarai illuminato da questa entità. La mia compagnia si chiama “Divina mania” perché è ispirata ad uno scritto di Platone che, parlando con il più grande attore greco dell’epoca, disse: "Ma tu come fai a recitare? Come fai a salire sul palco e a fare finta in questo modo?”, e lui rispose “Io vengo colpito da una Divina mania”. Ecco, io prima di cominciare questo spettacolo, non so mai se sarò colpito da questa Divina Mania. Soprattutto perché non c’è niente che mi sorregge. Non c’è una musica, non c’è una luce particolare. Ci siamo io e la mia immaginazione. Questo spettacolo mi mette un carico di ansia infinito, ma al contempo questo testo sta diventando sempre più mio. Ogni sera scopro delle cose nuove e questo è bellissimo.

Rispetto al debutto è un testo cresciuto. Io non lo considero tanto un monologo quanto un dialogo con il pubblico. Tu puoi provarlo quanto vuoi questo testo, ma l’unico modo per farlo crescere è portarlo in scena. Perché è il pubblico che dialoga con te. Quindi le tue reazioni a quello che succede in vari momenti dello spettacolo si scateneranno in base a quello che il pubblico ti darà, ogni sera. Fare delle repliche ha permesso a questo spettacolo di crescere. Detto questo, è normale che io sia cresciuto come attore. Questo spettacolo è una grande prova per me, fisica, emotiva…Una grande prova che ho abbracciato con tutto me stesso.

Cresco facendo questo spettacolo. Cresco tutte le sere. Cresco perché mi diverto, perché faccio il mio mestiere, perché metto in scena una cosa alla quale tengo, che sono convinto meriti di stare in scena ed infine cresco perché è pesante, è un sacrificio, deve costare. È l’unico modo secondo me per fare questo mestiere, altrimenti la gente non ha senso che paghi un biglietto, che scenda di casa, prenda la macchina, paghi un parcheggio, per vedere uno spettacolo per cui non valga la pena. Quindi per me l’unico modo per farlo è darsi. Ed è quello che io cerco di fare tutte le sere e con la massima tranquillità. Prima di salire sul palco dico a me stesso: vediamo stasera quanto riesco a darmi.

 

Off/Off Theatre - Via Giulia 19-20-21, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/89239515, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: intero 25€, ridotto over65 18€; ridotto under35 15€, gruppi 10€

Intervista di: Francesca Romana Tomassini
Grazie a: Carla Fabi e Roberta Savona, Ufficio stampa Off/Off Theatre
Sul web: http://off-offtheatre.com

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