Gianfranco D'Angelo: l'amabilità di un signore del palcoscenico

Scritto da  Francesco Mattana Venerdì, 26 Ottobre 2012 
Gianfranco D'Angelo

Se metti insieme la comicità scoppiettante di Gianfranco D'Angelo e la satira efficacissima di Neil Simon, il risultato è divertimento assicurato. Dal 16 ottobre al 4 novembre il teatro San Babila di Milano ospita “California suite”, che vede come mattatore principale il popolarissimo attore romano. L'ambientazione è l'America degli anni '60, ma come è noto le storie che narrano di mariti fedifraghi, difficoltà nel rapporto genitori-figli e piccole meschinerie della media borghesia sono facilmente esportabili anche oltre-Atlantico. Tanto più quando l'autore è Neil Simon, che possiede questa rarissima capacità di farsi apprezzare a tutte le latitudini. Protagonista insieme a D'Angelo una professionista del teatro brillante come Barbara Terrinoni.

 

Prima di approdare al cabaret, a metà degli anni '60, hai fatto tanti mestieri. Raccontaci un po'…
Sì è vero, ho fatto molte umili esperienze lavorative prima di intraprendere il percorso artistico. Ma sai, erano veramente tempi difficili. Adesso si parla spesso, e a ragione, di crisi economica, ma ti garantisco che a quei tempi era tutto molto più complicato. Poi ho frequentato qualche laboratorio teatrale, e nel '65 ho fondato un piccolo cabaret a Roma. Il primo successo importante nel '70, con “Alleluja brava gente” di Garinei&Giovannini.
Il vero e proprio successo di massa però è arrivato alla fine degli anni '70, col programma televisivo “La sberla”. Dati d'ascolto da capogiro, ti seguivano quasi 20 milioni di persone.
Esatto. “La sberla” era una novità, c'era un grande impegno creativo da parte nostra. Avevamo scoperto che in Inghilterra andava fortissimo la comicità delle gag visive, senza il parlato. In Italia non si usava, e introdurre questa novità fu un'intuizione fortunata.
L'Italia viveva la terribile stagione degli 'anni di piombo'. Era difficile riuscire a far ridere in un periodo così difficile?
Quando si vivono periodi così di tensione la gente sente ancor di più l'urgenza di distendersi, di dimenticare il clima plumbeo che la circonda facendosi quattro risate in maniera spensierata.
A un certo momento nella tua vita entra Berlusconi. Che uomo era nei primi anni '80?
Pensavo allora, e lo penso ancora adesso, che fosse un grande imprenditore. Tutte le vicissitudini politiche degli ultimi vent'anni mettono in ombra i meriti che ha avuto come imprenditore televisivo. Ho lavorato nella sua azienda per una decina d'anni. Partecipavo con grande frequenza alle cene di Arcore e posso dire, in assoluta sincerità, che erano cene in cui non accadeva niente di scandaloso. Già allora gli piaceva cantare e raccontare storielle. Pensa che ieri pomeriggio son passato in una profumeria qui a Milano. La commessa mi ha detto che cinque minuti prima c'era Berlusconi, e ha raccontato due barzellette di fila. L'uomo non è cambiato, semplicemente questo è il suo modo per alleggerire la gente che gli sta intorno.
Tra i tanti personaggi che interpretavi al “Drive in”, qual è quello che ti è rimasto maggiormente nel cuore?
Mi divertivo molto a fare la Carrà, e credo che anche al pubblico quell'imitazione sia rimasta più di altre. Con la Carrà poi, come forse ricorderai, ci siamo divertiti a fare le imitazioni insieme in un'edizione di “Carramba che sorpresa”. All'inizio era un po' restia, non se la sentiva, poi l'ho convinta. E si è divertita parecchio anche lei.
E tra i politici che mettevi alla berlina, qualcuno che si è risentito?
De Mita non si arrabbiò mentre De Michelis e Spadolini, con stili differenti, sì. De Michelis chiamò personalmente Berlusconi e gli disse di farmi interrompere subito l'imitazione. Berlusconi mi telefonò: 'Gianfranco, qui rischio che mi facciano chiudere le TV, cerca di ammorbidire un po' l'imitazione'. Io risposi che un'imitazione ammorbidita non aveva senso, così andai avanti. Sai com'è finita la storia? Tre mesi dopo, alla chiusura della campagna elettorale a Venezia, De Michelis chiese la mia presenza sul palco: voleva l'imitazione davanti ai suoi sostenitori! Invece Spadolini scrisse un articolo sul Corriere in cui precisava di non essere un guerrafondaio, e che quel comico (parlava ovviamente di me) che lo rappresentava coi carri armati giocattolo sbagliava. Il fatto, vedi, è che io avevo molta stima di Spadolini, ma la satira per far ridere deve pigiare un po' il pedale, altrimenti non è più satira.
Ho l'impressione che con gli anni tu sia diventato più bonario, hai messo un po' da parte la carica graffiante di quegli anni…
E' vero. Ma se ci pensi è più in generale che la satira politica non tira più come una volta. Io poi, che cominciai al Bagaglino negli anni '60, non li ho seguiti nei loro successi televisivi dagli anni '80, perché avevo già imboccato un'altra strada.
Sono ormai 20 anni che ti dedichi ininterrottamente, e con grande successo di pubblico, alla commedia brillante.
Per la precisione 22, perché cominciai nel '90 con “Niente sesso siamo inglesi”. Posso ritenermi davvero fortunato perché ho indovinato davvero tutti gli spettacoli, parlo sia in termini di qualità che di risposta del pubblico. Ma forse, più che di fortuna, si tratta dell'esperienza: dopo tanti anni che fai questo mestiere, riesci a intuire cosa si aspetta il pubblico da te. E glielo proponi.
Domanda difficilissima, perché immagino sia legato a tutti i tuoi spettacoli. Ma un 'figlio' che hai amato più di altri?
Col “Padre della sposa” ho fatto oltre 500 repliche. Ma al di là del successo al botteghino, che naturalmente non bisogna sottovalutare, mi ricordo che durante “Il padre della sposa” riuscivo anche a toccare le corde dell'emotività di alcuni spettatori. Dal palco vedevo qualche fazzoletto uscire dalla tasca di alcuni spettatori, per asciugarsi le lacrime. Poi mi soddisfò moltissimo “Indovina chi viene a cena”.
Ma è un caso oppure hai volutamente scelto ruoli già interpretati da Spencer Tracy?
E' un caso, ma è una casualità che mi ha fatto molto piacere. Spencer Tracy è un attore che ho amato molto, quindi mi fa piacer aver avuto qualcosa in comune con lui.
“California suite”, il testo che porti in scena in questi giorni, è una commedia che offre anche spunti di riflessione seri.
E' lo stile di Neil Simon. Sa far divertire il pubblico come pochi, offrendo una satira intelligente e mai volgare sui costumi della nostra società.
Con Greggio vi sentite ancora?
Assolutamente sì. Siamo rimasti amici, quando possiamo andiamo a cena insieme. E' venuto a farmi visita alla prima, e ha avuto la gentilezza (non è da tutti) di promuovere il mio spettacolo anche a Striscia la notizia. Avevamo anche due case vicine in Costa Smeralda, quindi abbiamo alle spalle molte estati passate insieme.
Con Antonio Ricci avete fatto pace?
Devo farti davvero i complimenti, perché l'attrito a cui tu fai riferimento non se lo ricorda più nessuno, ed era un episodio piccolo che abbiamo ampiamente superato. Più che altro l'attrito era tra Ricci ed Enrico Vaime. In quell'occasione decisi di stare dalla parte di Vaime, e Ricci non la prese bene. Tutto superato. Sono stato più volte a cena con lui dopo quell'episodio.
Hai due figlie, Simona e Daniela, di grande talento. In quali progetti sono impegnate?
Simona sta lavorando al Puff di Lando Fiorini: la aspettano ben sei mesi consecutivi in cartellone, e infatti un po' la invidio. Daniela si è concentrata soprattutto sul doppiaggio, ed è una bravissima doppiatrice. Ti garantisco che non lo dico solo io come padre.
Io so che c'è una sola cosa che ami quanto la recitazione: il mare...
Quanto mi piacerebbe poter fare immersioni subacquee come una volta. A un certo momento diciamo che l'età e le forze fisiche non vengono più incontro, però continuo a fare qualche immersione in apnea: anche l'estate scorsa mi sono divertito a sguazzare sott'acqua.

 

Intervista di: Francesco Mattana
Sul web:
www.teatrosanbabila.it

 

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