Giancarlo Nicoletti: un teatro che inneschi una dialettica, smuova le coscienze, inviti all’introspezione

Scritto da  Sabato, 24 Marzo 2018 

Un talento multiforme quello di Giancarlo Nicoletti, regista, drammaturgo, attore e produttore. Sangue siciliano nelle vene, un percorso teatrale romano in costante ascesa e la giusta dose di audacia necessaria per rivolgere lo sguardo anche oltremanica. Dopo il luminoso successo della “Trilogia del contemporaneo” (costituita da “#salvobuonfine”, “Festa della Repubblica” e “Kensington Gardens”) e la rivisitazione moderna degli archetipi classici proposta in “Torre Elettra”, torna in scena nelle vesti di attore per il beckettiano “Finale di Partita” firmato da Filippo Gili, mentre nel frattempo registra gli ultimi ingranaggi della sua regia di “Persone naturali e strafottenti”, pronta a debuttare nel mese di maggio. Lucidità di visione, fervida creatività e un incrollabile rigore nel coltivare la propria arte rappresentano le direttrici di un lavoro teatrale onesto ed originale, alla scoperta del quale Giancarlo ci accompagna attraverso le riflessioni di questa intervista a tutto tondo.

 

Ciao Giancarlo, è un piacere accoglierti sulle pagine di SaltinAria! Recentemente sei stato in scena come coprotagonista, accanto a Giorgio Colangeli, in “Finale di Partita” di Samuel Beckett, con la regia di Filippo Gili, allo Spazio Diamante di Roma. Puoi presentarci brevemente questo spettacolo?
Credo che “Finale di Partita” sia fra i cinque/sei testi più importanti della tradizione drammaturgica internazionale. E’ un’immensa - e semplicissima - rassegna dei rapporti umani di dipendenza, in particolare quelli dei legami di sangue, e, nello specifico, fra padri e figli. E’ la storia di un padre che non vuole ammettere il distacco dal proprio figlio e che tiene psichicamente vivi i propri genitori, in un perverso e sottile gioco di dipendenze. Credo sia un testo vittima di una certa superfetazione interpretativa e di un eccesso intellettualistico nell’esegesi; il che non ha giovato spesso alla sua comprensione e fortuna. Gli archetipi e le dinamiche dei rapporti sono semplici, eterni, reiterati in qualsiasi tempo e società: ciò che risulta “assurdo” può essere il contesto entro cui vengono calati, ma chiunque potrà riconoscersi nel testo e nei suoi personaggi. Il tentativo che facciamo, con tutta l’operazione, è quello di ridare concretezza, contemporaneità e immediatezza a un tipo di teatro spesso ritenuto oscuro, incomprensibile, illogico.

Giorgio Colangeli presta voce e corpo al ruolo di Hamm, mentre tu interpreti quello di Clov. Quali sono le caratteristiche principali del tuo personaggio?
Dal testo sappiamo che Clov è il figlio adottivo di Hamm e che ciò che viene raccontato è il giorno in cui, finalmente, il figlio riuscirà a lasciare definitivamente il padre, cieco e paralitico. Una risoluzione che Clov ha vagheggiato per anni, senza mai riuscire a metterla in atto. Hamm è un uomo incredibile: geniale, totalizzante, capriccioso, un bambino nel corpo di un uomo; il figlio è ovviamente succube di tanta “trasbordanza”. Clov è un imploso, un ragazzo non cresciuto veramente che aspetta di diventare uomo, e che forse non lo diverrà mai, o lo diverrà troppo tardi. Tutto il testo ruota attorno alle dinamiche relazionali e di interdipendenza fra i due, che vogliono lasciarsi ma non riescono mai veramente a farlo. Ogni sera penso che, nel mondo reale, nello stesso momento in cui noi raccontiamo quel tipo di rapporto, ce ne sono milioni di altri, contemporanei e identici. Perciò è molto bello raccontare qualcosa di assoluto e universale, e il pubblico ci si ritrova immediatamente, lasciandosi condurre per mano nelle pieghe della storia e del testo. E questa rimane la soddisfazione più bella. Altro che teatro dell’assurdo, altro che surrealismo.

Giancarlo NicolettiQual è la cifra registica con cui Filippo Gili ha vestito il capolavoro beckettiano?
Questo lavoro è la continuazione di quello avviato da Gili lo scorso anno con un altro classico beckettiano, “Aspettando Godot”, e si colloca nella stessa direzione; in un certo senso, ne è esito e sviluppo naturale. I due progetti sono la dimostrazione che è possibile leggere Beckett senza dover passare dal “beckettismo” di repertorio né dall’angusta definizione di “teatro dell’assurdo” (fra l’altro, Beckett non definì mai come tale il proprio teatro). Ne viene fuori tanta sostanza, interpretazioni realistiche, nessuna marionetta o clownerie gratuita, pochissima astrattezza; il risultato, a nostro avviso e seguendo le reazioni del pubblico, è l’esplosione, in tutta la sua potenza, della poetica dell’autore, la riappropriazione dei messaggi del testo, un gran “parlare alla pancia” e non alla testa. Ne vengono fuori spettacoli intelligenti, coerenti al testo, non cerebrali, leggeri e tragici al tempo stesso, stimolanti e per nulla scontati. Credo si renda un grande servizio alla drammaturgia originale e al sistema teatrale e culturale nel suo complesso.

Lo spettacolo è prodotto da I Due della Città del Sole e da Altra Scena, realtà di produzione teatrale nata nel 2015 e da te diretta assieme a Rocchina Ceglia. Come avete sviluppato questo progetto e quali ne sono i principi ispiratori?
Altra Scena è una realtà giovane e a trazione giovane, ma ha avuto, in pochi anni, uno sviluppo esponenziale che ci ha stupito per primi. Nel 2017 abbiamo prodotto oltre 120 repliche e per il 2018 contiamo di arrivare a 150 fra Italia ed estero. Un piccolo miracolo per una realtà che non opera scelte facili o commerciali, non insegue per forza il pubblico e tiene in forte considerazione la funzione generale dello spettacolo: anche per questo speriamo di avere (per la triennalità del FUS 2018/20) il riconoscimento della nostra attività dal Ministero dei Beni Culturali, che sarebbe il coronamento del lavoro e dei sacrifici di questi anni. Produciamo teatro di prosa contemporaneo e riletture concrete dei classici della drammaturgia, e siamo i primi in Italia ad aver portato a sistema la diffusione della nuova satira, ovvero la stand up comedy. I principi base sono semplici: qualità, innovazione e trasversalità. Qualità come promozione delle eccellenze, consistenza delle tematiche e attenzione al rigore artistico e culturale, quindi nessuna apertura a progetti di stampo squisitamente commerciale. Innovazione come volontà di operare un ricambio generazionale, di artisti e pubblico, di ricerca non fine a se stessa, di sperimentazione che possa parlare a tutti, di rottura con gli schemi di chiusura del teatro in se stesso a cui - troppo spesso - ci hanno abituati. E soprattutto Trasversalità: lavoriamo a progetti che possano parlare a tutti, guardando più all’esperienza e all’approccio anglosassoni del fare spettacolo, che non alle dicotomie teatro commerciale / teatro d’innovazione, che hanno limitato fortemente la dialettica e lo sviluppo della scena teatrale italiana.

A metà febbraio uno dei tuoi spettacoli più apprezzati da pubblico e critica, “Kensington Gardens”, la tua personale riscrittura del Gabbiano cechoviano, è approdato con una mise en espace al Theatre Deli di Londra, con la direzione di Simone Leonardi. Un’opportunità decisamente inconsueta e preziosa, ma che finalmente premia un giovane e talentuoso artista italiano come te. Ci racconti questa esperienza in terra britannica?
Una fortuna bellissima e un’esperienza impagabile. Assistere al debutto di un proprio testo in un’altra lingua ha un che di straniante, di surreale, ma mi ha divertito molto. E ovviamente è stata una bellissima soddisfazione, qualcosa che non realizzi subito. Simone ha fatto un gran lavoro col cast locale, che era veramente di un ottimo livello. Quella di Febbraio è stata una prima tappa, molto significativa perché bisognava capire la risposta del pubblico inglese al testo. Con mia grande sorpresa, è piaciuto tanto e a me sembra che funzioni meglio in inglese che in italiano. Adesso aspettiamo gli sviluppi.

Quale è stata la genesi di “Kensington Gardens” e quali saranno i suoi prossimi passi? Ne è previsto il ritorno anche in Italia? E per il progetto inglese sono in cantiere ulteriori sviluppi?
Avevo scritto il testo a fine 2015, ambientandolo in una Londra xenofoba nel periodo in cui l’Inghilterra esce dall’Unione Europea ed espelle dai propri confini tutti gli immigrati irregolari, in un contesto in cui chi non ha il timbro del Ministero sul passaporto viene sparato a vista per strada. A febbraio 2016 si debuttava a Roma e a giugno il testo veniva insignito del “Premio Hystrio - Scritture di Scena”. Qualche giorno dopo, la Brexit, e così la trovata iperbolica è divenuta realtà. Era nelle cose che il lavoro divenisse molto attuale (o “relevant” come dicono loro), per l’attuale situazione d’Oltremanica. L’apprezzamento dell’anteprima ha convinto chi ci ha scommesso ad andare avanti, e si sta procedendo. In Inghilterra le cose si muovono seriamente, in maniera precisa e ponderata, ma anche lentamente: credo tuttavia non passerà molto tempo per avere data e teatro per il debutto della produzione completa. Per l’Italia, c’è il progetto di riportarlo in scena la prossima stagione, dopo il debutto inglese pare ci sia del fermento da parte di alcune produzioni. Stiamo a vedere, sono molto fiducioso.

Kensington Gardens a Londra“Kensington Gardens” costituisce il terzo capitolo della “Trilogia del contemporaneo”, dopo gli acclamati “#salvobuonfine” e “Festa della Repubblica”. Quale è secondo te il file rouge che attraversa questi tre lavori e quanto questa trilogia ha influenzato il tuo percorso di drammaturgo e regista?
La Trilogia è stato il mio debutto da drammaturgo, arrivato coi trent’anni e nella convinzione che scrivere per il teatro non fosse il mio lavoro. Poi è andata come è andata, ed è stato un gran bel viaggio, che spero continui per molto tempo. I tre lavori sono strutturalmente molto diversi fra loro, un filo conduttore, però, c’è, ed è la volontà di raccontare le contraddizioni della contemporaneità, lo smarrimento di senso dell’umanità postmoderna e la difficoltà nelle relazioni umane e nella ricerca del proprio “posto nel mondo”, e da qui la definizione di Trilogia del Contemporaneo. Sono testi il cui bisogno è quello di non dare alcuna risposta, ma solo di creare domande, di realizzare interrogativi, di rendere effettivo un teatro che sia luogo e arena di discussione sull’essere umano e sull’eterno ritorno di dubbi dell’archetipo, esistenziali, sociali e culturali, così da innescare una dialettica, smuovere le coscienze, rivolgere un invito all’introspezione e all’analisi sul senso delle cose.

Lo scorso anno è stata la volta di un nuovo lavoro, “Torre Elettra”, che a partire dal paradigma classico si prefigge di raccontare le contraddizioni della contemporaneità sullo sfondo di una Roma futuribile. Quale è il messaggio che intendevi veicolare con questo testo?
“Torre Elettra” è una riscrittura - molto libera - dell’Orestea di Eschilo ambientata nella periferia di una Roma futuribile e distopica. Avevo voglia di lavorare su uno degli archetipi più forti della classicità per raccontare il contemporaneo e la modernità. Più che di messaggio, parlerei di interrogativi: sui legami di sangue, sull’assunto classico per cui “le colpe dei padri ricadono sui figli” e soprattutto sul concetto di giustizia nell’Occidente postmoderno, in una fase di piena crisi dei valori. Il testo riflette su questo, ed è stato un lavoro di scrittura e messa in scena intenso, tutto in sottrazione, e ovviamente molto stimolante.

A coronare un periodo decisamente fecondo, è anche in arrivo il debutto di una tua nuova regia, quella di “Persone naturali e strafottenti” di Giuseppe Patroni Griffi, che presenterai con la produzione di Altra Scena in collaborazione con Sycamore T Company. Come nasce questo progetto e quali saranno le caratteristiche di questa regia?
“Persone naturali e strafottenti” è un testo che mi è arrivato fra le mani per caso, e nemmeno 40 giorni dopo averlo letto per la prima volta debuttava al Vittoria, con un cast under 35, alla rassegna “Salviamo i talenti” del 2016. Il progetto che debutta fra poco è nato lì, sentivo di dover andare avanti dopo quella prima esperienza col testo di Patroni Griffi, assecondando il fatto che mi fosse piovuto dal cielo: allo stesso modo, tutta l’operazione produttiva e artistica è nata in maniera molto immediata e senza forzature. Il testo è tuttora di un’attualità e di una forza sconcertanti, e trovo sia una doverosa operazione culturale di recupero di un autore che ha ancora tanto da dire e raccontare; è in questo senso che ho deciso di impostare il discorso registico. Trattandolo come se fosse un classico, mettendo da parte gli anni ’70 e la temperie socio-politica in cui è nato, e cercando di restituirgli uno spazio e un tempo il più indefiniti possibili - e perciò eterni.

Lo “scandaloso” testo di Patroni Griffi vedrà come protagonisti, Marisa Laurito, Giovanni Anzaldo, Filippo Gili e Federico Lima Roque. Quali caratteristiche di questi attori li rendono perfetti per i loro ruoli?
Il cast che è venuto fuori è quantomeno singolare, per non dire insolito, e in questo senso è assolutamente in linea con lo spirito dell’originale. Siamo riusciti ad avere un cast a mio avviso perfetto per il testo, un cast pensato in maniera davvero “naturale e strafottente”: nel ruolo che Patroni Griffi scrisse per Pupella Maggio, un’attrice e personaggio popolarissimo che ha spaziato dal teatro di De Filippo alla televisione, al cinema, come Marisa Laurito, che non ha bisogno di presentazioni e che torna con questo lavoro alla grande drammaturgia d’autore; nel ruolo en travesti di Mariacallas (che nel ’73 fu affidato a Mariano Rigillo) un uomo di teatro a trecentossessanta gradi (attore/regista/autore), originale e anticonformista come Filippo Gili, che affonda le sue radici attoriali in una lunga collaborazione con Ronconi. E ancora Giovanni Anzaldo, uno degli attori giovani più talentuosi e acclamati del panorama cinematografico e teatrale italiano, in quel Fred che fu interpretato al debutto da un giovanissimo Gabriele Lavia. E per chiudere, Federico Lima Roque, un bravissimo attore “di colore” - fra l’altro rarissimi quelli pronti per un lavoro del genere, in Italia - proveniente dalla “Silvio D’Amico”. E’ un melting pot che sa di grande scommessa e mi stimola infinitamente.

Nel microcosmo teatrale italiano, talvolta decisamente inospitale ed asfittico nei confronti dei giovani artisti, sei invece testimonianza della possibilità di affermarsi, conquistare il consenso del pubblico e sperimentare con coraggio. Quali ritieni siano state sinora le carte vincenti del tuo cammino teatrale?
Mi fa piacere che pensiate che la mia storia possa essere una testimonianza di affermazione, per quanto, personalmente, credo la strada sia ancora molto lunga, e di aver semplicemente fatto la mia - doverosa - parte di resistenza in un sistema culturale allo sfascio. E’ vero pure che il mainstream e l’affermazione in termini di fama e riconoscibilità non sono mai stati il mio obiettivo; mi piace pensare che la fortuna sia stata - e spero continui ad essere - quella di trovare spazi d’espressione e qualcuno disposto ad ascoltare ciò che hai da dire, a condividerlo, a rifletterci assieme. Faccio teatro (e non cinema, ad esempio) per questo, perché nel suo farsi quotidiano ridetermina, soprattutto in tempi di solitudine digitale, la vocazione al suo mettere assieme gli esseri umani. C’è un grande bisogno di questo, di riunire la gente per discutere intorno a qualcosa, per creare interrogativi, per fruire di un istante condiviso, cercando di muovere un sistema culturale spesso avvitato e stantio. La bussola - non parlerei di carte vincenti - è sempre stata quella e quella spero possa rimanere. Poi, ovviamente, ci vogliono abnegazione, sacrificio, pazienza (tanta), rigore formale e sostanziale, e un po’ di cocciutaggine. Oltre al talento, ma di quello non posso dirne io.

Hai altri progetti in cantiere per il prossimo futuro? Idee ed intuizioni che desidereresti esplorare?
Come autore e regista sono in una fase di attesa creativa (non parlerei di crisi), ho scritto quattro testi in meno di due anni e in questo momento sento un forte bisogno di recuperare ispirazione, stimoli e idee. Infatti questa stagione non ho in programma nuove regie né il debutto di testi inediti, ma ho preferito seguire progetti diversi dal solito, come il Premio Fantasio a Trento o il debutto di “Kensington Gardens” a Londra o tornare a lavorare da attore in “Finale di Partita”. Adesso mi sto prendendo del tempo per mettermi a fuoco, come artista e come uomo; qualcosa arriverà, presto o tardi. Le idee e le intuizioni ovviamente sono all’ordine del giorno, come per chiunque nel nostro campo, e non basterebbe una vita intera per farle tutte. E’ vero anche che sarebbe una noia il contrario.

Prima di salutarci vuoi aggiungere qualcosa o rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?
Intanto volevo ringraziarvi dello spazio e di questa bella intervista, e stringere virtualmente la mano a chi è riuscito ad arrivare alla fine della lettura. Ovviamente un grazie e un saluto speciale a tutti i lettori di SaltinAria (che seguo spesso e con piacere anch’io), e un invito, semplice ma fondamentale. Andate a teatro. A vedere qualsiasi cosa di qualsiasi autore con qualunque attore e di qualunque regista, ma andateci. Spesso, se possibile. Indignatevi se vi annoiate e fischiate, applaudite e alzatevi se vi ha emozionato. Abbiamo bisogno di un pubblico vivo, presente, se del caso anche cattivo, altrimenti finiremo a parlare coi muri, o con le quinte, o con le poltrone. E sarà una tristezza infinita, per tutti, la società in primis.

 

Articolo di: Andrea Cova
Sul web: www.altrascena.com

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