Giampiero Ingrassia: trent'anni che mi diverto a teatro. Con la benedizione di papà.

Scritto da  Francesco Mattana Mercoledì, 30 Gennaio 2013 

Come direbbe il Dr Frankenstein, gridando a squarciagola: SI PUO' FAREEE. Certo che si può fare un musical tratto dal celebre film di Mel Brooks. Anzi, si deve fare, tale e tanto è l'affetto che il pubblico da decenni riversa su questa storia. Personaggi rimasti nell'immaginario collettivo, battute rimaste scolpite nella mente: Frankenstein Junior, ormai, è patrimonio dell'umanità. Il talento, la simpatia, l'impeccabile professionalità della Compagnia della Rancia fanno il resto. Giampiero Ingrassia, formidabile mattatore del palcoscenico, ci racconta questa sua ultima esperienza. E sfoglia insieme a noi l'album dei ricordi di una carriera ormai trentennale.

 

 

 

 

 


 

 

Nel musical ti sei ovviamente ispirato a quel gigante della comicità che è Gene Wilder. Sbaglio o anche tuo padre si è cimentato brillantemente nel ruolo dello scienziato pazzo?
Bravo. Il film era Un mostro e mezzo, peraltro uno dei migliori della coppia Franchi-Ingrassia. In realtà all'inizio non ci avevo pensato: poi qualcuno su Facebook mi ha postato una foto che li ritraeva nei panni dello scienziato e della sua creatura. Tra l'altro con questa parrucca sembro anche un po' L'esorciccio.
Sono trent'anni tondi tondi di carriera. Sei soddisfatto di tutte le esperienze?
Per quanto riguarda il teatro sì, ho sempre avuto la fortuna di scegliere i testi che mi piacevano, e la risposta del pubblico è stata sempre gratificante. Viceversa in TV non mi piacque Campioni di ballo, con Lorella Cuccarini: il programma ben fatto, ero io il pesce fuor d'acqua. Lorella poi è una compagna di lavoro splendida, a teatro in Grease abbiamo fatto scintille.
So che sei un avvocato mancato.
Mancato è una parola grossa, ho appena fatto l'ingresso all'università per accorgermi subito che non era la mia strada. Filosofia del diritto, Diritto romano: mi bastava leggere le copertine per provare un senso di spaesamento. Sarei stato un buon avvocato? Non credo. Anche se gli avvocati sono gli attori più bravi del mondo.
E così hai preso il coraggio a due mani, trasformando in mestiere la tua passione per lo spettacolo
Il Laboratorio teatrale di Proietti è stata una formazione fondamentale. L'insegnamento più grande di Gigi è stato di non prenderci mai troppo sul serio. Pensa agli sketches di Gigi, in cui si comincia dal Giulio Cesare per finire con le pernacchie. Unire il sacro e il profano. Poi naturalmente una scuola fondamentale per apprendere i ferri del mestiere: ragionare sul personaggio, farsi delle domande, spingere l'acceleratore al massimo su vari fronti. Gigi mi ha diretto a teatro in Full Monty, in quell'occasione mi ha fatto dei complimenti sinceri. La prima volta che recitai con lui, nel Cyrano, eravamo un gruppo di allievi che pendeva dalle labbra del Maestro.
Cinema poco. Immagino sia stata una tua scelta.
Non è esattamente così. Il fatto è che coniugare un'intensa attività teatrale col cinema è molto difficile. Dovrei prendere un anno sabbatico dal teatro, ma se poi non mi chiamano più? Ben venga dunque il teatro, sono felicissimo così.
Tuo padre ha appoggiato subito la scelta di fare l'attore?
Ciccio si fidava di me. Poi devo dire che, per quanto fosse un uomo piuttosto parco di complimenti, lo vedevo entusiasta alle prime dei miei spettacoli. Nell' '85 mi capitò, giovane e imberbe, di sostituirlo nel programma televisivo Grand Hotel perché era stato male. Mi sentivo come nel Paese dei Balocchi: a parte Franco che era il super-talento che conosciamo, c'era un cast incredibile e ospiti internazionali da mozzare il fiato.
Tra i tanti litigi mitologici di Franco e Ciccio, hai mai pensato: 'Ok, questa è la rottura definitiva'?
Non avrebbero mai rotto. Conoscendo entrambi sapevo che avevano bisogno, come in una coppia marito e moglie, di aria per respirare. Non sono state comunque liti improduttive: da solo mio padre  ha esplorato nuovi terreni, ha avuto modo di misurarsi con registi del calibro di Fellini, Vancini, Petri. Franco purtroppo ha avuto meno occasioni d'autore. Però ce lo ricordiamo molto bene nella Giara dei Taviani, in compagnia di mio padre.
C'era un fondo di malinconia in entrambi
Come tutti i grandi comici. La comicità scaturisce dalla pensosità, dalla riflessività sulle umane vicende. Franco poi posava gli occhi sugli uomini ma anche sulle stelle: era un patito di astronomia. Ciccio amava la buona musica. Pochi mesi prima di morire si era innamorato degli Avion Travel, mi chiese se gli compravo il cd. Forse ritrovava in quella musica le atmosfere mediterranee a lui tanto care.
Quale sarà la tua prossima sfida?
Mi piacerebbe portare in scena Il fantasma del palcoscenico, il musical di Brian De Palma: è un mio  sogno molto ambizioso, spero davvero di riuscirci. Poi quest'anno è il decennale della morte di mio padre, vorrei farmi venire una bella idea per omaggiarlo. Omaggio che faccio non solo come figlio, ma pensando all'enorme affetto che la gente sente per la coppia. Mi commuove soprattutto la passione dei ventenni: è la prova che Franchi&Ingrassia hanno raggiunto l'immortalità.
Se ti vedessero in questo musical, cosa direbbero?
Direbbero 'si può fare'. Poi ovviamente comincerebbero a litigare tra loro, ma si troverebbero d'accordo nell'appoggiarmi.

 

 

Recensione di “Frankenstein Junior”, andato in scena al Teatro Brancaccio di Roma:
http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/frankenstein-junior-teatro-brancaccio-roma-recensione-spettacolo.html

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Sul web: www.frankensteinjuniorilmusical.it

 

 

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