Giacomo Ferraù: Non si può rinunciare a noi stessi per amore di nessuno. Con “La Sirenetta” c’è la nostra anima nuda sul palco, la sensazione più bella

Scritto da  Giovedì, 15 Giugno 2017 

“La Sirenetta” ultimamente ha nuotato nei mari di Milano (in ultimo al Piccolo Teatro Grassi) e in quelli di Roma (nella prestigiosa cornice del Teatro India), per poi tornare a Milano nella prossima stagione teatrale dell’Elfo Puccini (appuntamento il 6 e il 7 febbraio 2018).

 

Un essere speciale (ed io avrò cura di te, verrebbe da dire rubando il verso a Battiato, durante e dopo la rappresentazione) che invita alla riflessione: una creatura del mare che potrebbe essere un adolescente che, per un gesto d’amore, pur di farsi accettare, è disposto a perdere la sua coda: la cosa che più lo rappresenta e che lo rende unico. La fiaba di Andersen viene delicatamente rivisitata e diventa una metafora dell’identità sessuale (in piena Pride Week, non a caso).

La compagnia Eco di Fondo parte da una serie di lettere di ragazzi che hanno deciso di togliersi la vita perché non si sentivano accettati a causa della loro sessualità: da qui una ricerca, un progetto e uno spettacolo che sarebbe da portare in tutte le scuole e da gridare ancora di più rispetto a quanto gli attori (Riccardo Buffonini, Giacomo Ferraù, Libero Stelluti e Giulia Viana), sul palco, già non facciano. Una riflessione tosta che forse sarebbe ancora più efficace se resa ancora più cruda ed estrema, ma, in fin dei conti, si tratta di una favola.

Non lasciamoci ingannare, però: “La favola è una metafora della vita”, ci racconta il regista e attore del progetto Giacomo Ferraù, per quanto cruda la vita, e una fiaba, possa essere. L’abbiamo intervistato: una piacevole e intensa riflessione (piacevole e intensa anche la rappresentazione) sul senso di appartenenza di ognuno di noi, di come e quanto uno spettacolo possa far ragionare, di quanto sia importante reagire, e come farlo.


Eco di Fondo presenta
LA SIRENETTA
drammaturgia Giacomo Ferraù e Giulia Viana con il contributo della Compagnia
regia Giacomo Ferraù
con la collaborazione registica di Arturo Cirillo
coordinamento coreografico Riccardo Olivier
con Riccardo Buffonini, Giacomo Ferraù, Libero Stelluti e Giulia Viana e con Arturo Cirillo che presta la sua voce alla strega del mare
assistenti alla regia Piera Mungiguerra, Simon Waldvogel e Michele Basile
disegno luci Giuliano Almerighi
coordinamento coreografico Riccardo Olivier
progetto video Riccardo Calamandrei
organizzazione Elisa Binda
produzione Eco di Fondo in coproduzione con Campo Teatrale
sostenuta nell’ambito del progetto NEXT 2015 e NEXT 2016/17 - Regione Lombardia
con il patrocinio di Amnesty International Italia e EveryOne group


Giacomo, come nasce questo progetto? Mi racconti: “Siamo partiti dalle lettere di adolescenti che si sono tolti la vita perché non si sentivano accettati per la propria sessualità”: dove avete trovato queste lettere? Cosa, tra queste, ti ha colpito particolarmente?
Il progetto nasce all'interno di un percorso di ricerca della compagnia volto a rivisitare i miti e le fiabe associandoli a temi di attualità. È stato l'incontro con un libro di Dan Savage, "Le cose cambiano", che raccoglie numerose testimonianze di persone che, direttamente o indirettamente, si sono sentite discriminate, da adolescenti, per l’orientamento sessuale: più di cento storie per combattere l'omofobia e il bullismo, testimonianze di speranza rivolta agli adolescenti che oggi pensano di non potere reggere il peso della discriminazione.
Ogni singola lettera racconta in che modo, da adulti, le cose siano effettivamente migliorate. In molte lettere l'adolescenza viene paragonata a una palestra per fortificare l'animo, spiegando agli adolescenti che quel dolore che al momento sembra insopportabile un giorno diventerà gioia pura. Siamo partiti da qui perché ci sembrava un gesto civile, quasi politico, di speranza, un dovere sociale di condivisione dell'esperienza privata che diventa universale.
Nel libro vengono riportati fatti di cronaca, nomi di ragazzi che si sono tolti la vita proprio a seguito di discriminazione, casi di bullismo e così via: abbiamo cercato le fonti e ci siamo imbattuti in alcune lettere che sono davvero un urlo di dolore che strazia l'anima. Ricordo lo struggente scritto di Leelah Alcorn che termina con le parole "Spero che questo possa non accadere mai più. Sistemate la società. Per favore."
In un secondo momento abbiamo rivolto la nostra attenzione alla fiaba "La Sirenetta", non la versione edulcorata di Walt Disney ma la meravigliosa fiaba originale di Andersen, dai risvolti tragici e che finisce con un suicidio. Abbiamo trovato una quantità innumerevole di collegamenti, di analogie e di metafore. La prima cosa di cui abbiamo discusso è la storia: a tutti i componenti del gruppo, da bambini, era sembrata atroce la scelta della Sirenetta di rinunciare alla coda, quella parte che la contraddistingue, per amore di una persona che non sarà mai capace di accettarla per com'è veramente.
Nelle lettere di questi ragazzi erano ricorrenti frasi come "mi sembra di non avere mai parlato con loro, con i miei genitori " o "mi sembra di non avere mai parlato davvero con nessuno". Molti di questi adolescenti, come la Sirenetta, hanno rinunciato alla loro voce per un tempo lunghissimo, vergognandosi o rinunciando alla "coda", quel qualcosa che li rende differenti agli occhi di tutti, nel disperato tentativo di sentirsi amati.

Supponiamo che seduta in platea, a vedere “La Sirenetta”, ci sia una persona che si identifica particolarmente con il tema della rinuncia e della difficoltà di essere accettati. Supponiamo che ci sia un adolescente, magari uno tra quelli che avrebbe potuto scrivere una di queste lettere. A spettacolo finito, questo spettatore, torna a casa e… ?
Ci capita spesso, nei giorni successivi allo spettacolo, di ricevere dei messaggi privati sulla pagina di compagnia. Per il momento ti parlo di persone adulte. È’ capitato che qualcuno dica che quella che ha appena visto sarebbe potuta essere la sua storia fino al tragico epilogo del suicidio; ammettono di essere stati tentati, in passato, di cedere alla violenza rinunciando alla vita e che per motivi diversi, alla fine, hanno resistito al bullismo, hanno provato a lottare e a scegliere il diritto di essere unicamente se stessi.
Quando uno spettatore ci lascia un regalo del genere, condividendo un pezzettino del suo percorso, un frammento della sua storia, vale per noi più di mille applausi.
Per molti adolescenti la coda non ha a che fare con l'orientamento sessuale: un paio di occhiali, un apparecchio, una particolare condizione familiare, l'altezza, il peso, si potrebbe continuare all'infinito! Basta davvero poco per essere Sirena e non sentirsi accettati per quello che si è: per questo lo spettacolo si rivolge allo spettatore cercando di parlargli in modo trasversale di quella sottile "differenza tra me e te", che è un valore che ci rende unici.
Il pubblico che avrebbe potuto scrivere quelle lettere, quindi un pubblico adulto, credo e spero sia tornato a casa riflettendo, con delle domande aperte, il nostro vero obiettivo. E se talvolta questo spettatore ha sentito l'esigenza di condividere con noi quel particolare pezzo di vita con il valore di una conquista, noi non possiamo che esserne infinitamente grati.

E gli adolescenti?
Inutile dirti che ci piacerebbe poter replicare “La Sirenetta” di fronte al maggior numero di ragazzi possibile, proprio per il tipo di messaggio. Ci chiediamo spesso, mentre raccontiamo quella storia sul palco, se da qualche parte in platea ci possa essere davvero qualche ragazzino che soffre la discriminazione al punto da scegliere davvero un giorno di mettere fine alla vita. Speriamo che il messaggio possa arrivargli forte e chiaro. Non si può rinunciare alla propria coda, perché è parte di noi stessi e non si può rinunciare a noi stessi per amore di nessuno.
Il tentativo dello spettacolo, quindi la nostra speranza, è che, al ragazzo, il messaggio possa arrivargli al cuore e che possa sentirsi meno solo. Infine, se davvero quel ragazzino fosse seduto lì in poltrona a vedere lo spettacolo, forse con lui ci sarebbero i suoi genitori, i suoi compagni di scuola, i suoi insegnanti. Oppure i suoi amici, chi lo conosce, chi può stargli accanto nel quotidiano e sostenerlo e aiutarlo, perché le cose davvero migliorano sempre. Se quel qualcuno che gli sta accanto, anche solo uno, è uscito da teatro cambiato, allora è valsa la pena di tutto.

Sei regista di uno spettacolo che ha una certa responsabilità nei confronti del pubblico, visto il tema trattato. Ne senti il peso? E ancora: affrontare temi importanti come l’identità sessuale è il mezzo giusto per portare gente a teatro?
Non sento addosso il peso del tema trattato. Ne sento la responsabilità, ma responsabilità è una parola che amo profondamente ed è una responsabilità che sento condivisa da tutto il gruppo, Eco di Fondo. A volte guardo i miei compagni di scena, Giulia, Libero e Riccardo, prima dello spettacolo, oppure li osservo mentre ripassiamo e di nascosto mi accorgo che sempre qualcuno di loro, a turno, si commuove. E ovviamente, nel vederli così, mi commuovo anche io. So che quella storia appartiene loro, che dentro questo lavoro c'è tanto di noi, proprio tanto.

Cosa rimane al regista e agli attori dopo aver messo in scena “La Sirenetta”?
Quando finisce “La Sirenetta”, abbiamo la sensazione di avere messo l'anima nuda sul palco perché qualcuno possa leggerci attraverso una storia. Ed è una delle sensazioni più belle che si possa provare.

A cosa hai dovuto rinunciare, tu, per arrivare a questo punto della tua carriera?
Questa domanda mi mette un po' in difficoltà: tanto per cominciare perché non so esattamente a che punto sono arrivato. O meglio, non credo che esistano veri punti di arrivo, piuttosto dei piccolissimi traguardi. Come scrive Bach nell'incipit di "Illusioni", in questo grande fiume di cristallo che è la vita, viaggiamo controcorrente e guadagniamo pietra dopo pietra un passetto alla volta, ma il senso di tutto lo capiamo solo quando il viaggio è finito. E ci si può lasciare andare alla corrente.
Per me e per la mia compagnia mi auguro semplicemente di poter crescere ancora e ancora e ancora, per tutto il tempo che ci è concesso. Di continuare a cercare, a interrogarci, a emozionarci ed emozionare, di potere fare ancora dei pezzettini di viaggio accanto a grandi maestri come per noi lo sono stati Cesar Brie ed Arturo Cirillo, e di incontrare nel cammino altre realtà teatrali fantastiche con cui dialogare e altre persone meravigliose come è successo fino ad adesso.
A cosa ho dovuto rinunciare, mi chiedevi? Alla mia terra, alla vicinanza con la mia famiglia, a una gran parte di vita privata, a un lavoro stabile e potrei continuare, ma mentirei: se tornassi indietro rifarei tutto esattamente nello stesso modo. Anche quando tutto è faticoso, frustrante, proprio quando sembra insostenibile, voltandomi indietro non penso mai di avere fatto delle rinunce, ma delle scelte che rifarei. E scegliere, per quanto doloroso, significa crescere.

Prima a Milano e poi a Roma, “La Sirenetta” cade a ridosso di un periodo dell’anno in cui si manifesta l’orgoglio delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, asessuali, intersessuali e queer (penso al Milano Pride o ad altri appuntamenti analoghi). Da una parte, a teatro, qualcosa di intenso per dimostrare che “C’è un istante in cui tutti noi siamo uguali e indefiniti, senza distinzione di sesso e di genere”. Dall’altra, per le strade, a dimostrazione della stessa cosa, un’esplosione di colori e di mirate esagerazioni. Le due modalità possono convivere e portare in ugual misura alla stessa riflessione?
Assolutamente sì. Penso a quante cose sono cambiate dai moti di Stonewall a oggi, al significato politico che può assumere oggi questa che è una manifestazione pacifica, inserita in un tessuto sociale che ha ancora e sempre avrà bisogno di ricordare, interrogare ed interrogarsi, anche reinventarsi se necessario, perché no.
Noi raccontiamo una storia, ponendo il fuoco dell'attenzione su una "coda" che alla fine è una differenza che va ben oltre la differenza di orientamento sessuale. E lo facciamo proprio per intercettare quel tipo di pubblico che magari entra in sala con un atteggiamento prevenuto sul tema. È' un modo per aprire un dialogo. Quindi, con mezzi diversi, credo che gli obiettivi di stimolo alla riflessione sull'eguaglianza e sul diritto di essere se stessi, siano comuni.

Tu ci credi nelle fiabe?
Sì io credo fortemente nelle fiabe. Le fiabe sono inesauribili metafore del nostro vivere quotidiano, le fiabe sussurrano antiche, risuonando e vibrando in spazi che credevamo persi nell'infanzia. La fiaba non è altro che la capacità di sognare.
E ora che mi ci fai riflettere, forse è questo che accomuna tutti noi di Eco Di Fondo. Ogni singola persona che ci lavora dentro e credo anche il pubblico che ci sostiene: una costante, incrollabile, cocciuta fede nelle fiabe, una voglia inesauribile di continuare a sognare, sempre.

 

Intervista di: Andrea Dispenza
Grazie a: Elisa Binda, Organizzazione Compagnia Eco di Fondo
Sul web: www.ecodifondo.it

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