Geppi Di Stasio: restituire al Teatro la sua dignità, con rigore, poesia e personalità

Scritto da  Sabato, 22 Novembre 2014 

Da sempre il teatro napoletano rappresenta un genere teatrale a sè stante, un mondo a parte, parlando un linguaggio universale che, diversamente da quanto accade per il teatro di altre regioni, viene compreso e seguito a livello nazionale. La veracità dei napoletani costituisce la loro marcia in più: forse per questo intervistare un attore partenopeo è sempre una scoperta interessante. Geppi Di Stasio, classe '62, nato a Roma ma napoletano per cultura e formazione, racconta a Saltinaria se stesso e la sua idea di teatro.

  

Come è iniziata la passione per il teatro?
Sono figlio d’arte e ho cominciato a recitare all’età di otto anni, ho avuto la fortuna di condividere il palco con attori del calibro di Enzo Turco, Ugo D’Alessio, Aldo Giuffrè, Luigi De Filippo e tantissimi altre "cariatidi" del teatro. Cariatidi nel senso di grandi attori, in grado di dare sostegno ai giovani, naturalmente..

Dopo aver iniziato, pensavi da subito di farne una professione oppure credevi che nella vita avresti fatto altro?
A quella età lo ritieni solo un piacevole giuoco. Ma poi, crescendo, ti accorgi di avere avuto una grande fortuna: imparare il rigore del palcoscenico, una cosa che oggi come oggi va sempre più perdendosi.

Che cosa pensi dell'attuale situazione del teatro in Italia? Che cosa a tuo avviso sarebbe necessario fare per risollevare le sorti di un'arte che oggi - purtroppo - resta indietro al cinema e alla televisione?
Credo che bisognerebbe restituire al Teatro la sua dignità e il suo diritto di rimanere tale. Mistificarlo, non solo con cinema e televisione, ma anche con l'attuale forma di cabaret, che non è più quel bisogno di contestazione di una volta, ma solo la ricerca gratuita di consenso, non fa altro che ingannare gli spettatori.

Il teatro napoletano, quello di Eduardo in particolare, occupa un posto di primo piano nella cultura italiana, tanto da essere considerato quasi un genere a parte. Quanto aiuta la "napoletanità" a chi decide di fare l'attore di teatro?
Il teatro napoletano è ancora oggi tra i repertori più efficaci della scena nazionale. Però non basta una provenienza geografica per essere considerati "depositari del Verbo teatrale", ma spesso molti colleghi cadono in questo errore.

Chi ritieni essere stato il tuo Maestro a cui devi di più?
Aldo Giuffrè mi ha insegnato il rigore, la personalità e la poesia in scena. Luigi De Filippo, invece, il senso pratico. Nino Taranto, il buon gusto. Ogni grande attore ha sempre qualcosa da insegnarti, anche senza volerlo.

Un attore partenopeo a cui ti sei ispirato o che ami in maniera particolare....?
Giacomo Leopardi diceva che, per avere un proprio stile, bisogna avere tanti modelli, altrimenti si diventa dei semplici emuli.

Il tuo ultimo spettacolo, "Gente di facili costumi", andato in scena al Teatro delle Muse con grande successo, rende omaggio a Nino Manfredi. Quanto manca oggi un artista come lui, e i suoi colleghi dell'epoca, nel panorama artistico contemporaneo?
Nino era parimenti straordinario nel comico come nel tragico. Ma la sua principale caratteristica era quella di avere delle “mezze tinte”, cioè riuscire ad essere credibile grazie alla innata capacità di "vivere" emozioni opposte. Oggi attori così ce ne sono, bisogna solo riconoscerli...staccandosi un po' dalla TV e dai comici tout court.

Da partenopeo, hai un rito scaramantico che ogni sera, prima del "chi è di scena", ripeti in camerino?
Rivolgo un pensiero a mio padre che è stata la persona più importante della mia vita. E ancora lo è.

Che rapporto hai con la televisione e che cosa accetteresti di fare in tv, se ti proponessero un buon contratto?
La televisione è un terreno sconfinato che può essere molto pericoloso. Ma accetterei qualsiasi cosa che mi consentisse di mantenere la mia dignità artistica. A tutti i livelli.

A bruciapelo due curiosità: quale grande attore del passato, non necessariamente di teatro, ti sarebbe piaciuto essere e qual è il ruolo - se c'è - che da tempo sogni di interpretare e che ancora non ti è mai capitato di fare.
Mi sarebbe piaciuto essere Stanislavskji, perché è riuscito a superare i suoi limiti attoriali inventandosi un sistema che, se non fosse frainteso come oggi purtroppo molto spesso avviene, può essere infallibile. E poi credo che qualsiasi attore che si rispetti amerebbe interpretare Amleto. Io sul tema ci ho scritto una commedia fortunatissima, intitolata “Il Presepe di Amleto”.

Che libro o copione c'è in questo momento sul tuo comodino?
“La Dismissione”, un bellissimo romanzo di Ermanno Rea.

Quali sono i tuoi prossimi progetti teatrali?
Io dirigo la Compagnia Stabile del Teatro delle Muse, con la quale metterò in scena quattro mie commedie originali, la prossima in ordine temporale sarà “L’Eredità di zio Domenico”. Ma sono anche molto preso da un progetto intitolato "L’ultima domenica", un mio testo molto intenso che tratta il tema della violenza negli stadi, e che debutterà al Teatro degli Audaci.

 

Intervista di: Stefania Ninetti
Grazie a: Geppi Di Stasio

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