Galliano Mariani: là dove non splende il sole, una conversazione con l’attore dalla parte dei “muti”

Scritto da  Sabato, 26 Marzo 2016 

Sono gli uomini senza voce, quelli ridotti al silenzio, considerati dalla società persi da perdizione, come diceva di un amore non tollerato Marguerite Duras in "Occhi blu, capelli neri", che interessano a Galliano Mariani. Sono le persone considerate solo individui da rieducare o da restituire come vuoti a perdere in una discarica della vita, quelle alle quali l’attore presta la sua attenzione, non per schierarsi contro coloro che pretendono di stare dalla parte dei giusti ma perché ci sia uno spazio per ognuno di noi. Dopo aver particolarmente apprezzato il precedente lavoro da lui interpretato, "Sissy Boy", abbiamo incontrato Mariani in occasione delle repliche romane del suo nuovo progetto "Millennium Bug" - firmato da Sergio Gallozzi e diretto da Christian Angeli - liberamente ispirato a "Il Maratoneta" di Luca Coscioni.

 

Come nasce la tua ricerca e il tuo orientamento in questo senso?
«Il mio modo di scegliere e affrontare un argomento è spesso dettato da un interesse e da una passione. In qualche modo, sia “Sissy Boy” sia “Millennium Bug” nascono da esigenze che avverto prima come persona che come attore. Con questo tipo di lavoro posso permettermi di affrontare certi temi in modo attento e personale. Certo basterebbe, direbbe qualcuno, affidarsi a testi classici e rivisitarli in senso contemporaneo, ma l'alchimia e l'entusiasmo che si provano a mettere in campo voci nuove di autori che hanno la tua stessa sensibilità sono un grande stimolo. Oltre al tema, in “Millennium Bug” mi interessava, ad esempio, affrontare un linguaggio teatralmente ispido, cioè quello della cronaca politica contemporanea e della comunicazione scientifica.»

L’idea di mettere in scena una storia relativamente recente che ha fatto molta polemica sulla stampa da dove trae origine?
«Sergio Gallozzi (l'autore di “Millennium Bug”) ed io, abbiamo brevemente intersecato Luca Coscioni negli anni in cui conduceva la sua battaglia politica... Ricordo un suo comizio a Piazza Navona a Roma e ricordo come Luca fu capace di farci improvvisamente capire materialmente, pur attraverso un freddo sintetizzatore vocale, quale fosse l'essenza del Diritto. Ricordo, inoltre, la frustrazione e l'angoscia che si prova ad urlare per un diritto negato e trovarsi in una società con una classe politica sorda e insensibile. Da tempo volevamo affrontare il pensiero politico di Coscioni. Una battaglia, quella di Coscioni, per la libertà di ricerca scientifica, per i diritti umani, religiosi, politici, economici e sessuali. Poi, quando siamo riusciti a mettere insieme il modo ed i tempi, ci siamo di colpo accorti che erano già passati 10 anni dalla sua scomparsa. Coscioni andava ricordato sia a quelli della mia generazione sia ai più giovani che sono all'oscuro del suo pensiero e della sua lotta. Lotta che ancora oggi continua su diversi fronti.»

Qual è il rapporto con questo testo e qual è, se c’è, il messaggio centrale?
«Il rapporto nasce dalla scommessa di trattare un periodo così recente della nostra storia passata e questo è sempre molto pericoloso perché ancora non si ha la giusta prospettiva. Si fa fatica, per esempio, ad accettare il fatto che siamo stati tutti testimoni di un'epoca oscurantista proprio nel fatidico passaggio di millennio, quando credevamo di essere pronti ad entrare in un futuro, che molti di noi si auguravano migliore. Poi c'era anche il problema di affrontare le cronache politiche che tiravano in ballo, con nomi e cognomi, personaggi politici ancora in attività e che continuano a frequentare i salotti televisivi: questo è un terreno tradizionalmente riservato alla satira e assai poco frequentato dal teatro di prosa. Non sono mancate, quindi, le critiche per tutti quei (troppi) nomi di ministri e politici e tutte quelle (troppe) nozioni documentaristiche! “Rischio ma è quello che voglio”. Il messaggio centrale secondo me è sempre quello, Brecht diceva “Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi”. Ecco, Luca Coscioni, per me è stato un eroe e noi ancora continuiamo a vivere in una terra sventurata. Questo avviene anche perché nessuno di noi, e maggiormente la nostra politica, affronta seriamente il tema dell'ascolto. Il teatro, il sempre più povero teatro, può farlo.»

Che tipo di lavoro hai fatto su te stesso in questa interpretazione: di immedesimazione e/o di voce narrante che si nasconde ma si distingue dal personaggio?
«All'inizio la scrittura di Gallozzi, anche per una mia richiesta, spingeva verso una scelta performativa. Con l'abile e bellissima regia di Christian Angeli siamo riusciti a sintetizzare un prodotto che fonde performance e azione teatrale utilizzando un video che sdoppia il personaggio in scena costringendolo ad un'azione dialogica con un altro sè, a volte complice, a volte sabotante. Piccoli momenti rimandano a “L' ultimo nastro di krapp” di Beckett. Questo ci ha permesso di creare un tappeto emotivo su cui poggiare un linguaggio lucido, scientifico e politico non facile da dire a teatro. L'unica cosa che io non volevo fare era quella di interpretare Luca Coscioni, intendendo il Luca malato e sofferente. Volevo invece dare al suo pensiero un'energia anche fisica. Coscioni, prima di essere malato di SLA, è stato non solo un uomo di cultura e politicamente attivo ma anche uno sportivo, un maratoneta. “Il Maratoneta” è anche il titolo del libro-diario che ci ha lasciato e a cui Sergio Gallozzi si è ispirato.»

Quando il tema dello spettacolo interessa direttamente la corporeità e il suo vissuto cosa succede all’attore che sta in scena e che tipo di partecipazione fisica ed emotiva risuona rispetto ad un teatro tipicamente di parola?
«In questo “atto teatrale” uso la maratona come metafora della “maratona politica” di Coscioni. Luca era un maratoneta, io no. Non sono uno sportivo. Luca ha fatto della sua malattia e del suo corpo un soggetto politico, io non volevo “allenarmi” per dimostrare di poter interpretare un maratoneta. Ho pensato di buttarmi in una condizione che fosse per me stancante sul piano fisico. Volevo usare la mia stanchezza vera. Volevo anche rischiare di non farcela, rischiare di non arrivare a poter pronunciare un'ultima sillaba per mancanza di fiato. Non avrei tollerato di “recitare” la stanchezza, la malattia, insomma di recitare Luca. Mi sembrava più onesto nei suoi confronti e anche nei confronti di Maria Antonietta Farina (la moglie di Coscioni) e della famiglia. Lui ci ha donato il suo corpo malato, io potevo affrontare un piccolo rischio. Un solo piccolo rischio donato al suo corpo scenico. Diciamo che il corpo viene usato come se fosse parola, cioè un corpo che deve sostenere un pensiero e un'azione pubblica e politica. Questo ci ha permesso di giocare anche di fantasia. Ci siamo chiesti come Luca avrebbe affrontato un comizio, visto che da malato di SLA lo ha potuto affrontare solo attraverso l'uso della voce sintetica, come avrebbe citato il monologo del Cardinale Vecchissimo del “Galileo” di Brecht. Insomma, abbiamo usato il mio corpo come se fosse un linguaggio parallelo e nello stesso tempo portante del testo di Coscioni/Gallozzi.»

Per un giornalista è inevitabile guardare oltre, come per uno stilista che quando presenta la nuova collezione sta già lavorando sulla stagione successiva. Che progetti hai?
«Intanto continuo a portare avanti “Sissy Boy” (sono in questi giorni a Milano al Teatro dell'Elfo e poi sarò a Genova al Teatro della Tosse). “Millennium Bug” per ora è il mio figlio piccolo, da seguire con attenzione, promuovere e distribuire. Forse, l'idea che mi appare all'orizzonte come prossimo impegno è quella di affrontare, non più da solo ma con Anna Cianca, ancora una volta la scrittura di Franca de Angelis, un inedito che ha già un titolo...”Il Miracolo”. Vedremo!»

MILLENNIUM BUG
di Sergio Gallozzi
liberamente ispirato a "Il Maratoneta" di Luca Coscioni
con Galliano Mariani
regia Christian Angeli
luci e scenotecnica Giacomo Cursi
musiche Marco Lucchi, Stefano Luca
riprese e fotografia video Andrea Littera
aiuto regia Alessia Filiberti
con la partecipazione amichevole in voce di Carmen Lasorella e Andrea Trovato
produzione Teatro Libero Palermo / Indigena
si ringraziano Claudia Margaroli, Daniele Sartori, Giovanna Reanda e Radio Radicale


Un uomo, nel pieno della vita, entra in scena brandendo un assegno. Ha appena svenduto la sua motocicletta: il primo passo della messa in liquidazione della propria esistenza inclusi il lavoro di docente universitario e l'incarico politico in una cittadina della provincia italiana. Con l'aiuto della moglie, il protagonista si appresta ad affrontare gli ultimi anni di vita che lo separano da una inesorabile condanna a morte.
L'identità è presto svelata: il personaggio è Luca Coscioni e la SLA è la sua condanna a morte.
Chiuso tra le mura domestiche, le improbabili rassegne stampa di inizio millennio in sottofondo, Luca si documenta e comprende l'importanza epocale delle recenti scoperte della medicina. Allo stesso tempo, constata come i governi si stiano attrezzando per ostacolarne la sperimentazione.
Da ex maratoneta, sente crescere dentro di sé la voglia di ricominciare a correre una nuovo tipo di gara: farà del proprio corpo, ormai paralizzato e incapace di articolare parola, uno strumento di lotta per la libertà di ricerca scientifica.
La sua mente, il suo pensiero ed il suo corpo irrompono nel dibattito pubblico: si ritrova a tenere comizi, affrontare platee televisive, incontrare premi nobel, difendersi da politici e religiosi.
La sua forza è incredibile, ma sembra che anche il nuovo millennio, come quello appena trascorso, sia votato alla paura di decidere e di agire.
Lontana dal traguardo, la corsa si esaurisce con il sapore amaro della resa di fronte ai risultati di un referendum popolare che chiamava il cittadino a decidere su questioni fondamentali per la vita e la libertà di scelta. Luca guarda il nuovo millennio con lo sconforto del guerriero caduto.
Il pubblico, a dieci anni dalla scomparsa di Coscioni, potrà riflettere sul valore di quella apparente sconfitta.

Intervista di: Ilaria Guidantoni

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