Gabriele Linari: insegnavo agli altri tutto quello che non avevo capito, insegnando imparavo e scoprivo...

Scritto da  Giovedì, 09 Febbraio 2012 
Gabriele Linari

E con i saggi è iniziato il mio percorso da regista…e camminare, camminare, camminare, perché è davvero brutto vedere sul palco un Amleto che non sa camminare, un Otello rigido, una Giulietta con la schiena bloccata…Il motto che mi spendo sempre all'inizio di un laboratorio è: il teatro è una sinfonia di persone che entrano in una stanza…Da come entri in una stanza si capisce chi sei e che problemi hai…

 

 

Caro Gabriele, prima di tutto complimenti per lo spettacolo “Lettera al pare”, recentemente andato in scena al Circolo degli Artisti di Roma…non so cosa dire se non che bello poter assistere e partecipare ad un lavoro così. Da dove iniziare per una piccola intervista se non dalle diverse sfaccettature del tuo percorso teatrale: raccontami qualcosa su di te, sul tuo percorso artistico; sul tuo triplice ruolo nel teatro: regista, attore, insegnante?

Questi sono effettivamente i tre Linari che disperatamente cercano di convivere. Attore sicuramente lo sono da più tempo. Ho iniziato al liceo (Aristofane) con un laboratorio diretto da Giovanni Nardoni e sono ben presto entrato nella compagnia gustando subito le difficoltà di far conciliare il lavoro teatrale con tutto ciò che ci circonda (studio, vita privata). Quindi non ho avuto nessun tipo di formazione, sono partito dalla necessità che c'era da sempre in me…romantico no? Però nel corso dei primi anni (dal 1995 al 2000 ho lavorato in spettacoli professionali con diversi registi, fatto comparsate in TV, spot pubblicitari, provini, provini, provini) nel corso di quegli anni mi sono accorto che il talento non basta. Ormai si era fatto tardi per avviare un percorso formativo e in più qualcosa mi spingeva verso la regia: un'esigenza di capire più a fondo il linguaggio teatrale. Così ho iniziato a fare laboratori in piccole associazioni di Fidene e Montesacro: insegnavo agli altri tutto quello che non avevo capito, insegnando imparavo e scoprivo... E con i saggi è iniziato il mio percorso da regista...

Come insegnante: Che tipo di lavoro svolgi con i tuoi allievi? Su cosa si basa il laboratorio teatrale, quali gli elementi di studio e di approfondimento?

Mi sono basato subito su quello che per me era l'elemento istintivo ma più importante: la capacità di stare sul palco, la presenza scenica, il movimento. Tutte cose su cui non avevo avuto alcuna formazione. Lavorando con la musica e partendo dal mio modello di allora (Charlie Chaplin, nientemeno!) ho subito portato tutto sul piano dell'improvvisazione, creazione e percezione delle atmosfere sceniche, lavoro sullo spazio…e camminare, camminare, camminare, perché è davvero brutto vedere sul palco un Amleto che non sa camminare, un Otello rigido, una Giulietta con la schiena bloccata…Il motto che mi spendo sempre all'inizio di un laboratorio è: il teatro è una sinfonia di persone che entrano in una stanza…Da come entri in una stanza si capisce chi sei e che problemi hai…Da lì, poi, può partire l'astrazione, la sperimentazione, il gusto per il rovescio che io cerco di insegnare anche ai gruppi più giovani, ai licei Aristofane e Lucrezio Caro dove, peraltro, la risposta è straordinaria perché curiosità e spudoratezza lavorano a meraviglia…

Come attore e regista: i tuoi spettacoli sono molto particolari, precisi nella forma tecnica e lavorati con coscienza dal punto di vista drammaturgico…raccontami del percorso che ti porta alla messa in scena.

Di solito parto da suggestioni visive o d'atmosfera. Cerco di delineare dentro di me l'umore con cui - secondo me - lo spettatore dovrebbe uscire…Che poi è l'umore che ho io leggendo gli autori che metto in scena. Come mi sento leggendo Kafka, Flaiano, Gogol'? Amo gli autori non teatrali perché su di loro ho maggiore libertà. Sono contento quando lo spettatore esce dal teatro con la sensazione di aver fatto un sogno strano, di cui magari non ha capito proprio tutto, ma a cui ripensa per tutto il giorno dopo. Poi di solito le prime immagini sono un inizio e un finale, quando ho questi due punti sento di poter lavorare serenamente al cuore dello spettacolo. Vorrei che il pubblico fosse meglio disposto a vedere spettacoli che parlano della situazione interiore dell'uomo contemporaneo, la sua desolazione, la confusione, la velocità impossibile in cui si vive…Mi interessano anche i problemi pratici, certo…Ma l'anima è turbata da tante cose, generiche e astratte, su cui grava quasi una sorta di censura…

Lavori in modo differente gli spettacoli rivolti al mondo degli adulti e a quelli per le scuole?

Non molto. Anzi, spesso spettacoli fatti con la compagnia li ripropongo (con inevitabili "correzioni") ai laboratori dei licei e molte idee nate con le scuole tornano alla compagnia. Il nostro linguaggio è spesso molto semplice e quindi le nostre "cose" si adattano a un pubblico di varia estrazione…Non abbiamo mai affrontato spettacoli per bambini, in quel caso credo proprio che faremmo un lavoro diverso…Ma con un occhio sempre all'educazione del pubblico… Il pubblico è sottovalutato da tutti e spesso rifiutato dalla sperimentazione. Credo che ci sia speranza anche e soprattutto nella capacità di dare a tutti gli strumenti per poter vedere. Molti nostri spettatori affezionati vengono dal teatro "leggero", da commedie dialettali con le credenze di casa in scena e attraverso i nostri spettacoli o i laboratori diventano spettatori affezionati di cose più complesse, di ricerca...

Sei uno dei fondatori della compagnia Labit. Cosa mi puoi raccontare di questa compagnia per conoscerla meglio?

Siamo un gruppo molto ristretto di persone che lavorano su delle idee. Ci amiamo e ci odiamo a fasi alterne. Fatichiamo, ci facciamo domande, spesso abbiamo risposte differenti. Poi troviamo un punto d'incontro e nascono gli spettacoli. Quando sono regista chiedo agli attori grande collaborazione nella fase creativa. Un po' tutti facciamo tutto, nessuno sta mai davvero con le mani in mano. Quando sono anche attore (o nel caso di monologhi) gli altri sono sempre intorno a guidarmi…soprattutto guidarmi lontano da errori fatali! Studiamo tutti di continuo, ci sono persone più scrupolose, altre spudorate e coraggiose, altre prudenti e silenziose…Al momento c'è un nucleo "operativo" che si sta occupando di ufficio stampa, web, video, archiviazione, promozione: Ottavia Nigris, Alessandro Porcu, Matteo Quinzi e Andrea Vaccarella. Ma altre persone, ora impegnate in altre cose, sono sempre vicine al nostro lavoro: Simona Forlani, Veruska Rossi, Raffaella Cavallaro, il nostro musicista Jontom (Luca Tomassini) e il nostro tecnico onnipresente Flavio Tamburrini.

Vogliamo fare un breve excursus dei vostri spettacoli? Delle peculiarità, differenze o similitudini tra uno e l’altro…

Siamo partiti da un'esperienza di laboratorio, un Amleto con 27 persone in scena che nel 2002 ha debuttato col nome LABit…Dieci anni di vita ufficiale! Poi siamo passati alle tragedie greche con "Mani"…Insomma: il grosso ce lo siamo levato subito. Quei primi spettacoli erano pieni di ingenuità, è vero, ma già in linea col nostro lavoro di gruppo, fatto di atmosfere e suggestioni. Poi tanto tanto Flaiano, tanto Kafka. Credo che una linea comune sia anche la gestione dello spazio e degli oggetti, utilizzati con un gusto del gioco cui tengo molto. Oggetti che tornano (anche in modo ossessionante): secchi, scale, tavoli, acqua, libri…Cose semplici ma per me molto suggestive. Segni chiari, credo. mi piace pensare che i miei spettacoli entrano in una macchina e che, volendo, chiunque a casa può rifarli…Chiunque può prendere due ombrelli e trasformarsi in un uomo insetto, gustare il rumore dell'acqua che entra in un secchio nel silenzio o infilarsi una calza sulla testa e scoprire che così, senza più connotati, può essere il protagonista della novella "Il Naso" di Gogol'…

Cosa c’è in cantiere in questo periodo?

Un lavoro molto impegnativo e molto pericoloso. Un nuovo monologo: "Ho morto Petrolini!". Stiamo lavorando sul grande performer romano cercando una chiave alternativa al carosello di tributi illustri che mi hanno preceduto (da Fiorentini a Proietti…diciamo che ho dei modelli abbastanza forti!). Questo spettacolo parte da una piccola performance che io e Jontom portiamo spesso in giro in situazioni "di festa". Ma ora dobbiamo fare un lavoro diverso. Petrolini e i suoi nonsense sono ricchi di malinconia, di graffiante disperazione, una comicità da incubo…O anche l'incubo della comicità, che sta soffocando la società italiana e che utilizza in modo improprio geni come Petrolini. Allora ce lo riprendiamo, lo uccidiamo e lo ridiamo al pubblico. Ci sarà da ridere, anche, questo sì…Ridere mi piace e mi piace sentir ridere…Ma riguardatevi su youtube il video di Petrolini che fa Gastone e osservate bene il modo in cui dice "Ridere, ridere, ridere"…C'è da aver paura…

 

Intervista di: Laura Sales

Grazie a: Gabriele Linari

Sul web: www.teatrolabit.com

 

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