Franco Oppini, la simpatia nel DNA

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 12 Maggio 2013 

Franco Oppini è un volto familiare per tutti gli italiani. L'aggettivo familiare viene spesso impiegato in senso lato: nel caso di Oppini, racchiude in sé quel senso di fraternità, di feeling col proprio pubblico che solo pochi artisti riescono a instaurare. Una lunga strada in compagnia dei Gatti di Vicolo Miracoli (formazione storica di cui facevano parte anche Umberto Smaila, Jerry Calà e Nini Salerno). Poi i Gatti - che per definizione sono bestie indipendenti - prendono ciascuno il proprio cammino. Oppini si è buttato anima e corpo nel teatro di prosa, e lo ha fatto con lo spirito di sempre: serietà, professionalità ai massimi livelli ma soprattutto simpatia garbata, mai invadente. Questo è il segreto del suo successo.

 

 

 

 

 

 

 

 

In Tartuffe sei un convincente Orgone. È il tuo primo Molière?
Ho già recitato ne Le intellettuali, sempre per la regia di Giovanni Anfuso. Testo modernissimo: molti secoli fa il drammaturgo francese si scagliava contro un certo femminismo che si prende troppo sul serio. Praticamente aveva preso coscienza di un qualcosa che noi avremmo capito solo dopo gli anni Settanta. Così come è sempre attuale Tartuffe: basta pensare a quanto malaffare si vede in giro.
Nel mondo dello spettacolo girano più Tartuffe o Orgone?
Tra gli attori sfortunatamente ci sono più Orgone, tra quelli che dovrebbero portare avanti il mondo dello spettacolo più Tartuffe. Siamo circondati da gente che si ammanta di chissà quali meriti, si auto incensano mentre non sono nessuno, cercano solo di fregarti. I produttori veri, i dirigenti veri son pochi, gli altri sono dei quaquaraquà. Son gli attori che ci credono. E spesso ci rimettono.
Tra gli spettacoli in cui hai recitato negli ultimi vent’anni, quello in cui ti sei divertito di più?
Divertito è una parola un po’ generica, nel senso che il divertimento c’è sempre. Posso dire cheTartuffe mi dà molto: si passa dal registro ironico della prima parte al dramma della seconda parte, seppur nel registro grottesco. Poi Al posto mio in cui ero un perverso terribile: ho fatto schifo a mia moglie per quanto apparivo cattivo. Senz’altro ricordo volentieri gli spettacoli con Nini (Nini Salerno, n.d.r.) e Mi ritorni in mente, in cui racconto l’atmosfera degli anni Sessanta, tra festini, gite scolastiche, prime cotte.
Che atmosfera si respirava al Derby?
Eravamo consapevoli di far parte di un grosso fenomeno. Coi Gatti cominciammo a esibirci a 21 anni: eravamo i più giovani della covata, puoi immaginare che emozione lavorare con Mostri sacri come Jannacci (che diresse il nostro primo spettacolo), Cochi e Renato, Villaggio. Tutta Milano ruotava attorno al Derby. Purtroppo non c’era la tv che supportava, la Rai di allora esercitava un certo ostracismo nei confronti dei cabarettisti.
Tra le esperienze televisive, senz’altro Non stop è quella che conservi maggiormente nel cuore.
In realtà sono tanti i lavori televisivi che ricordo volentieri. Certamente verso Non stop c’è un legame affettivo particolare: dopo dieci anni di Derby fai una puntata di Non stop e subito raggiungi l’enorme popolarità, non potevamo neanche più uscire per strada.
Ragazzini negli anni Sessanta, come tutti anche voi Gatti immagino abbiate cominciato dalla musica.
Esatto, eravamo una delle centinaia di band piene di sogni e speranze. Però tra una canzone e l’altra già allora cominciavamo a dire le nostre stupidaggini. Poi certo eravamo figli del Sessantotto, quindi respiravamo l’aria della rivoluzione, la voglia di fare qualcosa di nuovo
Una curiosità. Ma i gatti, nel Vicolo Miracoli, continuano a circolare sui tetti?
Eheh. Vicolo Miracoli è un vicolo storico di Verona. Era conosciuto perché c’era il bordello e l’ufficio delle tasse: come dico sempre, si usciva comunque in mutande. È stato il disegno di una bambina a ispirare il nome Gatti: dopo aver sentito il nostro pezzo Vicolo Miracoli aveva disegnato un vicolo coi gatti.
Il cinema lo consideri un treno perduto?
Ma perché c’è ancora il cinema? No, in verità non ho perso nessun treno, ho solo detto basta a un certo tipo di cinema natalizio: troppi vaffanculo, troppi a li mortacci. C’è stata una separazione consenziente.
Colpisce molto il rapporto amichevole che hai mantenuto con Alba (Alba Parietti, ex compagna di Franco).
Con Alba ci siamo lasciati in maniera molto civile. La mia attuale moglie, Ada Alberti, mi ha ammonito: la persona con cui devi assolutamente tenere un buon rapporto è Alba perché è la madre di tuo figlio. Ed è stata la prima persona che ha invitato al matrimonio. Poi dopo la separazione abbiamo fatto anche teatro insieme. Ci vogliamo molto bene insomma.
Sei una persona almeno all’apparenza riservata, abbastanza schiva. Se dovessimo riassumere con una frase la tua vita, potremmo prendere a prestito uno spettacolo che hai interpretato: Molto rumore per nulla
È vero, gli altri fanno troppo rumore, dicono troppe fesserie sui giornali e in tv. Ci vado raramente perché bisogna dire le cose politically correct, invece essendo io molto politically ‘scorrect’, se mi punzecchiano troppo poi rischio di sbroccare. E non mi chiamano più.
Smaila, ovviamente in tono scherzoso, ha detto che il giorno in cui Calà ha deciso di lasciarvi “purtroppo le armerie erano chiuse”.
Guarda, posso dirti che il giorno dopo in cui Jerry ci ha annunciato il desiderio di andarsene siamo andati a cena insieme tutti e quattro. È stata una separazione incruenta, siamo rimasti fratelli nel vero senso della parola. Sì, poi ogni tanto un fratello può fare qualche cappellata, ma rimane sempre un fratello.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

 

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