Franco Oppini: c’era un ragazzo che è rimasto ragazzo

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 08 Dicembre 2013 

Gli anni Sessanta sono stati favolosi. Al di là della retorica. Fuor di dubbio che chi allora aveva vent’anni abbia conservato un ricordo molto piacevole, perché a quell’età lì è normale essere spensierati. Ma c’è qualcosa di più, in quel decennio: la modernità, così come la intendiamo oggi - nel senso di apertura mentale maggiore - è nata in quell’epoca. Qualcuno (per fortuna non molti) rimpiange i “bei” tempi che furono, prima che la musica facesse da apripista (e da altoparlante) alla rivoluzione culturale. La verità è che questi nostalgici malmostosi mentono anche a loro stessi: se hanno potuto assaporare per la prima volta la promessa della felicità il merito è anche di chi, cinquant’anni fa, cominciò a disegnare per loro una colonna sonora meravigliosa destinata all’immortalità. Franco Oppini li ha vissuti sulla pelle “The Sixties”. Ed è rimasto giovanissimo dentro perché ha avuto la furbizia - forse anche la fortuna - di vivere soprattutto gli aspetti positivi di quella stagione. Basta vederlo in scena, durante lo spettacolo “Mi ritorni in mente”, per capire cosa significa saper trasmettere energia positiva agli spettatori. Insieme a un cast in formissima -Renato Giordano (anche regista), Ambra Lo Faro e Sabrina Crocco - regala due ore di pelle d’oca a tutti: giovani, giovanissimi e agé. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’orchestra (sono tanti, i nomi non si possono elencare ma sappiano che sono tutti davvero bravi).

 

 

 

Abbiamo incontrato Franco, amico di SaltinAria: l’aprile scorso abbiamo sorvolato insieme a lui quarant’anni e rotti di carriera, con la leggerezza che solo i veri artisti sanno avere. La stessa leggerezza (in senso calviniano eh, quindi profonda) che troverete nelle righe che seguono.

 


Spiegami come mai anche a un ragazzo di trent’anni viene la pelle d’oca sentendo le canzoni che avete proposto questo pomeriggio
«Guarda devo dirti la verità: anche a me, interpretando certi pezzi di Battisti, Lucio Dalla, è venuta la pelle d’oca. Poi stasera c’erano degli amici speciali - la “Gatta di vicolo Miracoli”, che aveva cominciato con noi. Perché vedi la bella musica c’è ancora oggi, però dove la trovi un’epoca che ha visto insieme i Beatles, i Rolling Stones, l’avvento delle chitarre elettriche? Nello spettacolo cantiamo il repertorio storico italiano, e in quegli anni c’era una stagione floridissima di autori, di cantanti che eseguivano le proprie composizioni di altissimo livello. Quelle canzoni rispecchiavano il clima di rivoluzione culturale che si sentiva nell’aria, ecco perché venivano così bene. Ed ecco perché sono rimaste, a distanza di molti decenni. Una volta dieci anni fa ho “fregato” mio figlio: mi ha fatto vedere il disco Dark side of the moon e poi mi ha chiesto se lo conoscessi; io gli ho risposto “ma Francè, sei fuori? Io sono cresciuto coi Pink Floyd».

 

Ho l’impressione che il rapporto ‘fisico’ che allora avevate coi dischi permettesse di vivere la musica più a fondo
«Non è un caso che i long playing stiano tornando in commercio, perché effettivamente il loro fruscio aveva in sé un’anima. Andavi in discoteca (che all’epoca significava negozio di dischi) e li ascoltavi insieme alla tua ragazza, alla persona al bancone che te li vendeva»

 

Forse anche il fatto che fosse così difficile conquistare le ragazze consentiva di creare legami più solidi
«Beh lo credo che si creava una conoscenza profonda, ci volevano mesi prima di “cuccarle”. Noi siamo stati quelli che hanno creato le basi della libertà sessuale ma in fin dei conti l’abbiamo vissuta poco, non eravamo maturi per realizzarla veramente. Questa maggiore difficoltà diventava poi un sogno realizzato quando riuscivi a creare una relazione. Nello spettacolo che hai visto c’è un passaggio in cui due giovani ragazze si domandano l’un l’altra se hanno già provato il bacio con la lingua. Adesso non ne discutono neanche: nascono già fatte. Poi l’approccio timido che avevamo, per cui quando ti avvicinavi per ballare, anche solo sentire il loro profumo ti mandava in delirio»

 

Comunque non dai l’impressione di un nostalgico, sembri una persona che accetta serenamente lo scorrere del tempo
«Sì difatti io osservo benevolmente le evoluzioni del costume. L’importante è che non ci si isoli, perché purtroppo da quel che vedo in giro mi sembra che i social network stiano creando una barriera, un ostacolo al rapporto vero. Avere mille amici è umanamente impossibile: gli amici veri della mia storia personale sono quattro o cinque. Una volta uno di loro mi fa: “Franco andiamo a Lipsia”. Io non gli ho neanche chiesto cosa andavamo a fare, ho accettato punto e basta. Questa è l’amicizia vera. Quella via Facebook cosa vuoi che sia».

 

Parlando con mia madre mi ha detto: “Salutami Oppini che è simpaticissimo, ma non ho mai capito perché li chiamano favolosi anni ’60”. Forse vuole dire che attorno a quell’epoca si è creata anche molta retorica…
«Sicuramente c’è anche molta retorica, perché il passato sembra sempre più bello. Però posso dire che non c’era nessuna finzione da parte nostra: ci credevamo veramente, eravamo consapevoli di vivere una grande stagione, molto esaltante. Quindi favolosi in questo senso: c’è stato tutto, e difficilmente in futuro si replicherà qualcosa di simile».

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

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