Francesco Petruzzelli: “Vox Family”, un grottesco viaggio alla scoperta della fobia della normalità

Scritto da  Lunedì, 15 Gennaio 2018 

Dopo la vittoria al Festival inDivenire, nella sezione Prosa, torna sul palcoscenico dello Spazio Diamante, da venerdì 19 a domenica 21 gennaio, “Vox Family”, il brillante e intenso spettacolo scritto e diretto da Francesco Petruzzelli, per il quale ha ottenuto, inoltre, il Premio come autore del Miglior testo del Festival. Abbiamo intervistato Petruzzelli, per svelare qualche dettaglio sulla genesi dello spettacolo e ripercorrere alcune tappe del suo passato, indubbiamente ricco e poliedrico, nelle vesti di attore.

 

Francesco PetruzzelliCiao Francesco, è un piacere incontrarti sulle pagine di SaltinAria in occasione del ritorno in scena di “Vox Family”, il lavoro da te scritto e diretto che lo scorso ottobre si è aggiudicato il premio come Miglior progetto di Prosa e Miglior Testo alla prima edizione del Festival inDivenire. Puoi raccontarci la genesi di questo lavoro?
Ciao Andrea. Grazie a te di avermi voluto ospite della tua testata. La genesi di “Vox Family” ha origine all'Accademia Nazionale D'Arte Drammatica Silvio D'Amico, dove ho studiato recitazione nel triennio 2009-2012 e dove ho avuto occasione di incontrare, attraverso percorsi più o meno lineari, tutti i componenti del cast che oggi lo porta in scena. L'Accademia organizza ogni anno un festival teatrale completamente gestito dagli studenti, dal titolo “Contaminazioni”, in cui gli allievi attori e registi hanno l'opportunità di misurarsi con progetti di propria scelta ed anche di applicarsi nella creazione di testi originali, in una situazione di maggiore tutela e minore rischio rispetto al selvaggio mondo della professione. Io, fin dal primo anno, decisi di sperimentarmi nella scrittura, poiché troppo rispettoso per azzardarmi a “torturare” gli autori classici sui quali i giovani attori non vedono l'ora di mettere le mani. “Vox Family” quindi risale al terzo ed ultimo anno di Accademia e al mio ventiduesimo anno di età. Non vide mai la luce però, almeno fino alla presentazione per il premio “InDivenire”, perché fui chiamato a lavorare subito dopo il diploma e dovetti lasciarlo a risposare in attesa di una nuova occasione.

La trama pone al centro dell’intreccio narrativo un nucleo familiare apparentemente ordinario ma in realtà a ben guardare decisamente sui generis. Come è nata l’ispirazione per la drammaturgia e quali dinamiche relazionali ti prefiggevi di indagare?
L'ispirazione di questa commedia risale ad una osservazione della realtà a me circostante, la realtà di quando ero bambino. Non so se valga per tutte le generazioni ma quella a cui appartengo ha sicuramente subito un costante e sistematico bombardamento da parte dei genitori, affinché dimostrasse, fin dall'infanzia, un qualche talento, magari straordinario e quindi precoce, per una qualsiasi attività. E così, mentre io venivo lasciato in pace davanti alla tv o a disegnare e fare i compiti per interi pomeriggi, la maggior parte dei miei compagni di classe si doveva districare tra i corsi più disparati di qualsiasi strumento musicale o tra un numero decisamente incongruo di allenamenti di diversi sport, solo per forzare la maturazione di una naturale eccezionalità che avrebbe anche potuto essere assente. In questo senso il testo può definirsi autobiografico, perché deriva dal ricordo di una mania sociale di cui sono stato testimone ma fortunatamente non vittima: la fobia della normalità. Questa mi ha inevitabilmente portato ad affrontare il rapporto che lega le madri ai figli ed anche la tradizionale (almeno secondo la mia esperienza) assenza dei padri nelle vite della prole.

Vox FamilyCon la Compagnia Sus Babi Teatro porterai nuovamente in scena “Vox Family” dal 19 al 21 gennaio presso lo Spazio Diamante di Roma. Ne sono protagonisti sette interpreti, puoi presentarceli brevemente descrivendoci il loro ruolo?
Essere sintetico su questa risposta, per me che sono la logorrea incarnata è molto complesso. Ci provo. Carlotta Mangione, vincitrice del premio InDivenire come migliore attrice protagonista, interpreta il ruolo della Madre in “Vox Family”, ovvero l'incarnazione dell'ossessione sopracitata dei genitori rispetto alla supposta genialità dei figli. Lei ed Astro, il figlio, interpretato da Lorenzo Parrotto, presentano il quadro iniziale della storia: quello di una madre maniaca ed anaffettiva costretta a rapportarsi ad un figlio irrimediabilmente mediocre. A questi si aggiungono: Il Padre, interpretato da Michele Lisi, al quale spetta il gravoso compito di ritrarre la figura del grande assente, il tassello mancante di un mosaico familiare verso cui prova il terrore dell'inadeguatezza e della costrizione a un dovere che non ha scelto; Roberta Azzarone, Luigi Biava e Cristina Poccardi, che vestono i panni dei nonni ai quali spetta la missione di dire sempre la verità ed aiutare le nuove generazioni a guardare con brutale distacco alla realtà, onde evitare le trappole delle illusioni cui l'amore ci espone e, infine, Cristina Pelliccia, la Maestra di Astro: colei che facendosi ambasciatrice del mondo esterno innesca la reazione che porterà allo svelamento del segreto che il giovane protagonista custodisce gelosamente.

Quali ritieni siano le caratteristiche più preziose ed originali di questo lavoro e quale direzione registica hai perseguito per esaltarle al meglio?
Non so se definirei originale, sotto qualunque punto di vista, il testo che ho scritto, dal momento che ritengo sia ormai impossibile inventare o creare un prodotto di qualsiasi genere che non abbia alle spalle, anche all'insaputa dell'autore, almeno una decina di precursori. Posso dire però che ho voluto adottare, sia nella scrittura, che nella direzione degli attori, una linea esplicitamente grottesca, incoraggiando uno stile di recitazione che fosse smaccatamente sopra le righe, ai limiti di una riproduzione quasi disneyana dei caratteri portati in scena. Questo in ragione della convinzione che ho sempre nutrito, e che ho ritrovato nell'insegnamento di una mia Maestra, Anna Marchesini, che attraverso il grottesco si possa raggiungere il sublime risultato di ridere del tragico e piangere del comico. Direi che ottenere questo contrasto sia stato uno degli intenti principali della mia scrittura e direzione. Non ho peraltro la presunzione di definirmi un regista a tutti gli effetti. Sono un attore che ha diretto una commedia da lui scritta e per farlo non ho mai voluto o potuto permettermi di prescindere dalle straordinarie doti del cast. Un gruppo di amici e colleghi che stimo tantissimo e le cui idee e il cui vulcanico spirito di iniziativa hanno reso davvero possibile realizzare questo spettacolo.

Vox FamilyTi sei diplomato in Recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Quale bagaglio conservi di questo percorso di studi e quali ritieni siano state le esperienze, gli incontri, le tappe che lo hanno caratterizzato più distintamente?
Penso di avere in parte già risposto a questa domanda, citando attività o insegnanti che hanno contribuito ad arricchire il mio bagaglio di esperienze come essere umano e quindi anche come attore. Ma voglio cogliere questa occasione per sottolineare quanto siano stati fondamentali per me, oltre agli incontri con gli insegnanti, i percorsi condivisi con i colleghi. Nel Teatro più che in qualunque altro contesto professionale e nel processo di formazione teatrale, più che in ogni altro iter pedagogico, si avverte l'esigenza di stringere rapporti di amicizia con i colleghi, a servizio e a beneficio della performance. Ritengo che ciò derivi prima ancora che da un bisogno umano, dalla natura stessa del recitare che è sì un lavoro ma con la più consistente componente di gioco di qualsiasi altra pratica. Spesso, quando due attori si conoscono e si piacciono come persone, esprimono poi il desiderio di lavorare insieme. L'incalcolabile fortuna che frequentare l'Accademia mi ha procurato è stata quella di mettere sulla mia strada Carlotta Mangione, Roberta Azzarone, Michele Lisi, Cristina Poccardi, Lorenzo Parrotto, Cristina Pelliccia, Luigi Biava ed altri che non nomino per brevità. “Vox Family” è la dimostrazione di quanto affermo.

Hai avuto l’occasione di lavorare con Luca Ronconi, in particolare nei laboratori condotti al Centro Teatrale Santacristina su “Il cuore infranto” di John Ford, “L’inappetenza” di Rafael Spregelburd e “La commedia dei matti assassini” di Giuliano Scabia. Che ricordo custodisci di queste esperienze di lavoro col maestro Ronconi?
Intensa è il primo aggettivo che mi viene in mente se provo a ricordare l'esperienza dei laboratori di Luca Ronconi presso il C.T. Santa Cristina. Come accaduto in seguito all'incontro con Anna Marchesini, e forse ancor più di allora, lavorando con Luca Ronconi ho potuto esperire sul serio cosa significhi la parola dedizione. Cado spesso nel tranello di pensare che l'esaltazione massima del lavoro dell'attore risieda nella presentazione al pubblico del proprio operato. Il Maestro Ronconi mi ha dato prova che il vero attore, il vero regista o comunque chi vive realmente di Teatro, gode profondamente prima di tutto a provare. Quella è la fonte di gioia e di esaltazione, seppure anche di fatica, per chi costruisce uno spettacolo. Non scorderò mai la frase che disse un giorno a me e ai mie colleghi durante un laboratorio su “Questa Sera si Recita a Soggetto” di Pirandello: “Il bravo attore si vede dalle prove, non dall'andata in scena”. Si riferiva a Vittorio Gassman e ne citava la bravura e l'abnegazione nel corso delle prove di uno spettacolo fatto insieme che poi, al debutto, risultò mediocre. Non ricordo di quale spettacolo si trattasse ma, ascoltando le parole di Ronconi, mi rendo conto che questo dettaglio non è importante.

Vox FamilyMi colpì particolarmente la tua struggente interpretazione in “L'inferno è solo una sauna”, uno studio condotto da Valentino Villa sul testo di Katja Brunner nell’ambito di Fabulamundi. Playwriting Europe. Come ti eri preparato al tuo ruolo indubbiamente impegnativo in questa pièce?
Il ruolo dell'Ermafrodita è stato uno di quelli che fino ad ora ho amato di più. La guida di Valentino Villa nell'affrontare, non solo un personaggio, ma un testo di difficilissima comprensione e resa è stata vitale. Valentino possiede la straordinaria capacità di farti sentire sicuro nella completa insicurezza. In questo come nell'allestimento del saggio “Noi Gli Eroi” di Lagarce (a proposito di felici incontri accademici) é stato portato avanti un lavoro di progressiva sottrazione, che il più delle volte viene maldigerito dagli attori e rifiutato, per paura che, dall'esterno, non si veda nulla di quel che gli interpreti (non)fanno in scena. Nel caso dell'Ermafrodita, ad esempio, non è stata necessaria una preparazione pedissequa del personaggio come caso clinico. Certo ho fatto delle ricerche per avere un'idea chiara di quali fossero le possibilità più concrete di questa creatura ma l'indicazione chiave per la sua resa è stata semplicemente quella di ascoltare. Anche quando egli non parla o non agisce in scena, infatti, chi lo circonda parla di lui, del suo caso, di cosa sia giusto o sbagliato infliggergli per modificare la sua situazione. Prestare ascolto a tutto questo era già sufficiente per vivere la condizione psicologica, più che fisica, dell'Ermafrodita e restituirne l'interiorità emotiva come il frutto di una reazione incidentale e non voluta o preindicata da attore e regista.

Un progetto estremamente interessante al quale hai lavorato è stato “Amore e resti umani” di Brad Fraser, diretto da Giacomo Bisordi per la compagnia Barbaros, interpretando nella terza stagione di repliche romane il ruolo dell’efferato serial kille Bernie. Quale sinergia si è instaurata con la compagnia e quali pieghe di un personaggio così controverso e sfaccettato hai privilegiato con la tua interpretazione?
La compagnia dei Barbaros era, come la Sus Babi, e l'Uomo di Fumo, composta esclusivamente di amici ed ex compagni di accademia, spinti, prima che dal bisogno di lavorare, dal bisogno di lavorare insieme e portare avanti un progetto che interpreti e pubblico avevano amato profondamente. Creare sinergia con Giacomo Bisordi, ex compagno di Accademia, e con la visionaria e geniale produttrice e attrice Cristina Poccardi, conosciuta proprio in occasione del saggio di diploma di Giacomo, è stato il fulcro ed il vero piacere di questa esperienza. Per quanto riguarda Bernie, il mio approccio a lui è stato lo stesso che preferisco adottare quando mi viene chiesto di vestire i panni di un antagonista, ovvero quello di partire dal presupposto che il personaggio ha ragione. Se agisce in un certo modo, per efferato che sia, dev'essere spinto da delle motivazioni inoppugnabili che semplicemente gli altri non comprendono. Cerco anche di empatizzare con il soggetto scritto dall'autore, trovando i moventi che potrebbero suscitare anche in me stesso le medesime reazioni. Bernie, ad esempio, non soffre perché non è amato, ma, più sottilmente, perché non viene più amato da chi gli aveva dichiarato il proprio amore. Chi non si è trovato in questa situazione? Chi non ha concepito pensieri omicidi per questo? Ecco, la differenza tra Bernie e il resto del mondo è che lui ha messo in pratica un istinto assolutamente naturale e, nella logica dell'amore, legittimo.

Lo scorso anno hai recitato in un altro lavoro prodotto da Sus Babi Teatro, una restituzione in chiave moderna del “Caesar” shakespeariano con la regia di Alessandro Marmorini. Come avevi plasmato il tuo Antonio?
Ancora una volta non posso assumermi il merito o la responsabilità (o la colpa) della creazione di un personaggio, senza condividerne la maggior parte con il regista. Alessandro Marmorini ha voluto, con il suo adattamento del Giulio Cesare di Shakespeare, affrontare il tema dell'incapacità di una giovane generazione, castrata dai propri predecessori, di sostituire al comando la classe dirigente che sta decadendo ma non cede il posto al nuovo che avanza. I giovani fremono per ottenere il potere ma, una volta acquisito, non sono in grado di gestirlo. Antonio rappresenta, in questa lettura, lo stadio intermedio tra il vecchio regime e la rivoluzione. Benché giovane, egli ha trovato una nicchia all'ombra del potere, vicino al sole ma dove ancora non scotta, per sopravvivere e prosperare come un parassita. Nel farlo però pare aver sviluppato un reale affetto per Cesare del quale si ritiene erede morale. Alessandro Marmorini mi ha quindi guidato nella costruzione di un sistema da sindrome di Stoccolma al contrario dove non è la vittima a simpatizzare per il carnefice ma il simbionte ad amare il proprio ospite, prima di essere costretto a trovare un nuovo organismo da consumare.

Francesco PetruzzelliIl tuo percorso attoriale più volte si è intrecciato con le terre d’oltremanica: hai studiato alla prestigiosa Guildhall School of Music and Drama di Londra, hai recitato in “Romeo & Juliet Post Scriptum” di Annika Nyman al Fringe Festival di Edinburgo, sei docente di Acting in English presso la scuola romana Mondo Artistico. Quanto profondamente il teatro inglese ha permeato la tua formazione e quali dei tratti del suo dna dovremmo carpire per rivitalizzare l’universo teatrale italico?
Comincio col dire che recitare in una seconda lingua è una palestra formidabile per gli attori ed è un'esperienza che consiglio a tutti i colleghi di provare almeno una volta, anche per riconquistare, con maggiore consapevolezza, la propria lingua madre. Per me gli studi e i lavori compiuti a Londra sono stati impagabili. Nell'ultima pièce da te citata, “Romeo and Juliet Post Scriptum”, diretta dalla poliedrica Georgia Lepore, mi sono nuovamente reso conto di quanto vi sia maggiore concretezza nella cultura teatrale anglosassone. Se rileggo le mie risposte su lavori svolti in passato, mi accorgo che, nella maggior parte di esse ho dedicato molto spazio ai registi da cui sono stato diretto. Questo accade non certo perché desidero dimostrare qui la mia stima ed il mio affetto per i miei datori di lavoro ma perché, da attore italiano, è inevitabile che nel mio bagaglio di esperienze il confronto col regista assuma un ruolo preponderante, assai di più di quanto farebbe se fossi inglese o lavorassi nel Regno Unito. Il teatro Italiano è un teatro di regia, quindi si fonda sul pensiero, sull'idea che un regista decide di proiettare su di un testo o che da esso gli viene suscitata. Questo presenta il vantaggio che si tratti di un teatro non scontato, profondo, di analisi e ricerca di un punto di vista, almeno nei casi meglio riusciti, originale. Lo svantaggio è che l'esigenza di pensare e indurre in altri una produzione coatta di pensieri prevarichi l'azione e ne comprometta la comprensibilità. Il teatro Inglese, al contrario, che può a mio avviso peccare di superficialità e spingere lo spettatore a mettere in dubbio perfino l'utilità di un regista, presenta il pregio di mettere l'accento sull'azione compiuta in scena e non sull'analisi dell'opera che se ne dovrebbe dedurre. Declan Donnelan ha confermato questa mia percezione notando che in Italia gli spettatori spesso vanno a teatro grazie al richiamo del nome di un regista importante, laddove in Inghilterra, capita che nemmeno gli attori che vedono uno spettacolo abbiano idea di chi diriga ciò a cui assistono. L'ideale ovviamente , per me, sarebbe riuscire ad assorbire anche in Italia parte di questa concretezza e rispetto per l'azione così spontanei per il teatro anglosassone.

Mi incuriosisce molto l’esperienza che hai vissuto con il collettivo bielorusso Belarus Free Theatre, con cui hai recitato in “Red Forest”, un lavoro fortemente connotato politicamente che andava a denunciare lo strapotere e la violenza esercitata dalle multinazionali. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Probabilmente “Red Forest” rimane ancora lo spettacolo di cui ho maggiormente apprezzato il processo creativo. Noi attori eravamo continuamente stimolati a fare proposte e ad allestire improvvisazioni e studi su temi dati. Alla fine di 5 settimane ho avuto il privilegio di assistere alla esposizione in forma di atto teatrale di ciò che quattordici sconosciuti avevano deciso di condividere su un determinato argomento di attualità. Ho anche capito tuttavia quanto sia delicata l'operazione di fare un teatro di protesta e quanto facilmente si cada nelle contraddizioni che si desidera denunciare. L'allestimento è costato molto , perché ha richiesto un dispiegamento di mezzi notevole. Inoltre scegliere di usare litri e litri di acqua in uno spettacolo che denuncia la scarsità di risorse del pianeta offre il destro ad accuse di ipocrisia e a dibattiti che spostano il focus della questione in esame. Anche per questo, la ritengo comunque un'esperienza di grande arricchimento e molto più istruttiva di altri lavori che magari non hanno suscitato critiche ma non hanno neppure lasciato un segno in chi li ha svolti o vi ha assistito.

Dopo il ritorno in scena di “Vox Family” hai altri progetti in cantiere per il prossimo futuro?
Per quanto suoni come una battuta da film di spionaggio di serie z: non sono autorizzato a rispondere a questa domanda. Sul serio: tutti i progetti in cui sono coinvolto nell'immediato futuro devono ricevere delle conferme definitive. In ogni caso, finché non diventa presente, il futuro non esiste quindi non c'è da preoccuparsi, per ora bisogna soltanto assicurarsi che, quando i prossimi 19-20-21 gennaio diventeranno una serie di “oggi”, ci si trovi a vedere “Vox Family” allo spazio Diamante.

 

Sus Babi Teatro presenta
VOX FAMILY
testo e regia Francesco Petruzzelli
con Carlotta Mangione, Roberta Azzarone, Michele Lisi, Cristina Poccardi, Cristina Pelliccia, Lorenzo Parrotto, Luigi Biava
disegno Luci Marco D'Amelio
spettacolo vincitore Premio inDivenire sezione Prosa

 

Spazio Diamante - Via Prenestina 230 B, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6794753
Orario spettacoli: 19 e 20 gennaio ore 21, 21 gennaio ore 18
Biglietti: 11,5 € (Il botteghino aprirà 1 ora prima della spettacolo)
Prevendita:
Botteghino del Teatro Sala Umberto - Via della Mercede 50, Roma
Botteghino del Teatro Brancaccio - Via Merulana 244, Roma
Ticketone.it e presso i punti vendita tradizionali

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Maresa Palmacci, Ufficio stampa Spazio Diamante
Sul web: www.spaziodiamante.it

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