Francesco Paolantoni: il pubblico è il mio migliore psicoanalista

Scritto da  Francesco Mattana Venerdì, 30 Novembre 2012 

Francesco Paolantoni è un attore che non solo ama il teatro, ma lo rispetta. È importante sottolineare l’aspetto del rispetto, perché chi veramente fa col cuore il mestiere dell’attore, si sente completo solo nella dimensione del palcoscenico. Faccia a faccia con un pubblico pagante che è venuto apposta perché stima il tuo lavoro, e ritiene di poter passare due ore allegre in compagnia di un artista intelligente. L’ultima ‘fatica’ teatrale di Francesco (fatica tra virgolette, perché l’elemento del divertimento prevale su qualunque forma di stress pre o post spettacolo) va in scena al San Babila. ‘Che fine ha fatto il mio Io’ è il titolo dello spettacolo in cui Paolantoni mette a nudo le insicurezze di un uomo che ha superato la soglia dei 50 anni. E riesce a superare questa fase di stallo emotivo confrontandosi col pubblico, in una sorta di terapia di gruppo comica e aperta agli spunti dell’improvvisazione. Il brillante protagonista di Mai dire gol e Quelli che il calcio riesce a coniugare a teatro comicità e riflessione. Un binomio che solo i bravi attori riescono a proporre.

 

 

Il protagonista del tuo spettacolo sta cercando di mettere ordine tra i grovigli del suo Io. C’è qualcosa di autobiografico?
Indubbiamente sì. Superati i 50 anni arriva una fase in cui ti fai delle domande, e non sempre le risposte arrivano immediate. In realtà è un momento di grande confusione, di incertezze per tutti. Rivedo con ironia, con umorismo tutto il malessere esistenziale che proviamo in questo periodo.
Si avverte, durante tutta la tua recita, la volontà di sfondare la cosiddetta ‘quarta parete’
Sì mi diverto molto a relazionarmi col pubblico, mi piace quando interviene e contribuisce a confezionare lo spettacolo. Ogni sera vivo l’umore del pubblico, e mi dà modo di trasformare lo spettacolo a seconda dei sentimenti che avverto in sala.
Nel tuo caso, viene spontaneo pensare a una vocazione naturale per la recitazione
Mi ritengo fortunato, faccio il lavoro che desideravo fare da bambino. Mia sorella, più grande di me di tredici anni, mi portava a vedere i film americani (ad esempio adoravo Kirk Douglas). Diciamo che ho realizzato il sogno solo in parte, nel senso che da bambino sognavo di diventare un attore americano. E invece sono ancora napoletano.
Da quale Napoli provieni?
Io nasco nei Quartieri spagnoli, quindi ambiente ‘scugnizzoide’ al massimo. Poi mi sono trasferito in un quartiere più benestante, quindi ho conosciuto entrambe le facce della città. Mi attira molto la Napoli popolare e amo riproporla in alcuni personaggi. Il pizzaiolo Ciro era di Pozzuoli: avevo degli amici a Pozzuoli, e mi sono rifatto a loro per creare il personaggio.
A un certo momento entri nel cast di “Indietro tutta”, nel ruolo di Cupido. Come ti notò Arbore?
Arrivò tra le mani di Arbore un video nel quale vincevo un festival del cabaret. In questo modo entrai nella ciurma scanzonata di Indietro tutta. Certo non era facilissimo emergere in quel contesto, perché Frassica la faceva da padrone. Però l’esaltazione di far parte di un programma che già in partenza sai che entrerà di diritto nella storia della televisione, quella c’era.
Con la Gialappa’s quando vi siete conosciuti? È interessante che vi siate amalgamati così bene, pur appartenendo a universi comici all’apparenza differenti
Ho conosciuto la Gialappa’s quando lavoravo su Odeon TV a un programma che si chiamava Telemeno, di cui loro erano autori. Sì è vero, la magia di Mai dire gol consisteva proprio nel riuscire a creare una simbiosi con comici di formazione così differente. Il risultato finale era eccellente: il giorno dopo tutti parlavano del programma. Un fenomeno che nella tv di oggi non si verifica.
Invece col gruppo Dandini-Guzzanti qualche piccola crepa c’è stata…
Sì ma non erano crepe sul piano personale, riguardavano più che altro il metodo di lavoro.
Loro fanno un tipo di varietà politicizzato che adoro come spettatore, ma non è il tipo di comicità mio. Preferisco, per un fatto di temperamento mio, giocare sui temi esistenziali più che sull’attualità.
Il napoletano a Milano è uno stereotipo. Tu come hai vissuto l’impatto?
Ho vissuto a Milano e ho fatto delle esperienze professionali esaltanti in questa città. Non vivevo però stabilmente, perché quando potevo scappavo a Napoli. Ho vissuto la stagione dell’apertura dello Zelig, nell’ ’86. Devo dire che all’inizio l’impatto fu un po’ da emigrante, non piacevolissimo. Ma poi tutto si è risolto, ho dei bellissimi ricordi legati a questa città.
Quando fai il personaggio di Ruggero De Lollis emerge nitidamente la tua passione per il teatro classico. Dì la verità, ti piacerebbe fare un bell’Amleto…
Amleto lo farei, ma dandogli una connotazione comica. Comunque il teatro classico l’ho frequentato, e anche con un buon successo. L’anno scorso proprio qui al San Babila ho recitato in Uomo e galantuomo di Eduardo. Poi ho fatto La dodicesima notte di Shakespeare. L’amore per Eduardo è scontato, ma mi piace moltissimo anche Shakespeare. Mi piacerebbe che i testi del Bardo venissero proposti in maniera più leggera, più fruibile, perché la scrittura di Shakespeare non era affatto pesante.
Tu sei un napoletano non superstizioso. Da non superstizioso, immagino che quella volta in cui i tifosi del Napoli ti ‘accusarono’ di portare sfortuna ti abbia ferito
Più che ferito mi ha fatto rabbrividire. Mi sembra folle l’atteggiamento di alcuni tifosi, che perdono completamente la lucidità. Si dice spesso che la madre dei cretini è sempre incinta. Ma la madre dei tifosi, in certi casi, è la più cretina di tutte.
Un signore di 56 anni quali sogni ha nel cassetto?
Ma sai ho fatto un po’ tutto. Sono molto appagato dalle esperienze televisive e teatrali. Forse manca un bel film: a quel punto, potrei dirmi interamente soddisfatto.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Grazie a: Francesco Paolantoni
Sul web: www.teatrosanbabila.it

 

 

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