Francesco Chiantese: “Silere”, un progetto sul silenzio

Scritto da  Sabato, 19 Settembre 2020 

Un progetto singolare, quello sul silenzio al centro dell’azione scenica, promosso da Francesco Chiantese - napoletano, vive a Pienza e lavora a Siena - con la sua Accademia Minima senese, a metà tra una residenza artistica e una rassegna, in programma a Rocca d’Orcia dal 2 al 4 ottobre, che vive il genius loci.

 

Cominciamo dal progetto-spettacolo Silere.
“E’ complicato descriverlo perché è a metà tra una residenza artistica e una mini rassegna. In realtà si tratta una residenza aperta però al pubblico per tre giorni (dal 2 al 4 ottobre), durante i quali la compagnia si trasferisce nella Chiesa seicentesca di San Simeone a Rocca d’Orcia, frazione del comune di Castiglione d’Orcia, un paese che troveremo quasi disabitato perché è una località turistica che d’inverno ha circa 7-8 residenti.”

Cosa racchiude il nome?
“Il termine viene da una parola latina che significa ‘silenzio’ ma nell’accezione particolare di immobilità. A differenza di taceo, il verbo sileo, il quale si ipotizza che in origine abbia indicato appunto l’assenza di movimento, ha un valore più ampio rispetto al semplice atto del non parlare, in quanto denota un silenzio che coinvolge non solo le parole, ma anche gli atti. Il verbo è particolarmente adatto a descrivere la quiete delle ombre dell’Ade; ad esempio, il riferimento ai morti in Virgilio come umbraeque silentes (Aen. 6, 264) sottolinea l’incapacità di emettere suono attraverso la loro incorporeità, insieme all’immobilità e al silenzio del regno dell’oltretomba. Nello stesso tempo secondo un’accezione sanscrita, da cui il prefisso “si”, indica anche la relazione o il legame. Sebbene questa versione etimologica sia ormai poco accettata, la suggestione allude al fatto del silenzio come ascolto, accoglienza, un vuoto creativo che apre alla relazione.”

Come nasce l’idea?
“Dall’abitudine della compagnia di chiudersi una volta l’anno in una residenza in totale isolamento, generalmente un convento, mentre quest’anno abbiamo sentito il bisogno di aprirci al pubblico”.

Quasi un paradosso con i tempi che corrono e il fiorire di iniziative in streaming.
“Non abbiamo tanto riflettuto su questo aspetto, ma vero è che il nostro metodo di lavoro prevede il lavoro in presenza quale conditio sine qua non. Infatti nel periodo del confinamento la nostra bottega è stata chiusa e non abbiamo fatto neppure lezione agli allievi in video. L’unica attività in linea sono state delle chiacchierate mie con i colleghi che poi abbiamo inviato agli allievi.

Cosa racconta l’appuntamento in Val d’Orcia?
“Iniziamo con uno spettacolo per bambini, Babayaga, ispirato ad un personaggio delle fiabe dell’est europeo, sulla paura. Da tempo siamo molto legati alla cultura dei paesi dell’est e in particolare della Romania. Un secondo appuntamento è un mio lavoro, un primo studio su La leggenda del grande inquisitore, tratto dal testo di Dostoevskji. Quindi una perfomance corale, Ego me absolvo, fruibile da uno spettatore alla volta che sarà in un confessionale della chiesa; mentre lo spettacolo per me più significativo è Corale, che stiamo preparando adesso e che sarà costruito site specific sul testo biblico del Qoelet, sul tema della caducità del tempo che in questo momento è probabilmente molto sentito. Per scelta non faccio riferimento al Coronavirus però è evidente che l’inconscio collettivo emerge. Lo spettacolo è costruito come una danza coinvolgendo, seppur a distanza, gli spettatori, con un lavoro sul suono del posto e sulla ciclicità della parola. L’idea è di avere anche durante i monologhi la compresenza degli attori sul palco o comunque in scena. C’è infatti in questo momento un forte bisogno di fisicità da ritrovare in un modo o nell’altro, di ritrovare l’armonia con la natura. Per finire una Passeggiata silenziosa tra meditazione e training con la visita al borgo e, infine, il Saluto agli spettatori, con un’iniziativa di baratto che dovremmo capire come organizzare in sicurezza scambiando ad esempio una poesia con un dolce o una canzone con un frutto.”

Ci sarà una memoria di questa esperienza?
“Abbiamo pensato che produrremo del materiale che comporrà il numero unico di una rivista cartacea che sarà spedita agli spettatori, ancora nessun titolo ma l’idea di un appuntamento annuale.”

Lavorare con luoghi inusuali per te è frequente. Da cosa nasce questa attitudine?
“In effetti anche la sede dell’Accademia Minima, una bottega nel senso antico del termine, è nella Corte dei Miracoli di Siena, di cui sono responsabile artistico, che è un ex manicomio”.

Ci siamo conosciuti in un altro ex ospedale psichiatrico, il San Salvi di Firenze, e so che hai lavorato anche al Gaetano Pini di Milano.
“Ho una certa frequentazione con i luoghi dell’ex detenzione dei malati mentali, come con le chiese sconsacrate e soprattutto quest’estate ho lavorato in grotte, acquedotti e luoghi ‘strani’ pensando al teatro forse perché il respiro di un luogo crea magia, soprattutto quando ha delle particolarità.”

Ci sono già nuovi progetti e appuntamenti per la stagione?
“Non parlerei ancora di appuntamenti data la fluidità e precarietà della situazione, ma sarò in giro con lo spettacolo La leggenda del grande inquisitore e con Sorelle, atto unico sul libero arbitrio, che prevede pochi spettatori distanziati e ha debuttato proprio un paio di giorni dopo la riapertura dei teatri per una strana coincidenza, dato che il concept è nato prima della vicenda di emergenza sanitaria. Al momento la stagione teatrale alla Corte dei Miracoli, dove sono insieme a Ugo Giulio Lurini, è confermata.


Intervista di: Ilaria Guidantoni
Sul web: www.francescochiantese.it

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