Francesco Bove: portare il teatro dove solitamente non si fa teatro

Scritto da  Lunedì, 15 Novembre 2010 

Francesco Bove e Dj Goobee sono i protagonisti di "Prove per una rosa”, dj-set reading che verrà presentato per la prima volta al Combo di Perugia il 19 novembre 2010. Francesco Bove ci racconta qualcosa su questo interessante progetto.

 

 

 

 

 

Ciao Francesco, mi racconti le tue esperienze artistiche?

Ciao. Ho una formazione abbastanza atipica perché mi sono formato sia con le classiche compagnie napoletane scarpettiane che con scuole e workshop di teatro di ricerca, sperimentale. Nel 2004 ho cominciato a viaggiare da solo, proponendo dapprima una performance-reading tratta dagli “Inni alla notte” di Novalis con un gruppo alt-country e sviluppando poi un mio alfabeto che ho riproposto fedelmente in ogni mio spettacolo. Ho studiato il teatro di Eugenio Barba e sto sviluppando un'idea di teatro umorale, espressionista, quasi fuchsiano. Nel 2009 ho partecipato a Napoli al festival del monologo “Fuori Luogo” diretto da Vincenzo Maria Lettica e sto proponendo, parallelamente a “Prove per una rosa”, un monologo sul precariato. Insomma, cerco di variare molto sul tema.

Da dove nasce l’idea di una messa in scena così particolare in “Prove per una rosa”?

In realtà, tutte le volte che sono in scena cerco un punto di rottura con il pubblico che non sia esplicitamente violento nella forma ma piuttosto nella sostanza e/o nello scheletro della performance. Quella del dj-set reading è una soluzione non ancora sperimentata e, con Roberto Gubbiotti (Dj Goobee), al Combo di Perugia il 19 novembre proveremo a varcare questa frontiera usando la poesia e il pensiero filosofico ma, al tempo stesso, l'aspetto ludico di un gioco di ruolo e la fisicità di una performance teatrale.  L'idea di giocare sull'amore arriva da tutte le letture che mi hanno attraversato negli ultimi mesi e da una realtà che reclama un atto d'amore, un momento di sogno e un cappello per nascondere il viso. Voglio portare il teatro lì dove solitamente non si fa teatro, cioè nei club, nelle gelaterie, su di un treno.

In una realtà contemporanea fatta di episodi di violenza e perversioni sommerse, c’è ancora ricerca dell’Amore?

L'Amore, volente o nolente, esiste ed esisterà sempre perché esistiamo noi bambini che vogliamo tutto, la bellezza, il successo, la passione. Siamo avidi, scapestrati, irresponsabili. E fin quando esisterà l'irresponsabilità di gente capace di amare nel modo più dolce e alto possibile, vale sempre la pena parlare d'Amore. L'amore esiste in quanto proiezione del nostro animo, del nostro carattere, nel momento in cui troviamo una persona con cui c'è assonanza, capitoliamo. È anche vero però che, spesso, anche in un atto violento, in un omicidio, si nasconde amore, nel senso più paradossale ed estremo possibile, quel che voglio spiegare è che la sfera amorosa è talmente vasta che non basterebbe un'enciclopedia a inglobarla. In “Prove per una rosa” io voglio condividere solo una mia idea dell'amore, fou, fatta di segni e coincidenze, di incontri e scontri, di linguaggi acquisiti e perduti. Semplicemente io provo a raccontare un sentimento popolare, provato da tutti, attraverso la bellezza della Poesia e la musica. Voglio far esiliare il pubblico, per un'ora e mezzo, da una realtà priva di fantasia, sgangherata, anziana e perduta. Creare un ritrovo di anime sensibili, un non-luogo piacevole. Io credo che il lavoro, la tecnologia, intesa in senso dickiano, non abbiano ancora preso il sopravvento sui sentimenti umani, vogliamo ancora perderci nei vortici amorosi, lasciarci trasportare dalla bellezza, innamorarci ed essere il coltello.

In base a quale criterio hai effettuato la scelta dei brani di lettura?

Solitamente sono i brani a cercarti, a perseguitarti, sono una persona attiva ma mi lascio condizionare dai sogni soprattutto nella creazione di una performance. Non esiste, quindi, un criterio preciso ma seguo un brivido, una sensazione, un input. Segno tutto in un'agenda per poi mettere assieme un copione senza seguire una logica predeterminata. E tolta la narrazione, che lascio ad un altro tipo di teatro, io cerco di sfruttare il testo nel senso più nobile del termine per approdare poi ad un anti-teatro, capace di andare oltre le arti e ponendosi sull'inquieta via del vivere.

E’ difficile far partecipare il pubblico quando si tratta di esporre i propri sentimenti?

In scena io non sono io, e nemmeno “l'esteta gelido, il sofista”, quindi non mi espongo, per fortuna, in prima persona. Altrimenti sarebbe un teatro della dedica, dell'Io, da qualcuno a qualcuno, e invece, parafrasando il Deleuze dell'Abecedaire, parto da un mio vissuto per universalizzarlo. Il pubblico partecipa perché si sente tirato in ballo, in fondo si parla anche di loro in un brano come “L'esilio dell'immaginario” tratto dai “Frammenti” di Roland Barthes. O quando leggo  Garcia Lorca che scrive: “Se la nebbia sparisce, quale nuova passione mi attende? Sarà tranquilla e pura? Potessero le mie mani sfogliare la luna!”, ecco, in quel momento, è l'Innamorato che parla. Quante volte ci è capitato di pensare al nostro futuro amoroso? Il finale di questa bellissima poesia, che dal vivo propongo con la chitarra agganciandola arbitrariamente a “E la chiamano estate” di Bruno Martino, è il nostro sospiro dinanzi all'immagine dell'Amore, o della nostra idea d'amore. Voglio raccontare l'assenza d'amore, l'asfissia prodotta dalla mancanza. Il pubblico può portare un oggetto legato ad una personale esperienza amorosa e donarlo, solo nel momento della performance, all'attore che provvederà a inserirlo nel suo copione. In un certo senso, quest'ultimo si approprierà di frammenti di vita che farà convergere nel suo “copione”. In ogni mio progetto, non c'è mai una divisione tra platea e palco, il pubblico viene coinvolto a pieno regime nel meccanismo teatrale, è un elemento della/nella scrittura di scena.

Nell’allestimento sembra esserci la ricerca di un laboratorio teatrale. Qual è la parte più difficile?

Sono alla continua ricerca di territori non ancora battuti, di armonie, ripetendomi grossolanamente in scena, aggiungendo e togliendo elementi, le mie “cose” sono bambini che nascono, si nutrono, crescono e muoiono. Come le interpretazioni di Joao Gilberto, la mia guida anche in teatro, per fare un esempio. Non ci sono modi di fare teatro, non cerco forme teatrali né faccio teatro. Molto umilmente, metto in scena un corpo, una voce, subisco un testo rigettandolo dolcemente o violentemente sul pubblico. Non quindi allestimenti sceno-tecnici, alla maniera di Ronconi – non me lo potrei permettere né economicamente né ho il talento e le possibilità del famoso regista -  ma ricerca dell'essenziale. E questa è la parte più difficile. È semplice fare l'attore, arruolarsi, entrare in un ruolo, tanto è vero che esistono migliaia di compagnie amatoriali che rappresentano ogni giorno commedie, musical e, quando ci va male, Shakespeare. La difficoltà, a mio avviso, sta proprio nell'uscire dal gioco delle parti pirandelliano, vagare nell'indefinito. Il teatro è un concetto, non un luogo. Si può dare teatro anche sulle scale del centro a Perugia o al binario 7 della Stazione Termini o in un parcheggio sul Vesuvio, come benissimo hanno fatto Stefano Ricci e Gianni Forte con “Wunderkammer #3 Tamerlano” nella data napoletana. È semplice fare “teatro” supportati dagli Stabili, da fondi o protetti dal politico di turno, è, invece, difficile l'inverso, fare ricerca con niente ma sfruttando unicamente le proprie forze e la propria creatività. Leggi ancora una volta Ricci/Forte, per fare un esempio famoso.

Prossimi progetti?

“Di doman non v'è certezza”, come ben scriveva Lorenzo Il Magnifico nella “Canzona di Bacco”. Non so se continuerò a dare spettacolo di me, dipende anche dagli altri, da chi è disposto a scommettere sul mio modo di intra-vedere l'Arte. Sono cieco come Tiresia, tendo una mano, posso rimanere sospeso per mesi, fin quando il corpo non si stanca. E se c'è qualcuno coraggioso disposto a salvarmi da questa condizione scomoda, allora che ben venga. Continuerò a studiare, a leggere, ad “amare le rose che non colsi”.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Nulla. Piuttosto vi ringrazio per avermi dato voce.

 

 

 

Intervista di: Mario Fazio

Grazie a: Francesco Bove

Sul web: www.comboperugia.it - Evento su Facebook

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