Parole ad un caffè…con Filippo Gili: raccontare, sentire, testimoniare, senza la pretesa di spiegare né risolvere

Scritto da  Sabato, 14 Marzo 2015 

Il primo incontro è stato sul palcoscenico del Teatro Elfo Puccini a Milano per lo spettacolo “Prima di andar via” del quale è autore e interprete principale, un ruolo che mi è parso cucito addosso al personaggio tanto che alla fine non riuscivo a distinguere l’attore dal protagonista della vicenda. Soprattutto il testo mi ha colpita, l’originalità di affrontare il tema dell’”addio tra vivi”, della morte scelta - ma non si tratta banalmente di suicidio - e l’uso della parola. Ascoltare Filippo Gili è ritrovare la parola, la sua carnalità, la voce come verso umano, l’originario pensare dell’uomo che sussurra, grida, declama e nella lingua trova una visione del pensare.

 

Cominciamo la nostra conversazione frugando nei nostri cammini: il plurale è d’obbligo perché Filippo Gili ti costringe a metterti nella conversazione, senza la vanità del personaggio che si fa intervistare e aspetta le domande, né la passività discreta di chi ascolta e replica dentro un copione. Ad un certo punto non sapevo più se l’intervistata fossi io e se il testo del quale stavamo parlando fosse la nostra conversazione o uno spettacolo già compiuto.

Recuperando l’origine del nostro incontro gli ho chiesto quale sia stata la prima immagine dalla quale è nato “Prima di andar via” e poi come un autore dall’alfa all’omega, che crea il soggetto, scrive i dialoghi fino talora ad essere regista dell’opera, compia questo percorso.
«Ho un rapporto sensoriale con la nascita di “Prima di andar via”, ricordo esattamente dov’ero quando mi venne in mente di un uomo che comunicava alla famiglia di volersi suicidare. La prima immagine perciò non è creativa, ma direi ambientale. Il resto, forte di una sensazione felice, è stato semplice. Mi sono messo direttamente a scrivere la sceneggiatura. Scrivere teatro o cinema per me non è nient’altro che immaginare quello che vedo e trascriverlo. La definirei una precisa immaginazione. E nel caso di “Prima di andar via” - oltre a ragioni psicanalitiche che potrei solo intuire (amore e vendetta fanno il paio come Castore e Polluce) - ho voluto creare il pretesto per aggiornare un’esperienza perduta, quella dell’addio fra vivi.»

Da quell'idea nasce un seguito. Cosa c'era in sospeso?
«L’energia petrolifera della morte e la sua connessione con l’energia atomica delle relazioni familiari. Se Edipo Re e Amleto sono le tragedie ancora più rappresentate è perché la loro ossatura si fonda sulla struttura di un dramma familiare. In sospeso c’è il bisogno di mettere in rilievo la radice caotica - in senso etimologico - della famiglia, la sua demonicità. “Dall’altro di una fredda torre” scaraventa in un Erebo esplosivo la mente di due fratelli costretti a scegliere se salvare la vita a un padre o a una madre. La mia spinta nasce dal dimostrare che l’archetipo, toccando il postmoderno, piega e disarticola le strutture foderate delle idee e del linguaggio. Buca l’organizzazione collettivista del rapporto con la realtà facendo indietreggiare l’Io ben prima del dolore, ma nel Kaos che quel dolore l’ha prodotto.»

Stai debuttando con un testo di Shakespeare: è una tua riscrittura dell'opera originaria? Che tipo di scelta?
«E’ una riscrittura sì. La scelta si è orientata sul privilegio della scioltezza, di una dicibilità scorrevole senza tradire la fase verticale del linguaggio eufuista. Ma insomma ho preferito buttar giù dalla torre il lessema barocco, piuttosto che la filosofia (ovvero il suo fallimento) contenuta nel testo. E’ un dramma familiare polianagrafico: Amleto ha 14 anni, poi 30, poi 50. I suoi codici espressivi sono codici psicologici, non intellettuali. Mi sono concentrato su questo, sia per la scrittura che per la regia.»

Stai lavorando a qualcosa di nuovo - scusa ma è il vizio del giornalista, cercare la proiezione nel futuro - o sei in cerca di altro, a meno che le storie si cerchino e non si trovino?
«No non cerco. Mi ritrovo dentro idee, immaginazioni, e dopo la filtratura di una infantile, sofferta pigrizia, mi metto a scrivere. Ora sto per iniziare “L’ora accanto”, terzo capitolo della Trilogia del Limbo. Storia di una Resurrezione che dura un’ora sola.

Che continuità o discontinuità c'è tra il tuo scrivere per il cinema e per il teatro?
«Continuità ontologica certamente. Non organizzativa. Ma insomma non fa differenza, per le storie che racconto io c’è assoluta mutuabilità fra le due dimensioni. Forse perché mi concentro su interni: bacini sufficienti, credo, per tentare di raccontare certe costanti profonde, e il diverso assetto del loro punto di profondità.»

Torniamo indietro, ai tuoi inizi…E’ strano, difficilmente mi capita, ma ho l’impressione che a Gili, attore romano, autore e regista, non si facciano domande. Non ha senso. Non c’è bisogno di essere originali, di gettare un amo per stuzzicare una corda. Basta ascoltare.
«Sono uno che si trasferisce, esordisce. Ho cominciato fatalmente nel doppio senso del caso e del destino non casualmente. Covavo fin da ragazzo la sensazione di appartenere all’arte per un fatto elettivo e non genetico: mio padre era un funzionario del comune di Roma nel settore edile e mia madre un’impiegata. Nei miei giochi notturni sentivo consapevolmente di poter e saper recitare ma ancora non vedevo una via tracciata, non impiegavo quest’attitudine in modo funzionalistico.»

Poi cos’è successo?
«E’ bastata l’insistenza di un’amica per altro estranea al campo dell’arte e sono entrato nell’Accademia Silvio d’Amico. Sono stati anni felici, tra il 1987 e il 1990, anni nei quali il cinema era asfittico ma il teatro stava vivendo una stagione vitale. Sono stati gli anni d’oro di Luca Ronconi che ho avuto la fortuna di conoscere presto.»

Ogni incontro casuale è un appuntamento, diceva lo scrittore Luis Borges…
«Gli incontri sono l’anima della vita e ho avuto la fortuna di lavorare con Ronconi in opere come “Gli ultimi giorni dell’umanità”.»

C’è stato un momento nel quale hai sentito la vocazione?
«E’ stata una riflessione sulla paura di assunzione di responsabilità, fin da bambino, forse anche perché non credo che il vivere appartenga ad una dimensione cosmologica, quanto piuttosto sia la conseguenza di una sintesi clorofilliana che la via del teatro mi è parsa la via preferenziale del destino: la possibilità delle possibilità senza il rischio di definire l’identità.»

Quindi anche di circoscrivere l’io, di renderlo definito in quanto finito. Per i greci l’essere per dirsi perfetto doveva essere circoscritto. Solo con Plotino arriva il respiro dell’infinito e noi, credo al di là delle convinzioni, siamo figli della potenzialità più che dell’atto.
«E’ stato un cammino lungo e difficile, nel quale dal complesso di abbandono sono passato alla revanche e così sono diventato regista, per mettere a frutto l’energia di autocertificazione.»

Essendo anche attore, come gestisci i due ruoli, se non tre quando sei autore?
«Cerco di separarli quando possibile. Paradossalmente è più facile ritagliarsi un ruolo da protagonista nei propri spettacoli per la visione panoramica che l’interpretazione di un personaggio centrale offre, sovrapponendosi di fatto o in parte almeno, a quella del regista. I personaggi più piccoli, invece, devono essere guardati da lontano.»

Nasce così la stagione delle regie di Filippo Gili tra cinema e teatro, con “Casa di bambola” di Ibsen, un film in digitale che segna un passaggio essenziale: dalla coscienza regista a quella autoriale.
«E’ nato così lo spettacolo “Spettri”, sempre da un testo di Ibsen, cominciando a scrivere i dialoghi, in un percorso intrecciato tra cinema e teatro. “Prima di andar via” ad esempio è stato presentato come film a Montpellier nel 2003 e poi è diventato uno spettacolo teatrale con la regia di Francesco Frangipane.»

Torniamo alla scrittura e alla sua scoperta.
«Non mi sento uno scrittore e non lo dico con un vezzo intellettualistico ma scrivo perché sento qualcosa di cui avverto la necessità di un’espressione. Per me la scrittura è sofferenza quando non dolore. Così torniamo a dove siamo partiti, a quell’immagine che ha generato “Prima di andar via”. In un mondo nel quale non ci sono più addii in vita, forse per la tecnologia, non si conosce più il senso di non rivedersi mai che era tipico dell’emigrante di un tempo. Chi se ne va perché si ammala non può testimoniare perché si arrende e comunque subisce un logoramento non scelto, quello del morbo. Io volevo raccontare il tragico e la sua distanza dal sentire filosofico: l’uno è il sentimento della domanda, mentre il secondo della risposta o almeno della ricerca della risposta (della soluzione).»

La scrittura teatrale, sembra dire Filippo Gili, agita sul palcoscenico mi permette di sentire e testimoniare la vita, non di spiegarla né tanto meno di insegnarla o risolverla.
«Tutti hanno ragione, non c’è congruenza», aggiunge Gili, come a dire che questa è la vita, lontana da uno schema logico.

Intervista di: Ilaria Guidantoni

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