Federica Di Martino: la vocazione del teatro, una fisicità narrante

Scritto da  Sabato, 21 Maggio 2016 

Spogliare il tragico della teatralità per arrivare al vero delle emozioni, questo è il claim dell’attrice di origini abruzzesi, Elettra nella tragedia omonima di Sofocle per la regia di Gabriele Lavia: pura energia di una fisicità che sorpassa le parole e le risucchia come fa in scena con il coro, che diventa l’onda del suo inconscio più profondo, voce materna che si muove come in una danza.

 

L’abbiamo incontrata all’indomani dello spettacolo nella sede dell’INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico a Siracusa - professionista giovane e matura della scena teatrale. Abruzzese, nata ad Ortona, studia all’Accademia Silvio D’Amico e inizia la sua carriera a teatro. La prima tappa è con Luca Ronconi nel Peer Gynt di Ibsen, quindi con Peppino Patroni Griffi in Sei Personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Un inizio importante e impegnativo.

«Quasi incredibilmente - ci racconta - sono stata poi chiamata per lavorare in due commedie al Teatro Parioli di Roma, rispettivamente di Pino Quartullo e Luca Barbareschi, alla fine degli anni Novanta. Quel palcoscenico mi ha lanciata tanto da aver poi lavorato per due anni in televisione. Nonostante il successo che il piccolo schermo garantisce facilmente, soprattutto in Italia, ho scelto di tornare al teatro: questa è la mia vocazione.»

Il successo comunque arriva anche a teatro nel 2006 con il Premio Eti per la commedia La forma delle cose come migliore attrice emergente, anche se era già emersa per la critica e per il pubblico. Quindi nel 2014 riceve il Premio Flaiano. Importante anche la sua presenza nel lavoro che ha debuttato a marzo 2015 al Piccolo Teatro di Milano, Divine parole per la regia di Damiano Michieletto, ora impegnato con L’opera da tre soldi di Bertold Brecht nello stesso teatro.

Teatro e solo teatro, senza scoraggiarsi mai?
«E’ una via difficile, indubbiamente, che ho vissuto a vari livelli. Ho diretto ad esempio anche un teatro, il Marrucino di Chieti, bel teatro dei primi dell’Ottocento. E’ una via ardua e proprio per questo ho detto molti no e ho cercato di non disperdere le mie energie, dedicandomi solo al palcoscenico che richiede anche un impegno fisico.»

L’energia sprigionata in scena nell’ "Elettra" direi che è folgorante e la voce, l’interpretazione sembra davvero risuonare dal corpo. Uno stile e una forza che non si vede facilmente in scena, soprattutto nel teatro classico.
«Ho un modello, Mariangela Melato, che diceva che il lavoro teatrale comincia da una camminata.»

Non avrei osato dirtelo ma ieri sera mentre ti guardavo attraversare correndo il palcoscenico e poi rannicchiarti a terra in posizione fetale in quella disperazione e strazio che scorticava la femminilità come la si concepisce generalmente la Melato mi appariva davanti. Ma non ci sono paragoni. Ognuno è unico.
«Il concetto di scuola è importante ed è troppo spesso trascurato: l’importante è non diventare degli esecutori ma declinare secondo la propria personalità anche quando siamo in presenza di un grande maestro, sia l’autore del testo, sia il regista.»

Chi è la tua Elettra e l’Elettra di Lavia?
«E’ un personaggio che da sempre ho amato e desiderato interpretare e che ho studiato in Accademia con Marco Ferrero, un grande maestro. Di lei mi ha colpita il suo vivere annullando la propria femminilità. La visione che Gabriele ha di questo personaggio mi ha colpita perché la legge come una mendicante che vive come una serva in casa del padre e dice “mangio solo gli avanzi come le schiave”. E’ una donna vessata da tutti, lacera negli abiti, emarginata, che ha una grande stanchezza ma che, nonostante tutto, trova la forza dentro di sé, per lottare fino a che ha respiro.»

Come hai cercato di trasferire questa condizione che a mio parere arriva tutta con grande forza e chiarezza?
«Sentendola, partendo appunto dalle sensazioni fisiche che raccontano l’anima: il teatro è fisico e non è una lettura, una concettualizzazione ma una rappresentazione, quindi una visione. Elettra è piegata dal dolore anche se non si spezza quindi non è regale, ha lo sguardo sempre rivolto a terra, una terra densa e vischiosa - sughero in scena - che è un elemento sul quale il regista ha insistito particolarmente. Ho così giocato sui movimenti bassi, su un corpo che pur dotato di grande dinamismo è come accucciato, schiacciato, mai eretto. Anche i capelli tagliati sono un simbolo che parla in modo forte, quasi violento, rispetto alle versioni tradizionali di Elettra. Non ha più capelli perché li ha offerti tutti al padre e anche in scena si taglia una ciocca.»
In effetti i capelli sono un simbolo per eccellenza di femminilità ma su questo palcoscenico sono gli uomini ad avere i capelli lunghi e anche la femminilità aggressiva di Clitemnestra e quella soggiogata al maschile della sorella; oppure il coro che è la femminilità più profonda di Elettra, che torna fuori anche per dare buoni consigli. Tagliare i capelli ad una donna significa punirla, lo si faceva per le iniziate facendo voto di castità. I capelli si rasavano alle prigioniere di guerra fin dall’antichità, o alle partigiane sotto il fascismo, non a caso.
«Elettra sembra punirsi, uccidendo la propria femminilità.»
Ma anche punire gli altri, regalando un’immagine aggressiva del femminile che mette in dubbio la stessa virilità di chi le sta di fronte.

Il coro al femminile che fa corpo unico con Elettra è un altro elemento che colpisce: com’è nata questa rappresentazione?
«E’ soprattutto un mio input perché è un modo per spogliare il tragico della sua teatralità: la voce narrante, didascalica e in qualche modo un corpo estraneo, statico, tipico del coro tradizionale, qui viene rivisitata. Il coro, quasi uno sciame di figure che possono essere sogni, incubi, parti di Elettra stessa, rappresenta la voce alla quale la protagonista chiede aiuto all’inizio dello spettacolo ma è anche la madre interiore che offre il consiglio saggio. E’ quella voce e quella ragionevolezza che Elettra non ha più. E’ il nucleo del suo femminile con una pulsione alla vendetta - il coro sta dalla parte di Elettra - che si riversa contro il proprio corpo ma non può annullare fino in fondo la capacità di amare (Oreste e il padre). Elettra, che per certi aspetti è uguale a Clitemnestra - che vuole vendicare la morte ingiusta della figlia Ifigenia - diventa così la metafora della dialettica femminile tra pulsioni opposte che hanno ragioni contrarie ma tutte autorevoli.»

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Foto di: Maria Pia Ballarino
Grazie a: Gaspare Urso, Ufficio stampa Fondazione Inda
Sul web: www.indafondazione.org

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