Fausto Cabra: in "Lehman Trilogy" rivive la storia americana attraverso la potenza del teatro di parola

Scritto da  Lunedì, 16 Febbraio 2015 

Fausto Cabra, il giovane protagonista della seconda parte della "Lehman Trilogy" di Ronconi in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano, racconta l’epilogo di un’epopea familiare portando in scena in corpore vivo le nevrosi e le contraddizioni del ‘900.


Ciao Fausto, grazie per esserti reso disponibile nonostante oggi abbiate una delle impegnative “filate” in cui interpretate prima e seconda parte insieme - per un totale di 5 ore di spettacolo. In questa "Lehman Trilogy" di Ronconi - dall’omonimo testo di Massini - tu interpreti Bobby (Robert) Lehman, l’ultimo esponente della famiglia, quello che si trova ad affrontare il consumismo sempre più fagocitante di metà ‘900, che si relaziona con una società dello spettacolo sempre più pervasiva, colui che dirige la banca sempre più verso la finanza speculativa. Come hai lavorato per portare in scena tutte le complesse stratificazioni di questo personaggio?

Fausto CabraL’indicazione che Ronconi ha dato a tutti è stata quella di creare non dei personaggi ma delle "figure" quasi bidimensionali che non s’imponessero sulla scena; ci diceva “lasciate che il pubblico venga a voi”. Anche nei costumi la scelta è stata quella di uniformare i personaggi come se non fossero indipendenti, ma tutti parte di uno stesso puzzle dove ogni elemento è strettamente connesso agli altri. Ma se questi aspetti valevano per tutti, nel mio personaggio c’è una grande differenza rispetto a quelli che dominano la prima parte: in “Tre Fratelli” non ci sono mai dialoghi, i soggetti parlano sempre in maniera indiretta, mentre Robert nella seconda parte ("Padri e figli") ha dei dialoghi - col padre, con le tre mogli - e questo, insieme al vestito leggermente più elegante e definito, è uno dei tanti elementi che lo distinguono dai suoi predecessori, anche nel modo di porsi sulla scena, nella personalità molto più “schizoide” e meno pacata. Bobby nasce già ricco, dimentico e quasi sprezzante di quel substrato culturale che ha guidato e calibrato le scelte dei padri. E' molto meno ironico, è sgradevole, patologico, più confuso: è un perfetto simbolo delle generazioni del secolo breve in quanto sente il peso ingombrante di tradizioni e archetipi che quasi rigurgita perché non li capisce; vive la schizofrenia di chi ha una grandissima responsabilità sulle spalle ma non sa gestirla a pieno. La seconda parte è piena di metafore con le quali viene rappresentata la sua figura di ultimo depositario della famiglia che deve continuamente “salvare” la banca dai pericoli: è paragonato a Noè, a David che deve uccidere un gigantesco gorilla di cinematografica memoria, fuori di metafora: la crisi del ’29, le conseguenti riforme politiche che sempre di più cercheranno di arginare l’autonomia delle banche, e ancora Hitler e la seconda guerra mondiale.

Robert appare come un personaggio ambiguo: sembra soggiogato dagli eventi e dalle mogli - ma in realtà le tratta alla stregua di “soprammobili”; sembra non essere all’altezza della direzione di un colosso come la Lehman Brothers ma riesce a farla navigare con abilità nel mare magno delle avversità politiche e burocratiche; nonostante la diffidenza e la derisione del padre, Bobby è il primo della famiglia che capisce l'importanza d'investire in prodotti del consumismo, nel mondo dello spettacolo, nelle televisioni e nei computers...
Robert fu un grande pioniere per molte cose: fondò la casa cinematografica Paramount, investì molti soldi in attività d’intrattenimento e nella produzione di beni di consumo, ma fu intaccato da questa smania del consumismo; a 78 anni Robert Lehman era convinto di essere immortale, di potere tutto e questo perché aveva perso completamente la cultura della misura che guidava i padri. Fa un vero e proprio percorso involutivo rispetto ai predecessori: la sua è una progressiva “mostrificazione” che abbiamo cercato di trasmettere soprattutto con la resa mimica e fisica. In realtà io non porto in scena Robert Lehman ma una sorta di allegoria dell'uomo contemporaneo. Ho spesso pensato, durante la lavorazione dello spettacolo, che una perfetta locandina sarebbe stata quella che rappresentasse le generazioni dei Lehman con il ribaltamento della tipica immagine dell’evoluzione dalla scimmia all'homo erectus: dall’homo erectus (Henry Lehman) all’uomo larva (Robert).


Hai già lavorato con Ronconi in uno spettacolo d’impronta economica, “Lo specchio del diavolo” ma lì si affrontava la storia dell’economia da Adamo ed Eva fino ai giorni nostri, con un occhio ironico e provocatorio; qui si parla di un’epopea familiare che è causa e al tempo stesso conseguenza degli sviluppi economici americani. In cosa si differenziano le due esperienze che hai portato in scena?

Fausto CabraNe “Lo specchio del diavolo” c’era un approccio molto più didascalico perché veniva raccontata la storia del mondo attraverso l’economia: ogni cosa (fatta sulla scena) veniva agita scenicamente, spiegata, trasformata in esperienza a totale favore del pubblico mentre qui parliamo innanzitutto di un’epopea familiare che attraverso le varie generazioni dei Lehman si muove da un’economia del reale di fine Ottocento all’economia sempre più speculativa, impalpabile e votata al rischio del XX secolo. Nella "Lehman Trilogy" non ci interessa tanto l’economia in sé, ma come questa vada a modificare il dna dei personaggi o come essa stessa sia plasmata dall'evoluzione delle varie generazioni che diventano sempre più americane e sempre meno europee, sempre più spregiudicate e sempre meno rispettose delle leggi religiose e politiche. Inoltre nella trilogia, rispetto a "Lo specchio del diavolo", domina la parola, non la didascalia scenica, qui l'accadimento è la parola, e credo che Ronconi sia rivoluzionario in questo: sta lavorando per riportare con forza il teatro di parola che sembra essere stato dimenticato da un proliferare di performance nelle quali domina la spettacolarità, l’esperienza visiva fine a sé stessa, che ipnotizza lo spettatore, lo rende passivo. Invece attraverso la parola è chiesto il contributo dello spettatore che deve filtrarla, analizzarla e costruirsi il proprio immaginario. Il teatro contemporaneo si sta drammaticamente dimenticando che la parola fa fare un'esperienza più profonda perché fa leva sulla creatività di chi la riceve.

Hai montato una tua regia (“Un cuore allo zoo”), lavorato come assistente alla regia in “Amore e resti umani” e hai collaborato con ricci/forte nella regia di “100% furioso”. Pensi di voler approfondire l’attività di regista? Prossimi progetti e lavori in vista?
No. Amo tutti i generi teatrali, e amo tutto del teatro, quindi poterlo esplorare da attore, da regista o drammaturgo per me è fondamentale: mi fa essere più cosciente nel mio lavoro di attore. La regia è per me uno sfizio, una curiosità che ho esplorato qualche volta ma la mia priorità rimane fare l’attore meglio che posso. Credo che per fare bene il regista sia necessario un lungo percorso dedicato e soprattutto avere un’esigenza comunicativa che ti guidi nella messa in scena di un testo, altrimenti rimane un’esperienza egoica e narcisistica che non trasmette nulla al pubblico. Questo vale, in maniera diversa, anche per l'attore. Per ora nel mio futuro prossimo c’è "La vita agra" alla Pergola, il lavoro su Goldoni con “Le donne gelose” (sempre con Ronconi al Piccolo) e, probabilmente quest’estate, un ritorno al Globe Theatre di Roma per lavorare con Proietti.

 

Recensione della prima parte di "Lehman Trilogy": LEHMAN TRILOGY - PARTE PRIMA: TRE FRATELLI
Recensione della seconda parte di "Lehman Trilogy": LEHMAN TRILOGY - PARTE SECONDA: PADRI E FIGLI

 

Intervista di: Emanuela Mugliarisi
Grazie a: Valentina Cravino, Ufficio stampa Piccolo Teatro di Milano
Sul web: www.piccoloteatro.org

 

 

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