Fabio Gomiero: “ImitationOfDeath”, un’esperienza necessaria e catartica

Scritto da  Domenica, 11 Novembre 2012 
Fabio Gomiero

Dopo il debutto al RomaEuropa Festival il nuovo lavoro drammaturgico di ricci/forte, “ImitationOfDeath”, inizia il percorso che lo condurrà in scena, a ridestare le coscienze scuotendole dal sonnolento perbenismo imperante, in giro per la penisola e in alcuni dei più prestigiosi festival internazionali. Prima impegnativa tappa di questo avventuroso viaggio il Piccolo Teatro Studio di Milano, dal 13 al 18 novembre. Abbiamo incontrato Fabio Gomiero, uno dei sedici generosi performer protagonisti dell’opera, interprete di indiscutibile carisma ed animato da appassionata convinzione e totalizzante adesione al progetto.

 

ImitationOfDeathCiao Fabio, inizierei dalle origini della tua passione per la recitazione; quando hai cominciato a coltivarla e quali sono stati il tuo background, la tua formazione, le tue prime esperienze?
La passione per la recitazione non è stata qualcosa che ho “coltivato”, ma piuttosto qualcosa che mi è piombato addosso tra capo e collo. Mi spiego meglio: durante gli anni del liceo ho sviluppato una fortissima passione per il cinema: ci andavo anche tre volte a settimana, appena c’era un cineforum mi fiondavo, noleggiavo centinaia di videocassette e guardavo veramente di tutto, da Bergman ai Monty Python, da Bunuel ai blockbuster apocalittici. Il mio sogno era quello di riuscire ad entrare in quel mondo, ma era davvero solo un sogno: i progetti reali, una volta terminato il liceo, avrebbero compreso una laurea in filosofia e una possibile carriera accademica. Venni però a conoscenza dell’esistenza del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma (io sono nato e cresciuto in un piccolo paese della provincia di Varese) e decisi di fare domanda per entrare. Scoprii però che non avrei potuto accedere al concorso per entrare al corso di regia (che era l’unico che mi interessava) perchè l’età minima era 22 anni, e io ne avevo solo 18. All’ epoca avrei potuto provare solamente il corso di recitazione. Ed allora, in totale incoscienza, iniziai le selezioni, convinto di essere scartato alla prima prova non avendo io esperienza alcuna in quell’ambito. Quello che mi spingeva non era assolutamente il desiderio di poter fare l’attore, ma la prospettiva di poter entrare in una scuola di cinema. Inaspettatamente iniziai piano piano a superare ogni prova e dopo sei mesi di selezioni fui ammesso con borsa di studio per merito!
Quindi posso dire che la passione per la recitazione è nata studiando. Il teatro e’ stata una conseguenza naturale, ma è arrivato tardissimo nella mia vita: la prima volta che sono andato a vedere uno spettacolo avevo vent’anni ed ero già allievo del centro sperimentale…
Ormai da anni hai intrapreso un cammino di lavoro con l’ensemble ricci/forte; come è iniziata la collaborazione e che ricordi custodisci dei primi passi percorsi assieme?
Anche la collaborazione con ricci/forte è iniziata abbastanza per caso. Frequentando poco i teatri, non conoscevo la compagnia (anche se a quel tempo, il 2009, erano già molto affermati). Un giorno una mia amica mi inoltrò un link dove era presente l'annuncio con il quale loro cercavano performer per il loro imminente spettacolo Macadamia Nut Brittle. Io inviai via mail il materiale e fui chiamato a fare un provino. La mia amica mi disse: "guarda che però fanno cose strane…": arrivai al provino con una curiosità che mi si divorava, e trovai delle persone che mi fecero subito colpo per cordialità, educazione e professionalità (erano Stefano Ricci, Gianni Forte e Anna Gualdo). Non fu ovviamente un provino "classico", non portai nessun pezzo pronto o cose del genere: mi si chiedeva semplicemente di mostrare me stesso e il mio bagaglio emotivo, non quello di qualche personaggio. Io rimasi folgorato. Mi si aprì una nuova prospettiva sul concetto di "recitare" (parola che ora ha molto poco a che fare con quello che faccio) e di "teatro".
Per quanto riguarda i primi passi con loro ti posso dire che la sensazione più forte era quella di rendersi conto di stare facendo qualcosa di veramente necessario e importante. Sensazione che ora persiste più forte che mai e che è data sia dal modo in cui Stefano e Gianni "dirigono", sia dagli sguardi di chi sta a guardare e sta condividendo con te un momento intimo attraverso la struttura drammaturgica degli spettacoli. Con loro (r/f) ho imparato a coltivare l'urgenza di dire una cosa, di affermare un vissuto, che in questo momento storico sono a mio avviso gli atti più politicamente rivoluzionari che si possano compiere a teatro.
ImitationOfDeathCon “Macadamia Nut Brittle” avete avuto modo di girare il mondo, arrivando addirittura a portare in scena lo spettacolo a New York al QNY International Arts Festival. Come hai vissuto questa preziosa opportunità e qual è stata l’accoglienza ricevuta dalle platee internazionali?
Le date di New York sono state indimenticabili. Potrei stare qui a raccontarti decine di aneddoti su quella settimana, ma la cosa più rilevante è già presente nella domanda che mi stai facendo: ci rendevamo tutti conto di avere tra le mani una "preziosa opportunità". Performare Macadamia Nut Brittle significa "scambiare" qualcosa con chi ti sta davanti: quindi essere dall'altra parte del mondo, davanti a persone con una cultura diversa dalla tua è un'opportunità. Enorme. E nessuno di noi aveva intenzione di farsela scappare. E così infatti è stato: alla luce dei commenti fuori dal teatro e delle recensioni uscite, posso dire che abbiamo colpito nel segno. Macadamia Nut Brittle è uno spettacolo che va talmente a fondo in quello che analizza e che fa vivere, che prescinde le barriere culturali o linguistiche: di base siamo tutti esseri umani con le stesse paure/bisogni/necessità/sogni. Questo fa sì che chiunque del pubblico si dia la possibilità di mettersi in discussione (e quindi di non avere un ruolo passivo seduto sulla poltrona di velluto del teatro) durante la performance rimane rapito, è questo è valso per tutti i paesi dove abbiamo avuto l'opportunità di mostrare il lavoro.
Ha appena debuttato nell’ambito del RomaEuropa Festival “ImitationOfDeath”, il nuovo atteso lavoro drammaturgico della compagnia, ispirato all’opera del romanziere americano Chuck Palahniuk e frutto di un impegnativo percorso di laboratori residenziali dipanatosi nel corso degli ultimi anni. Ci puoi raccontare qualcosa proprio in merito alle diverse tappe della genesi di questo progetto a cui hai avuto modo di partecipare?
Nella prima fase del lavoro ho avuto la fortuna di poter avere un occhio esterno sui laboratori non partecipandovi attivamente. Ho visto i germogli del lavoro: le idee che nascevano da Gianni e Stefano e che letteralmente crescevano nutrite dallo scambio tra loro e tutti i generosi performer che hanno preso parte ai laboratori. Poi più di un anno fa, a Dro, sono diventato anch'io parte attiva: in questo spettacolo più che mai ho avuto l'occasione di portare tutto me stesso e il mio vissuto, le esperienze, i dolori, le delusioni e le speranze. Pochi mesi prima di iniziare infatti ho subito un lutto molto importante che mi ha letteralmente stravolto la vita. Poter portare un'esperienza del genere sul lavoro per me è stato fondamentale, in qualche modo catartico. E mi sento di dirti che provo gratitudine nei conforti di IMITATIONOFDEATH. Il dolore e i ricordi non si cancellano, ma il provare a stare in piedi nonostante tutto è quanto di più importante un essere umano possa fare. E questa prospettiva me l'ha data IMITATIONOFDEATH. Uno spettacolo necessario. E "spettacolo" è una parola riduttiva: per me è "un'esperienza". E quello che cerco di fare quando sono sul palco è che lo sia anche per chi mi sta di fronte.
L'ebreo di MaltaBen sedici interpreti in scena - tra membri storici dell’ensemble e l’entusiasmo di numerosi nuovi arrivati – chiamati a incarnare i fantasmi, i tormenti, le angosce del quotidiano. Per voi attori si è rivelato maggiormente difficile creare la giusta sintonia indispensabile vista la coralità dell’opera, oppure dare in pasto al pubblico frammenti dolorosi del vostro vissuto?
Il gruppo creatosi è incredibile. Certo all'inizio tutti hanno dovuto prendere un po' le misure perché lavorare in 16 non è mai semplice, tenendo conto soprattutto dei diversi bagagli emotivi e lavorativi che ognuno si porta dietro. Ma siamo cresciuti insieme come un unico corpo, e penso che durante le giornate al RomaEuropa Festival si sia visto. E la cosa che più mi eccita è che siamo solo all'inizio! Si può (e si deve) soltanto crescere… non vedo l'ora di debuttare al Piccolo Teatro a Milano per poter continuare a mietere vittime insieme agli altri 15 supereroi… Per ciò che concerne il "dare in pasto al pubblico il proprio vissuto" non è un trauma se lo fai per mettere in atto una sorta di scambio emotivo con il pubblico. Magari chi è seduto e ci guarda non se ne accorge, ma noi "rubiamo" tantissimo. Gli occhi della platea sono una sorta di benzina per un lavoro come IMITATION.
Il debutto romano risale a pochi giorni fa, dal 13 novembre approderete sul prestigioso palcoscenico del Piccolo Teatro Studio di Milano, per poi proseguire in una tourneè che vi porterà in giro per l’Italia. Prime reazioni del pubblico? E magari puoi raccontarci un aneddoto curioso riguardo a queste prime repliche?
Il pubblico, come ti dicevo prima, è stato fondamentale. Sentire il loro respiro cambiare nel corso dei vari momenti della performance è la prova che stai lavorando nella direzione giusta. In particolare il commento sul lavoro che mi ha più emozionato è stato fatto da un mio amico che frequenta pochissimo i teatri e non aveva mai visto nulla di ricci/forte. Un occhio "vergine" diciamo, queste più o meno le sue parole: "è stato un viaggio incredibile, non riuscivamo a staccarvi gli occhi di dosso, sembrava di poter stare con voi sul palco a condividere le cose che dicevate o facevate. Avevo l'impressione che voi steste parlando proprio di me. Grazie siete stati troppo generosi." Riuscire a toccare così la sensibilità di qualcuno senza sovrastrutture critiche o sguardi prevenuti, per quanto mi riguarda, è La Vittoria.
Aneddoti me ne vengono in mente cento e nessuno. Lavorando in 19 (i performer, il nostro coach Marco Angelilli, Stefano e Gianni) di aneddoti e situazioni al limite tra il curioso e l'assurdo se ne vengono a creare di continuo. Non saprei davvero cosa scegliere…Ti dico però una cosa molto personale ricollegandomi alla prima risposta che ti ho dato: a teatro sono andato per la prima volta a 20 anni a vedere un monologo di Ascanio Celestini. Al teatro Vascello di Roma. Approdare lì con IMITATIONOFDEATH è stato per me qualcosa di veramente speciale. E come dicevo prima, è solo l'inizio…

 

Intervista di: Andrea Cova
Foto di: Yara Bonanni, Gianfranco Fortuna e Claudia Pajewski
Sul web:
www.ricciforte.com

 

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