Enzo Iacchetti: Che fatica recitare coi tacchi alti. Mica bau bau micio micio

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 16 Dicembre 2012 

La ribalta televisiva ha i suoi indubbi vantaggi, ma ogni tanto ritorna il desiderio di respirare la polvere del palcoscenico. L’applauso di un teatro pieno è una conquista per ogni attore. Ma forse, per chi come Enzo Iacchetti ha avuto una gavetta dura e difficile, è una soddisfazione ancora più grande. A quarant’anni, quando per la prima volta il pubblico di Striscia lo vide dietro la scrivania, aveva alle spalle di tutto: tuttofare in una radio locale; cabaret nel mitico Derby; ‘canzoni bonsai’, con un’umile chitarra a tracolla, al Maurizio Costanzo show. Ora è un signore di sessant’anni che osserva con una certa amarezza - ovviamente filtrata dall’ironia - lo stato di salute della nostra Italia. Non è contento di come ci vanno le cose. Ma farebbe sue le parole di Giorgio Gaber: Io non mi sento italiano. Ma per fortuna, o purtroppo, lo sono.

 

 

 

 

 

 

Albin è il primo ruolo en travesti che interpreti a teatro. Sei riuscito a familiarizzare subito col personaggio?
Amo le sfide difficili, e riuscire a entrare ogni sera nella sensibilità di Albin è una sfida davvero impegnativa. Però faccio questo mestiere da tanti anni, non sono un parvenu, quindi quando ho detto di sì sapevo che avrei potuto fare bene. Poi io sono abbastanza americano nella preparazione dei miei spettacoli: non improvviso, sono un perfezionista.
“Il vizietto” è stato rappresentato per la prima volta quarant’anni fa, quando l’omosessualità era un argomento molto più tabu. Pensi che tra il pubblico ci sia ancora qualcuno che si scandalizza per la storia d’amore tra Renato e Albin?
Tra la gente comune sicuramente ci sono ancora pregiudizi, e noi italiani dovremmo vergognarci perché rispetto agli altri paesi europei siamo indietro. Tra il pubblico che viene tutte le sere a teatro, a parte le persone molto anziane, credo di no. Io vedo dal palco le facce delle prime file, e non ho percepito espressioni scandalizzate. Ho notato invece – e questa è la cosa più importante - che il pubblico si diverte, c’è un bel ritmo nella storia che li appassiona.
A teatro hai spesso portato in scena testi scritti da te, come “Il grande Iac” e “Solo con un cane”. Hai in cantiere qualcos’altro di tuo?
Mi fa piacere che ricordi quei titoli, essendo scritti da me vi sono maggiormente legato. Sì ho in programma uno spettacolo sulla relazione padre-figlio, con mio figlio Martino. Per adesso c’è l’idea, non so ancora dire quando andrà in scena.
Tuo figlio è interista come te. Se da ragazzo ti avesse confessato una passione per il Milan o la Juve, come avresti reagito?
Ho sempre dato al tifo calcistico il peso che merita, quindi al massimo ci sarei rimasto un po’ male. Del resto io vengo da una famiglia di juventini, e decisi di farmi interista come gesto di ribellione nei confronti dei miei. Tieni conto poi che io sono un tifoso che non ha mai praticato il calcio: da ragazzino l’unico sport che praticavo erano le biglie, perché lo ritenevo l’unico sport non faticoso.
Col tuo vecchio sodale Giobbe Covatta avete nuove idee in canna, dopo il successo di “Niente progetti per il futuro”?
Stiamo studiando un po’ di copioni, sia stranieri che italiani. Con Giobbe c’è un’antica amicizia, quindi prima o poi qualche nuova ‘mascalzonata’ ve la dovete aspettare.
Ti piacerebbe rifare un testo del grande Neil Simon?
Ma sai, il problema di Neil Simon è che non si rende conto della crisi economica, e quindi vende i diritti dei suoi testi a prezzi esorbitanti. Diciamo quindi che nel breve termine sarà difficile. Anche perché preferirei lanciare nuovi autori: con Neil Simon giochi facile perché è una garanzia, ma il gusto di scoprire le novità è un’altra cosa. Però, se ricordi, “Risate al 23mo piano” parlava del disfacimento della TV americana ai tempi del Maccartismo. Quindi era attuale dieci anni fa, ma è ancor più attuale oggi, con tutto lo schifo che ci propinano dalla mattina alla sera.
La tua passione per Gaber è nota, gli hai anche dedicato un disco nel 2009. Vi conoscevate di persona?
Sì ci conoscevamo, eravamo molto amici. Ho avuto un po’ di pudore nell’omaggiarlo, proprio perché riconoscevo la grandezza dell’autore. A sette anni dalla morte, e dopo aver condotto una serie di edizioni del Festival Teatro Canzone, ho deciso che era arrivato il momento. Però attenzione: in “Chiedo scusa al signor Gaber” ho preso solo il repertorio allegro dei primi tempi, mentre il Gaber più maturo non mi sono azzardato a toccarlo. Il risultato credo sia stato positivo: un critico come Luzzatto Fegiz ha parlato di ‘geniale scempio’ delle canzoni di Gaber. L’ho trovata una definizione lusinghiera.
Sei arrivato a “Striscia” diciotto anni fa. Ti diverte ancora come la prima volta?
Mi diverte molto, altrimenti non lo farei. Ho un’età in cui posso permettermi di fare delle scelte basandomi sul criterio dell’appagamento personale. Ho appena firmato un contratto per la nuova edizione: mi hanno ridotto di parecchio il compenso, ma posso garantirti che avrei accettato anche per meno. Poi quest’anno siamo vicini alle elezioni, quindi gli spunti per satireggiare non mancheranno di certo.
Hai tante idee per la TV, che vengono spesso bocciate. Come mai?
Inutile nasconderlo: c’è una miopia generale per cui si pensa che il pubblico accetti solo i meccanismi collaudati. E invece, a mio avviso, le idee che propongo potrebbero trovare spazio eccome. Alcune di queste idee le ho sperimentate con successo nella TV Svizzera. Gli svizzeri sono più intelligenti di noi? Non credo, semplicemente hanno dimostrato un’apertura maggiore verso le novità.
I tuoi VAFFA su Facebook hanno fatto molto rumore. Hai un buon rapporto coi social network?
E sì perché quando parli con la stampa devi contenerti un po’, non puoi dire tutto quello che ti passa per la testa. Non sono un fanatico della Rete, però è carino poter condividere i propri pensieri con gli utenti che ti seguono. I VAFFA poi son stati rilanciati dalla stampa e dalla TV perché avevano interesse ad amplificarli. E comunque mi preme sottolineare che non sono un ‘Grillo dei poveri’.
Qual è il comico migliore sulla piazza?
Apprezzo molto il Mago Forrest e Ale&Franz, che vengono dal teatro, e si vede. Poi ammirazione per Fiorello, fuor di dubbio il più grande showman italiano. Infine sono un ammiratore di Aldo, Giovanni e Giacomo, aspetto il loro debutto in febbraio agli Arcimboldi.
Hai visto, doveva durare cinque minuti quest’intervista, e invece son riuscito a rubarti una mezz’oretta.
Eh lo so, mi freghi sempre (ride). Un abbraccio a te e agli amici di Saltinaria.

 

 

Teatro Manzoni – via Alessandro Manzoni 42, 20121 Milano
Per informazioni: telefono 02/7636901, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietti: da martedì a venerdì poltronissima € 45, poltrona € 35; sabato, domenica e 1 gennaio poltronissima € 50, poltrona € 40; 31 dicembre poltronissima € 120, poltrona € 90
Orario spettacoli: feriali e 31 dicembre ore 20.45, domenica ore 15.30, 1 gennaio ore 17

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Grazie a: Rita Cicero Santalena, Ufficio stampa Teatro Manzoni
Sul web: www.teatromanzoni.it - www.ilviziettomusical.it

 

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