Enrico Lo Verso, una conversazione sotto i pini dannunziani. Il ritorno alla Versiliana con il sapore della sicilianità

Scritto da  Sabato, 02 Settembre 2017 

Torna dopo diciassette anni alla Versiliana Enrico Lo Verso, palermitano cresciuto a Siracusa, portando tutta la sua sicilianità questa volta anche con la lingua: un ritorno doppio, anche perché con questo spettacolo che ha compiuto un anno di tournée è risalito sul palcoscenico dopo anni, felice di non avere intercapedini con il pubblico. Una vocazione scritta nel suo dna.

 

“Uno, nessuno e centomila”, ultima opera di Luigi Pirandello, romanzo adattato al teatro dall’autrice e regista Alessandra Pizzi, leccese, ha compiuto di recente un anno, tornando sul palco da dove era partito il viaggio che si reinventa a ogni tappa. Lo abbiamo visto a Roma alla Sala Umberto e recensito su questa testata incontrando da vicino la regista che ci ha detto di aver scritto pensando a Lo Verso come unico possibile interprete. A questo giro abbiamo avvicinato il protagonista, Géngé, per una chiacchierata sotto i pini della villa La Versiliana a Forte dei Marmi.

La tappa della Versiliana è per te un ritorno. Come si declina lo spettacolo all’aperto in una sera d’estate?
«Lo spettacolo in effetti è sempre lo stesso e cambia allo stesso tempo ogni sera. La possibilità di venire qui è una grande occasione, un luogo ricco di storia - la villa dove D’Annunzio trascorreva le vacanze con Eleonora Duse e sede dello storico Caffè letterario di Romano Battaglia - è per me un ricordo e un ritorno importante. Ho debuttato qui diciassette anni fa con "Un tram che si chiama desiderio" con Paola Quattrini per la regia di Lorenzo Salveti. Lo spettacolo si modifica in sintonia con il pubblico, con il respiro dei luoghi. In questo spettacolo il pubblico partecipa, reagisce e io lo sento addosso che mi chiama, mi spinge, mi tira da un lato o dall’altro.»

Più che in altri spettacoli?
«Qui come in altri casi certamente, ma non tutti gli spettacoli muovono la stessa partecipazione.»

In questo caso emerge anche forte la tua sicilianità e forse tu stesso senti delle vibrazioni di aderenza maggiore?
«La mia sicilianità la porto sempre con me in tutto quello che faccio. Qualche anno fa ero alla presentazione del Calendario Pirelli a Londra e alla conferenza stampa una giornalista mi chiese quanto tempo ci era voluto per realizzare la foto accanto alla colonna. Le risposi tremila anni, la storia della mia isola. Certo in questo spettacolo c’è anche il vestito esteriore della lingua e dell’ambientazione siciliana della storia di Vitangelo Moscarda.»

Com’è nato l’incontro con questo spettacolo?
«E’ nato grazie a mia madre perché appunto dopo la mia presenza su questo palco non ho voluto più fare teatro.»

Perché?
«Per una serie di motivi» e taglia corto. Non insisto. «Così ho detto no. In effetti avevo parlato con un’assistente della regista ma per educazione - e qui entra in gioco mia madre - ho deciso di chiamare Alessandra di persona. Le ho esposto la mia perplessità sul portare in teatro un romanzo e da lì è nata una conversazione perché mi ha detto che si trattava di un monologo e questo mi ha attratto perché il palcoscenico mi piace ma non amo l’idea di un allestimento complesso, faraonico. Le ho detto che avrei letto il suo adattamento perché a quel punto era nata in me la curiosità e alla fine ho accettato.»

Cosa ti è piaciuto di questa versione di un testo che riascoltandolo rivela una grande complessità e modernità per i temi di riflessione psicanalitica di cui Pirandello prima di altri ha avuto una consapevolezza così forte?
«La fluidità, la chiarezza e la possibilità di lasciare qualcosa di pesante, non nell’accezione peggiorativa del termine ovviamente, con leggerezza. Se il monologo lo trovo in generale un finto teatro, in questo caso restituisce invece unitarietà all’intreccio di fili proprio perché è un finto monologo: è un coro di voci e personaggi restituiti al pubblico in questa versione attraverso la voce narrante del protagonista», con dei momenti tipici da monologo, alcuni da narrazione, altri da improvvisazione e interpretazione di diversi personaggi (che Lo Verso ci offre con ironia, leggerezza e grande abilità, senza forzature né linee caricaturali, ndr). «In scena siamo uno, nessuno e centomila appunto, come nella vita d’altronde. Pirandello lo aveva capito bene in un grande scavo psicologico della distanza e contraddizione tra quello che siamo, che appariamo a noi stessi allo specchio e come ci vedono gli altri.»

Questa tournée ti sta impegnando a un ritmo incalzante: hai già nuovi progetti?
“Inizio a fine agosto sulle cave di marmo di Carrara il film “Michelangelo - Infinito” per la regia di Emanuela Imbucci all’interno di un progetto per Sky Arte Italia prodotto da Magnitudo.”

La tua carriera è iniziata presto: com’è nata la tua vocazione allo spettacolo?
«Cresciuto a Siracusa, ho masticato teatro quotidianamente con la spontaneità di qualcosa che fa parte della tradizione prima che della cultura e a sedici anni ho debuttato davanti a dodicimila spettatori nell’"Agamennone" dove avevo una parte all’interno del coro. Poi ho studiato all’INDA, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico e da lì non mi sono più fermato.»

Un esordio a teatro ma tanto cinema: come vivi questi due diversi mondi dello spettacolo?
«Cinema e teatro non sono che mezzi diversi per fare la stessa cosa se sono fatti bene. Mediamente però non è così. Un conto è fare film, un altro è fare cinema. Sono entrambi lavori di squadra come pochi altri al mondo, dove la capacità è tutta nel saper passare la palla alla persona giusta e al momento giusto. Il cinema è più difficile perché non puoi fingere, non c’è la convenzione che si ha in teatro con la macchina da presa addosso.»

E la carriera sul grande schermo di Lo Verso lo dimostra, da “Il ladro di bambini” del 1992 e “Lamerica” di Gianni Amelio due anni dopo, ad “Hannibal” di Ridley Scott nel 2001, passando per “Farinelli” e “La Scorta”, e molto altro.

Ti lascio andare per prepararti allo spettacolo: immagino tu abbia bisogno di qualche momento di concentrazione…
«Non mi concentro mai perché non metto distanza tra il palcoscenico e la platea, è solo una prospettiva diversa per raccontare e raccontarsi. Alla fine di ogni spettacolo infatti io non mi chiudo mai nel camerino e nemmeno aspetto lì chi vuole incontrarmi. Scendo direttamente fra il pubblico.»

Intervista di: Ilaria Guidantoni

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