Enrico Bernard e Melania Fiore: alla scoperta degli incubi e delle passioni di Mary Shelley

Scritto da  Lunedì, 05 Gennaio 2015 

Sarà in scena al Teatro Stanze Segrete di Roma, dal 7 all'11 gennaio, "Mary Shelley e Frankenstein" di Enrico Bernard, con l'interpretazione e la regia di Melania Fiore. Abbiamo incontrato l'autore e la regista/interprete per scoprire alcuni dettagli di questo progetto inconsueto ed emozionante.

 

Bernard si ispira alla vita di Mary Shelley e al suo personaggio Frankenstein per una creazione in chiave di ballata, dove il Mostro interiore prende corpo in scena in una forma di esaltazione onirica. E’ Mary stessa a farsi narratrice di un’esistenza segnata dalla sciagura e dal dolore al fianco del poeta Percy Shelley. Fin dalla nascita Mary è una creatura solitaria, privata dell’amore della madre, morta dandola alla luce; spretato ed ateo, il padre l’ha indotta ad una visione libera dell’amore fino alla trasgressione. In un'atmosfera fosca e fumosa, degna di un film horror, il testo è una confessione, un atto di difesa e di auto-colpevolizzazione.

TEATRO STANZE SEGRETE - via de' Penitenzieri 3 (Roma, Trastevere)
Dal 7 all'11 gennaio ore 21 domenica ore 18
MARY SHELLEY E FRANKENSTEIN
di Enrico Bernard
interpretazione e regia Melania Fiore
info e prenotazioni: 06.6872690 - 388.9246033

 

ENRICO BERNARD

Salve Enrico, è un piacere incontrarti in occasione dell'andata in scena, presso il Teatro Stanze Segrete di Roma, di "Mary Shelley e Frankenstein". Qual è stata la genesi di questo testo e quali spunti di indagine e approfondimento drammaturgico hai individuato nell'opera di Mary Shelley, inducendoti a comporre questo lavoro?
Il testo ha un'origine lontana. Infatti si collega ad un mio lavoro precedente "Un mostro di nome Lila" che dal 1992 è andato in scena in diverse edizioni e in diverse lingue in Italia e in alcune capitali europee. Già nel titolo si intuisce l'intuizione che una mente delicata, materna, femminile insomma, può e anzi cova sempre un "mostro" interiore. Lila si rappresentata"realmente" il mostro davanti agli occhi facendolo agire di vita propria, mentre invece Mary Shelley fornisce a questa oscura presenza una vita letteraria. Ecco, dopo aver scritto "Lila" ho sentito il bisogno di dare un omaggio alla grande Mary Shelley che fu donna immensa, non solo creatrice della letteratura gotica, ma anche - e va rimarcato - del movimento femminista. E questi due elementi, quello psicologico e l'altro storico, letterario e biografico, si fondono in questo lavoro che arriva dunque alla quarta edizione e alla 100esima replica nell'elaborazione assolutamente nuova di Melania Fiore: un'attrice eccezionale che sembra essere anche fisicamente un doppio di Mary Shelley.

Che struttura hai conferito a questo monologo? Lo hai descritto come una creazione in chiave di ballata, in cui fasi di esaltazione onirica si alternano a momenti di narrazione storico-romanzesca. Puoi svelarci qualche ulteriore dettaglio?
Mary Shelley è morta - dopo una vita coraggiosamente vissuta in lotta contro il destino avverso che le portò via giovanissimo il suo amore, il poeta romantico Percy Shelley - per un tumore al cervello. Ho dunque immaginato le ultime ore di vita della poetessa ancorata alla vita e alla memoria attraverso il filo della poesia. Non volevo scrivere un'opera in versi, ma è solo attraverso la rima e la risonanza delle parole che Mary riesce ad "infilare" una serie di pensieri, ricordi, emozioni per rivivere l'ultima notte in cui forse fu compiutamente se stessa e si liberò del suo mostro interiore: Frankenstein. Il quale, come si conclude il romanzo, vive ancora sulle Alpi francesi che incorniciano il lago di Ginevra dove Mary visse un'estate felice in compagnia del suo Percy e di Lord Byron. Sarebbe comunque eccessivo definire la mia elaborazione con l'ambizioso termine di "poema" o di "poesia", preferisco il termine ballata perché ho dato alle parole un ritmo rap che rapisce dall'inizio alla fine lo spettatore-ascoltatore.

Nel testo si fondono frammenti desunti dalla biografia tormentata di Mary Shelley con l'epopea del suo più celebre personaggio, il mostruoso Frankenstein. Come hai intessuto questi due diversi piani narrativi?
La parte lirica originale si alterna a spunti storici e biografici in cui una voce narrante ricostruisce la vita e l'opera di Mary, i fatti insomma. In questo modo lo spettacolo si muove su due piani, uno soggettivo attraverso il filo della memoria di Mary, e l'altro più propriamente oggettivo e narrativo, oltreché informativo per collegare i vari momenti biografici della grande scrittrice inglese.

Il monologo è diretto e interpretato da Melania Fiore, con la quale avevi già avuto modo di collaborare in occasione di altri progetti, tra i quali "Assolo contro la 'ndrangheta" e "Rosa e la Calabria Saudita". Una sinergia artistica dunque ormai preziosamente collaudata. Cosa dell'universo attoriale e dell'attitudine registica di Melania ritieni particolarmente affine alla tua cifra drammaturgica?
Devo innanzitutto dire che Melania possiede una dote del tutto particolare, quella di saper "leggere" e interpretare i testi non tanto e non solo con gli occhi dell'attrice valente che è, ma di trasportare in essi la sua grande passione e capacità di drammaturga. La cosa che mi affascina in Melania, e sono pochi a potersi fregiare di una simile capacità artistica e d'animo, è quella di considerare un testo altrui come se fosse il proprio, trattandolo insomma con la stessa devozione e cura del suo stesso autore. Solo i grandi drammaturghi al di sopra delle parti e certi del loro mestiere e della loro forza, riescono a superare le scorie della normale e banale gelosia e a "donarsi" artisticamente alle parole scritte da un altro autore. Questo denota innanzitutto una enorme sensibilità ed anche una profonda cultura. Non è facile mettersi al servizio di un'opera altrui, valorizzandola e migliorandola. A parte questo però devo aggiungere che condivido con Melania un'idea del teatro inteso come luogo in cui creare un'emozione, suscitare una passione. Non si tratta insomma di inscenare semplicemente uno spettacolo, per Melania ed anche per quanto mi riguarda, bensì di far vivere nel pubblico e col pubblico quell'arcaico sentimento che si chiama catarsi, un sentimento che sembra sparito dalle scene odierne votate all'intrattenimento sordido. E sottolineo il termine sordido, perché non c'è sentimento senza il comune sentirsi partecipi di una cultura, e non c'è cultura al di fuori del sentirsi presenti "ora e qui", tutti insieme, quando insieme si fa teatro. Cioè si vive il proprio tempo.

 

MELANIA FIORE

Ciao Melania, dal 7 all'11 gennaio sarai in scena presso il Teatro Stanze Segrete con "Mary Shelley e Frankenstein", poema drammatico di Enrico Bernard per il quale hai anche curato la regia. Cosa ti ha affascinato particolarmente di questo testo?
Ciao Andrea, quando Enrico Bernard, col quale ho intrecciato in questi ultimi anni un rapporto di stima e collaborazione professionale, mi ha comunicato la sua intenzione d’affidarmi questo testo, ne sono stata molto felice, in primo luogo perché mi ha dato l’opportunità di tornare al mio primo amore, la poesia, con la quale, si può dire, sono cresciuta come attrice grazie anche a Mario Scaccia, il mio Maestro. Il testo di Bernard difatti è prevalentemente in versi e mi ha affascinato ed emozionato l’idea di poter di nuovo far vivere sulla scena un testo lirico come ai tempi del mio apprendistato presso la compagnia di Scaccia, dove, prima ancora di cimentarmi nei grandi classici del teatro, Shakespeare, Goldoni, Moliere, ho studiato con lui i suoi cavalli di battaglia, le poesie di Pascoli, Carducci, Montale, D’Annunzio e grandi poemi come La Figlia di Iorio, La Francesca Da Rimini, l’Ariosto e molti altri. Dunque è per me questo un sogno realizzato, anche se in realtà è stato proprio il suo aspetto angoscioso, da folle incubo, a solleticarmi, e soprattutto l’idea d’interpretare un personaggio straordinario come Mary Shelley, nel senso di extra-ordinario, così controverso, pieno di contraddizioni, saturo di bene e di male, e dunque profondamente umano.

Quali soluzioni registiche hai ritenuto si confacessero alle sue atmosfere, anche in virtù della peculiare cornice, avvolgente ed intimistica, offerta dal Teatro Stanze Segrete? Immagino che anche la partitura musicale giochi un ruolo essenziale...
Sì senza dubbio, essendo io stessa una musicista (pianista classica) sono stata immediatamente stimolata nel creare una partitura musicale che facesse da perfetto contrappunto al testo lirico. La scelta delle musiche è stata per me quasi fisiologica, immediata, salvifica: le immagini hanno trovato, di fronte ai miei occhi, una consistenza grazie e in virtù delle meravigliose musiche di Mozart, Chopin, Beethoven, Tchaikovskji di cui ho scelto movimenti particolari, con una sorpresa finale. Certamente, in accordo con Enrico, in qualità di regista (ma anche drammaturga) ho operato alcuni piccoli tagli e modifiche di mio pugno spesso necessari in ogni grande testo che si rispetti, a beneficio della resa scenica, riguardanti però esclusivamente la parte in prosa, senza minimamente toccare la bellezza del testo poetico, riportato quasi integralmente. La cornice delle Stanze Segrete, con quel suo aspetto un po’ gotico, è stata scelta appositamente ed è il giusto ambiente per questo spettacolo. La mia regia si avvale di elementi scenici essenziali: lascia tutto alla forza del testo poetico e alle Parole di questo personaggio straordinario, Mary Shelley che farò vivere sulla scena, o per meglio dire in questa stanza, spazio claustrofobico del suo io, intervallando il ritmo della suo soliloquio poetico a quello di altre sue “eteree” voci interiori, quella della Ragione (voce narrante), quella di Polidori e quella di Frankestein, interpretate da Aldo E. Castellani.

Da un punto di vista interpretativo quali difficoltà hai incontrato nell'accostarti all'angoscioso percorso esistenziale della poetessa Mary Shelley e al microcosmo gotico inquietante popolato dalle creature dei suoi romanzi?
Per quanto riguarda il personaggio di Mary Shelley posso dire che interpretarla è stato quasi liberatorio: mi ha posseduto, mi è entrata nell’anima con una potenza difficile da descrivere. Tutti noi abbiamo, a mio avviso, qualcosa di profondamente mostruoso nel nostro mondo interiore, qualcosa che difficilmente, seppellito dalle convenzioni sociali e dal cosiddetto vivere civile, riusciamo a far venire fuori: e poi all’improvviso si vomita fuori tutto ed ecco che oggigiorno siamo pieni di casi di cronaca in cui madri uccidono i figli, mariti ammazzano le mogli di fronte ai loro figli, giovani uccidono altri giovani e poi dichiarano su Facebook la loro soddisfazione. E tutto questo non è mostruoso? Ecco perché trovo che Mary Shelley, seppur nella follia, sia molto più sana e coraggiosa, perché quanto meno ha la forza di affrontare il mostro dentro di sé, quel senso di colpa per esser stata, involontariamente, la causa della morte di sua madre e dei suo figli, per cui, dice, “non riesce a provare alcun sentimento materno”... Certo è stato difficile, una bella prova per un’attrice, avere a che fare con una tale miscela esplosiva di sentimenti, ma senza dubbio stimolante e per una come me, che ha sempre amato i personaggi “scomodi” e per questo liberi, un vero dono.

Quali altri progetti hai in cantiere per il prossimo futuro?
Devo dire che nel 2014 ho raccolto delle belle soddisfazioni, frutto di tanti anni di fatica e intenso lavoro: ho visto vincere l’Oscar al film di Sorrentino, un film, a cui, seppur con una piccola parte, ho partecipato, ho vinto 6 premi teatrali, tra cui il Premio Calcante come Miglior Drammaturga e il Premio come Miglior Attrice al Festival dei Diritti Umani.
Tra i progetti nell’immediato futuro c’è il "Pilade", spettacolo che andrà in scena al Teatro Vascello di Roma nel marzo 2015, con la regia di Daniele Salvo, regista e storico assistente di Luca Ronconi, dove interpreterò l’Eumenidi. Sto girando un film indipendente di cui sono la protagonista, "Gli Angeli del grano", con la regia di Giuseppe Andreozzi, e inoltre andrò in scena da marzo in poi con tre miei spettacoli: “Tutto il mio amore” spettacolo pluripremiato e con sulle spalle 2000 repliche in vari teatri d’Italia, "L’Odissea di Alice nel Paese della Realtà", e un nuovo spettacolo, "Cosima e le delizie dello Chanteclair".

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Enrico Bernard e Melania Fiore
Sul web: www.stanzesegrete.it

 

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