Elio De Capitani: il teatro come sudore e fatica

Scritto da  Lunedì, 14 Aprile 2014 

Prima di tutto un concetto fondamentale, da tenere bene a mente: il successo - di una persona come di un gruppo - non nasce sotto i cavoli. E non lo portano nemmeno le cicogne. Fatta questa premessa, possiamo forse credere che il successo dell’Elfo, la stima di cui gode da molti anni presso il pubblico e presso la critica, siano solo frutto del caso? Evidentemente no. Dietro una realtà teatrale così ben strutturata c’è un passato di sudore e fatica. Non c’è niente di retorico in questo, è la pura verità: Elio De Capitani è riuscito, insieme ai suoi sodali, a costruire qualcosa di grande semplicemente perché si è fatto un mazzo così. E il bello è che più passano gli anni, più è contento di farsi il mazzo di cui sopra. Alla base di tutta questa abnegazione c’è una passione, autentica e sincera, verso il teatro.

 

 

 

 

Trattandosi di un amore vero per il palcoscenico, vive ogni esperienza da artista con perfezionismo. Nei giorni scorsi ha sfoderato questo perfezionismo come attore e regista - insieme a Renato Sarti - di Goli Otok. Ha vestito i panni di Aldo Juretich, un anziano che racconta la spaventosa esperienza vissuta da ragazzo nel peggiore dei campi di concentramento di Tito - dove venivano rinchiusi tutti coloro che, dopo la rottura tra il maresciallo e Stalin, avevano scelto di rimanere fedeli al capo dell’Unione Sovietica. Dopo la fame, le privazioni, le violenze dentro il campo di internamento, veniva la fase della violenza psicologica: gli ex internati potevano riacquistare la libertà ma venivano isolati dalla gente comune, che aveva paura di intrattenere rapporti di qualunque tipo con loro. Nell’intervista che segue, De Capitani racconta la sfida di Goli Otok e le molte sfide che, nell’arco di una così lunga carriera, ha sempre voluto affrontare.

 

 

 

Per chi, come te, proviene da una storia di Sinistra, è stata una brutta sorpresa scoprire l’inferno di Goli Otok? Ti è crollato in un colpo il mito di Tito?
«Sono sempre stato un comunista eretico, per me i miti sono alcuni pensatori anarchici semi-sconosciuti come Francesco Saverio Merlino. Per cui non è che la scoperta di Goli Otok abbia significato il crollo del mito di Tito. Sicuramente non mi aspettavo da parte sua questi metodi stalinisti, questo sì; mi colpisce la disumanità di quel campo di internamento, il fatto che si ritrovassero ad essere nemiche persone che fino al giorno prima avevano fatto la Resistenza insieme. Il socialismo reale, purtroppo, è stato dappertutto totalitarismo; non come nell’Unione Sovietica, ma lo è stato anche nella più democratica, più autogestita, più partecipata Jugoslavia. Goli Otok è una specificità abominevole e per questo andava raccontata in uno spettacolo».


Uno dei primi personaggi della tua carriera è stato Bottom, del Sogno di una notte di mezza estate. Se ci pensi anche tu, in tutti questi anni all’Elfo, sei stato un tessitore come Bottom…
«Sì, ma è più interessante sottolineare che Bottom rappresentava il mio lato guascone, da Capitan Fracassa. Da giovane quella natura mi apparteneva molto di più, ora invece ho un modo diverso di rapportarmi al mio mestiere».


Sempre a proposito di Bottom, è capitato anche a te che qualcuno volesse metterti delle orecchie d’asino? In senso metaforico, si intende.
«Ci sono stati alcuni critici che hanno pesantemente sottovalutato il lavoro dell’Elfo. Io personalmente non ho mai sofferto per queste loro prese di posizione, mi dispiaceva molto di più vedere alcune persone del mio gruppo che pativano questi attacchi - a volte gratuiti - nei nostri riguardi. L’elemento veramente preoccupante però è un altro: il disinteresse della politica e della stampa nei confronti del teatro in generale, non solo verso l’Elfo. Questi signori, trascurando l’importanza del nostro mestiere, ci mettono la testa d’asino; non hanno ancora imparato la lezione di Eduardo, secondo cui la funzione sociale dell’attore andava insegnata nelle scuole».


Ma perché, con tutti i capolavori di Shakespeare, voi dell’Elfo vi eravate innamorati proprio del Sogno di una notte di mezza estate?
«È il pubblico che si è innamorato del Sogno. Il grande amore del pubblico per questo testo è meraviglioso; è divertente riproporlo e scoprire che un ragazzino di sedici anni si innamora del teatro proprio vedendo il Sogno. Questa commedia è uno strumento di divulgazione teatrale straordinario. Noi come Elfo siamo in “società” con Shakespeare: gli abbiamo dedicato una sala perché ci ha dato tanto e non ha mai chiesto indietro una lira di diritti».


Parliamo di Nemico di classe, uno dei tuoi primi successi come regista. La rabbia dei ragazzi di quello spettacolo è diversa dalla rabbia dei giovani di oggi?
«Nemico di classe raccontava la rabbia di una generazione di drop-out abbandonata al proprio destino. Oggi la rabbia è più diffusa. Si è estesa perché il 40% di disoccupati non è più un’area marginale: sono i laureati con la laurea magistrale e i master presi in mezzo mondo. Non hai idea di quali cifre mi propongano per insegnare nei master ma io mi sono sempre rifiutato: sono convinto di fare molta più formazione attraverso un provino con quattrocento attori, scegliendone diciotto. E pagandoli. Quindi io li formo ma li pago anche: nessuna delle persone che io ho scelto ha pagato di tasca sua per essere formata. Se ogni realtà facesse il discorso che facciamo noi all’Elfo l’Italia avrebbe risolto il problema dei giovani. Io faccio il mio con coscienza, spero che in tanti seguano il mio esempio».


Quarant’anni di carriera alle spalle, quarant’anni di grandi consensi. Ma quando ti capita di fare veramente il botto - come nel caso di Angels in America e The History Boys - ti senti arrivato?
«Se tu hai in mente un progetto come l’Elfo non potrai mai sentirti arrivato. Non c’è questo piacere, purtroppo. Poi lo spettacolo teatrale non è come un film, prodotto finito che rimane: il teatro è il luogo dell’effimero. Stiamo cercando di curare questa “sindrome ansiosa” che ci porta a non godere dei successi del presente».


Più volte l’Elfo ha messo in scena Fassbinder o ha tratto ispirazione dai suoi testi. È stato un autore prolifico che ha seminato moltissimo. Quali sono i frutti di questa semina, di cui possiamo godere anche oggi da spettatori?
«La fusione tra melò sociale e epos, tra il cinema americano di un certo tipo e Brecht: due universi che sembravano agli antipodi e che lui invece è riuscito a saldare. Per quanto riguarda poi i meccanismi della vita amorosa lui ha smontato il romanticismo - e non lo ha smontato perché era un pornografo, bensì perché conosceva i rapporti di forza e i rapporti di classe che stanno alla base delle relazioni sentimentali. Per capire la forza di Fassbinder bisogna soffermarsi sull’autore e non sul regista: il regista si è trovato a “decorare” quel materiale molto incandescente che era presente nei suoi testi. La potenza era nei suoi testi, non nelle sue regie».


La forza di Mariangela Melato, con la quale più volte hai lavorato.
«Soffermiamoci sui piccoli momenti di Mariangela e non su tutto il suo percorso artistico. Lei riusciva a trasformare il momento di un monologo in uno squarcio di sé verso il pubblico. C’erano dei momenti in cui lavoravamo insieme dove venivo letteralmente travolto dalla sofferenza dei personaggi che incarnava. E non solo io: ogni spettatore viveva dentro di sé la lacerazione emotiva che lei stava comunicando. Questa era la sua grandezza assoluta, che mi ha cambiato come attore. Il Commesso viaggiatore è dedicato a lei: ho cercato in me questa capacità di Mariangela di aprirsi fino in fondo».


Il grande pubblico ti ha scoperto come interprete di Berlusconi nel Caimano di Nanni Moretti. Dì la verità: un po’ ti sei incazzato quando Moretti ha scelto di interpretare il monologo finale al posto tuo…
«Mi sono incazzato quando all’inizio mi ha chiesto di fare Berlusconi con la parrucca: gli ho spiegato che ero un attore e non un imitatore. Per quanto riguarda invece il monologo finale io l’ho trovato un momento fortissimo: non c’entra più Moretti, quello è Shakespeare. Sono stato contentissimo che lui sia arrivato a quel risultato lì, a quell’epos tragico. Molti pensano che io avrei saputo farlo meglio, ma non sono assolutamente di quel parere».


Rimanendo sempre al cinema, avresti voluto prendere parte a Mediterraneo del tuo amico Gabriele Salvatores?
«No perché Mediterraneo è il mondo di Gabriele, il mondo di quelli che fanno le partite di calcio. Io dico sempre che l’Elfo si è diviso tra quelli che praticano il calcio e quelli che lo detestano. Se tu non ami il calcio, come fai ad amare Mediterraneo? Sai cosa avrei voluto fare invece con Gabriele? Il padre di Io non ho paura, interpretato da Diego Abatantuono. Ad ogni modo, tra me e Salvatores c’è un affetto indistruttibile, che è continuato anche nel momento in cui abbiamo imboccato strade differenti».


Il tuo sodalizio con Ferdinando Bruni dura da una vita, sarebbe troppo facile elencarne i pregi. Parliamo dei difetti…
«I difetti miei e di Ferdinando, la maniera in cui riusciamo a convivere nonostante la consapevolezza dei rispettivi difetti è il vero segreto dell’Elfo. Essendo un segreto, non lo dirò mai né a te né a nessun altro».


Uno dei tuoi grandi successi della stagione in corso è stato Frost/Nixon. Nella nostra Italia ci sono due personaggi simili?
«In Italia non abbiamo né Frost né Nixon: Frost era un modello di giornalismo unico nel suo genere, Nixon era uno che si dimetteva. L’America - che è un Paese nel quale si combinano cose pure peggiori che da noi - c’è però questa convenzione: se vengono scoperte le malefatte di un politico, lui si leva subito dai coglioni. Immediatamente».


Anche Pasolini è un autore affrontato in più di un’occasione all’Elfo. Parliamone.
«Non è facile mettere in scena Pasolini perché ci sono dei nodi per me irrisolti: il suo teatro presupponeva un pubblico borghese che non è il nostro; c’era in lui un rimpianto del mondo contadino che non ci appartiene come Elfo. Dunque è inevitabile che il mio incontro a teatro con Pasolini divenga uno scontro. Finora ho messo in scena solo due suoi testi in friulano, perché lì c’era l’arcaico e il primigenio che mi stava bene; l’altro aspetto, quello della critica alla modernità, non l’ho mai affrontato perché il modo che lui aveva di rapportarsi al problema è diverso dal mio. Può sembrare paradossale, ma per raccontare i problemi nodali dell’Italia preferisco rivolgermi a uno straniero come Fassbinder piuttosto che all’italiano Pasolini».


Ma perché l’elfo, inteso come figura mitologica e non come teatro, appassiona tanto i giovani?
«Non ne ho idea, io non c’ero neanche quando hanno scelto di dare questo nome al teatro e non lo avrei mai scelto. Gli elfi del Signore degli anelli - che parlano antico gaelico, vivono cinquecento anni e intrecciano relazioni amorose con gli umani - per me sono delle creature insopportabili. Poi però mi sono affezionato a questo appellativo: gli Elfi siamo noi, un gruppo di persone molto concrete che fanno teatro. Non c’entrano niente neanche gli elfi del Sogno: c’è stato uno slittamento semantico enorme della parola, abbiamo dato una connotazione completamente diversa».


Un tram che si chiama desiderio è stata una delle tue esperienze artistiche più esaltanti. Ma il tuo tram, in questo momento, quali desideri porta con sé?
«Forse sarebbe il momento di cominciare a teorizzare qualcosa, di mettere per iscritto le mie riflessioni sul mestiere dell’attore. Quest’anno per me - tra Frost/Nixon, il Commesso viaggiatore, Goli Otok - è stato un anno di grande realizzazione come artista. È giunto il momento, forse, di lasciare una testimonianza scritta di questi importanti risultati».

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Sul web: www.elfo.org

 

 

 

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