Elena Arvigo: attraverso le eroine del mito parlo dell’animo umano e delle sue tenebre

Scritto da  Domenica, 12 Febbraio 2017 

Abbiamo incontrato Elena Arvigo in occasione delle repliche romane di “Edipo”, ambizioso progetto teatrale della compagnia Mauri Sturno che giustappone due classici immortali, l’ “Edipo Re” e l’ “Edipo a Colono” di Sofocle, con le regie per taluni versi antitetiche di Andrea Baracco e Glauco Mauri. Partendo dai ruoli da lei interpretati, Giocasta e Antigone, abbiamo poi percorso a ritroso alcune delle ultime tappe del suo ricchissimo bagaglio artistico, dai “Monologhi dell’atomica” di Hayashi e Aleksievich ai reportage di Anna Politkovskaja, da Garcia Lorca a Sarah Kane, sino al prossimo lavoro che la vedrà protagonista, L’Imperatore della sconfitta di Jan Fabre, scoprendo in lei una sensibilità curiosa, ricercata ed appassionata.

 

Elena ArvigoCiao Elena, è un piacere incontrarti sulle pagina di SaltinAria in occasione dell’ “Edipo” della Compagnia Mauri Sturno. Due testi compongono lo spettacolo, l’ “Edipo Re” e l’ “Edipo a Colono” di Sofocle, affidati rispettivamente alla regia di Andrea Baracco e Glauco Mauri. Come è strutturato questo interessante progetto e quali sono le caratteristiche peculiari di queste due direzioni registiche?
Il progetto nasce con l’intenzione di scindere in due regie uno spettacolo in una sorta di staffetta artistica. Nello stesso contesto, nello stesso spazio, nella stessa sera, il teatro può parlare a più generazioni, a più coscienze culturali. Con lo stesso cast di attori impegnati diversamente. L’ “Edipo Re” è diretto da Andrea Baracco che ha affidato la sua regia oltre che alla parola anche ad una serie di immagini in movimento , di evocazioni e suggestioni date da una scenografia con tanti elementi tra i quali l’acqua - molto presente in scena - e da proiezioni video. La regia di Glauco dell’ “Edipo a Colono” è invece più classica e assomiglia più ad un quadro o ad una scultura, che prende vita attraverso le parole del testo. Uno spettacolo è nero, l’altro è bianco. In uno si compie la tragedia, nel secondo c’è la sospensione della tragedia.

Tradizione e contemporaneità. Come si incontrano questi due concetti in questa messa in scena dell’archetipo di Edipo, simbolo dell’uomo e della sua ineluttabile ricerca di verità?
La Verità è in luce fin dall’inizio. Lo è per i protagonisti e per il pubblico che assiste. E’ il processo, cioè il “come”, il viaggio che si compie per accettare questa realtà/verità che rende la storia di Edipo e di ogni uomo sulla terra unica, speciale e quindi interessante. La storia di Edipo è una leggenda , cioè una storia degna di essere letta, è una sorta di favola. Non c’è il tempo nelle favole . Sono fuori dal tempo. Mi viene in mente quello che scrisse Pirandello sull’amore e il tempo : “L’amore guardò il tempo e rise, / perché sapeva di non averne bisogno. / Finse di morire per un giorno, /e di rifiorire alla sera, /senza leggi da rispettare. /Si addormentò in un angolo di cuore / per un tempo che non esisteva. / Fuggì senza allontanarsi, /ritornò senza essere partito, /il tempo moriva e lui restava”. Così Edipo e Amleto e tutti i miti ridono delle mode e dei tempi - sono loro il tempo, che in realtà non esiste. Che inganno viviamo nel quotidiano!

Elena ArvigoSei la protagonista femminile di questo ambizioso progetto, interpretando nelle due opere i personaggi di Giocasta e Antigone. Come ti sei accostata a queste donne e che lavoro attoriale hai compiuto per coglierne a pieno le sfumature?
Mi sono avvicinata con timore, curiosità, entusiasmo e un po’ di incoscienza .Come ogni volta che mi avvicino a qualcosa o a qualcuno che intuisco mi piacerà ma non so ancora esattamente perché. Antigone un po’ la conoscevo - ma più nelle sue “irradiazioni”. Tanti personaggi meravigliosi sono “Antigoni”: ogni volta che qualcuno si alza in piedi e mette a repentaglio la sua vita per un ideale è un po’ un’ Antigone. Non conoscevo però l’ Antigone dell’ “Edipo a Colono”. Mi sembrava qualcosa di meno rispetto all’ Antigone della tragedia omonima . In realtà Antigone trova la forza nell’ ascolto delle vicende di Edipo . E’ accompagnandolo e stando al suo fianco per tanto tempo che comprende il senso delle cose .E’ con Edipo che avviene la preparazione a quello che poi accadrà. La sua integrità nasce dall’ “Edipo a Colono”. Giocasta sembrava lontana da me. L’ho avvicinata come si avvicinano gli animali che non conosci . Mi sono accucciata e ho aspettato che mi parlasse lei attraverso le sue parole - immense. Si è rivelato un personaggio pieno d’ amore e vitalità, complesso ma bellissimo. Giocasta me la porterò dietro credo per sempre, è nata una storia d’amore, come dicevo prima fuori dal tempo.

Accanto a te sul palcoscenico due pilastri del teatro italiano come Glauco Mauri e Roberto Sturno. Quali gli insegnamenti che hai tratto dal lavorare al loro fianco?
Glauco Mauri è da 71 anni che fa teatro - senza quasi pausa - ha una leggerezza nell’affrontare le questioni davvero invidiabile. Uno degli esempi che fa più spesso è quello della mano: “Ogni cosa ha una soluzione”, dice, e mentre lo dice apre la mano e se la mette davanti alla faccia, proseguendo “Ecco, vedi, se mi faccio prendere dal panico, mi spavento non capendo cosa sia questa cosa che mi preme il viso, se faccio un respiro e piano piano mi tranquillizzo capisco che è solo una mano, è la mia e la posso allontanare” e nel raccontare l’aneddoto mima questo movimento. Di tutti gli insegnamenti di Mauri questo è quello che mi piace di più ricordare. Roberto Sturno, con i suoi occhi blu cristallo, è un compagno di scena generoso e umile. Entrambi, sia Glauco che Roberto, sono sempre a servizio dello spettacolo, è una bella qualità.

A completare la compagnia un ricco cast di interpreti, nonché alcuni dei più affermati artisti italiani per confezionare scene e costumi, musiche ed elementi sonori. Puoi presentarceli brevemente?
Accanto a me sul palco Laura Garofoli nel ruolo di Ismene, Ivan Alovisio nel ruolo del coro nell’ “Edipo Re” e in quello di Polinice nell’ “Edipo a Colono”, Mauro Mandolini nei panni dell’uomo di Corinto nell’ “Edipo Re” e di Creonte nell’ “Edipo a Colono”, Roberto Manzi nel ruolo di Creonte nella prima parte e in quello dell’uomo di Colono nella seconda ed infine Giuliano Scarpinato nel ruolo del messaggero nell’ “Edipo Re” e di Teseo nell’ “Edipo a Colono”. Scene e costumi sono di Marta Crisolini Malatesta, mentre le musiche e gli elementi sonori dell’ “Edipo Re” sono di Giacomo Vezzani. Per ognuna di queste persone si potrebbero spendere pagine. La vita di tournée rivela la personalità di ognuno nel bene e nel male. E’ una comunità che si sposta di città in città. A me piacciono le persone che danno sempre il cento per cento di quello che hanno da offrire. Costi quel che costi. E ovviamente nel bene e nel male. Non mi piacciono i risparmi. Qualcuno in compagnia l’ho trovato, ma devo dire che la persona a cui mi sono più affezionata si chiama Cinzia Falcetti ed è la sarta di compagnia. Non credo che nessuno se ne avrà a male se spendo qualche parola di più per lei. La sua dedizione per questo mestiere, la sua leggerezza e incredibile competenza e maestria sono un esempio e un’ispirazione molto grande.

Elena ArvigoLo spettacolo è andato in scena all’Eliseo di Roma dal 31 gennaio al 12 febbraio, dopo le repliche di Firenze, Torino, Milano, Genova, Verona e Pesaro. Quale accoglienza gli è stata riservata dal pubblico di queste città?
Glauco Mauri è un artista molto amato. Ed è apprezzato in modo trasversale. Piace a tutti. La sua recitazione è moderna e dimostra che non esiste un modo antico o moderno di recitare. Esiste il talento, Glauco Mauri ha un grande talento nel senso che ha un grande desiderio di comunicare, di raccontare storie, di regalare queste storie al suo pubblico e questo attraversa il palco e arriva in platea forte e chiaro; quindi l’accoglienza che abbiamo ricevuto, al di là della singola replica che può essere più o meno buona come sempre accade in teatro, è stata davvero calorosa.

L’anno scorso hai presentato al Teatro Due di Roma, nell’ambito della rassegna “Una stanza tutta per lei”, il tuo lavoro “Monologhi dell’atomica”, tratto da testi di Kyoko Hayashi e Svetlana Aleksievich. Come è nato questo progetto e come l’hai sviluppato?
Il progetto è nato durante le repliche milanesi all’Out Off di “Donna non rieducabile” di Stefano Massini. In occasione dell’anniversario della scomparsa di Anna Politkovskaja avevo organizzato all’Out Off una serie di incontri sui “testimoni scomodi “ - c’erano Etty Hillesum e Jan Karski tra gli altri e proprio in quei giorni Svetlana Aleksievic vinse il Nobel con “Tempo di seconda mano” e così avevo deciso di inserirli nei “testimoni scomodi”. Cercando brani mi sono trovata a leggere “Preghiera per Cernobyl”, sono stata rapita dalla bellezza devastante di quei racconti e poi da lì ho cominciato a cercare altro e sono arrivata a Kyoko Hayashi e a Nagasaki e quando per la rassegna “Una stanza tutta per lei”, organizzata da Daniele Salvo e Melania Giglio, mi han chiesto di portare qualcosa, ho pensato di sviluppare quel lavoro e cosi è stato . Poi insieme a Virginia Franchi all’Out Off la mise en espace è diventato un vero e proprio spettacolo.

Sempre nella scorsa stagione hai recitato nel secondo pregiato lavoro da regista di Gianluca Merolli, “Yerma”, tratto dall’opera teatrale omonima di Federico Garcia Lorca, nel ruolo della protagonista all’ostinata ricerca di una maternità che definisca la sua identità. Che ricordo custodisci di questo lavoro?
I ricordi sono sempre belli quando “avviene” l’incontro tra le persone. Così è stato con “Yerma”. Testo e spettacolo molto difficili ma con compagni di viaggio bellissimi, compreso appunto il regista Gianluca che ha una sensibilità davvero forte e un amore per il teatro che lo porteranno sicuramente lontano . C’erano poi Enzo Curcurù, Maurizio Rippa, Pino Le Pera e Giulia Maulucci che hanno reso il viaggio davvero divertente. Spero si possa riprendere lo spettacolo ameno per qualche data, è sempre un peccato quando gli spettacoli rimangono fermi.

Elena ArvigoIl tema della maternità era stato da te investigato già in “Maternity Blues (From Medea)” di Grazia Verasani, di cui avevi anche curato la regia, una struggente riflessione sul tema dell’infanticidio, ancora una volta legata ad un personaggio mitologico, quello di Medea. Come in quella circostanza avevi declinato questa eredità per rivolgere lo sguardo alla realtà contemporanea?
Medea ha accompagnato tutte le nostre prove. L’ abbiamo studiata e con le altre attrici si era costruito un prologo di quasi mezz’ora. Poi l’ultimo giorno abbiamo deciso di toglierlo, ma è rimasto dentro. Ci è servito per alzare la storia, per sollevarla dalla morbosità della cronaca e portarla in territori più interessanti e complessi . Parlando di Medea si parla dell’animo umano, dei suoi bui, delle sue tenebre , delle rotture . E’ uno spettacolo che amo molto pur essendo un viaggio molto doloroso. E le attrici che mi hanno accompagnato sono amiche care, alcune lo erano altre lo sono diventate. Questa è la cosa più bella.

Sempre all’insegna dell’impegno civile l’altra tappa fondamentale del tuo recente percorso teatrale che abbiamo precedentemente citato, il monologo “Donna non rieducabile”, memorandum teatrale su Anna Politkovskaja, firmato da Stefano Massini. Quali sono state le cifre distintive di questo lavoro e quale ritieni sia il ruolo ed il potere del teatro nell’accendere i riflettori su tematiche sociali e politiche di stringente attualità?
Anna è stata una scoperta progressiva per me e questa scoperta ho cercato di consegnare nel mio lavoro. Anche “Donna non rieducabile” nasce quasi per caso. Cercavo uno spettacolo da fare al Brancaccino e sono inciampata in questo testo . Era il febbraio 2015, da allora lo spettacolo è cambiato, io sono stata in Russia, ho incontrato tante persone , tante realtà che mi hanno fatto capire, che mi hanno avvicinato a quelle vicende narrate da Anna Politkovskaja. Sono grata a volte in modo speciale a questo mestiere che mi aiuta ad essere meno ignorante, che mi aiuta ad accendere i riflettori su tematiche sociali e politiche - per usare le tue parole. Questo mio viaggio cerco di dare al pubblico per comprender meglio. Insieme. Nell’ultima versione ci sono parti in russo. E’ stato davvero emozionante andare in Russia e in qualche modo ho cercato di restituire quel viaggio attraverso quella lingua meravigliosa che è il russo grazie all’aiuto di Teodoro Bonci del Bene che mi ha accompagnato in scena.

Elena ArvigoCome non citare, come ultimo capitolo di questo rapido excursus nel tuo ricchissimo bagaglio di attrice, la tua memorabile interpretazione di “4:48 Psychosis” di Sarah Kane. Come sei affondata nel suo cupo universo drammaturgico per riemergerne con un’interpretazione di tale potenza da essere salutata dal calorosissimo apprezzamento di pubblico e critica?
Psychosi” è l’alfa per me . Credo che avrei concluso nel 2009 il mio lavoro di attrice se Valentina Calvani non mi avesse proposto di fare questo testo. Ero in tournée con “Le Signorine di Wilko” e non ne potevo più. Non che non fosse bello lo spettacolo, ma onestamente quella vita da tournée, da scritturata, così fine a se stessa non mi piaceva. Oggi la vedo diversamente, questi momenti di tournée mi servono per rimettermi in sesto finanziariamente, ma poi penso ai miei spettacoli, alle mie cose. Vedere solo tournée nei grandi teatri è una visione che assomiglia ad un incubo per me. E così quel testo, quello spettacolo è stato investito di una forza particolare. Al di là del fatto di essere un capolavoro di per sé. C’è stato un incontro speciale tra Valentina e me. Ancora ora quando lo porto in giro per me è una scoperta ed una emozione indescrivibile ogni volta.

Su quali tematiche ti piacerebbe soffermarti nell’ambito della tua ricerca teatrale?
Non lo so con precisione e comunque io lavoro sempre un po’ di nascosto da me stessa, dunque non saprei scriverlo. Vado a braccio con quello che “apparentemente “ mi accade casualmente.

Quali altri progetti hai in cantiere nel prossimo futuro?
A metà marzo circa lascerò la tournée di Edipo per iniziare le prove dell’ “Imperatore della Sconfitta” di Jan Fabre all’ Out Off , un testo che mi spaventa, al momento anche dire che farò questo spettacolo mi sembra uno scherzo. Poi dovrei fare una fiction su De Andrè e altre cose che faccio fatica a mettere per iscritto. Tipo alzare un po’ la qualità della mia vita. Niente è sicuro, però. Ma va bene cosi, no?

 

Intervista di: Andrea Cova
Foto di scena di: Manuela Giusto
Ritratti posati di: Azzurra Primavera
Grazie a: Ufficio stampa Sara Battelli

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