Edoardo Purgatori: “Killology”, luce ed ombra, finzione o realtà?

Scritto da  Sabato, 01 Dicembre 2018 

Gary Owen è un drammaturgo gallese riconosciuto a livello internazionale che vanta diversi premi per le sue scritture teatrali. I suoi spettacoli sono stati rappresentati in Gran Bretagna, Canada, Australia e Germania. Nello specifico qui in Italia la sua opera “Killology” è stata tradotta e portata sul palcoscenico dal regista Maurizio Mario Pepe, al Teatro Belli di Roma, nell’ambito della XVII edizione della rassegna “Trend - nuove frontiere della scena britannica”. Abbiamo intervistato Edoardo Purgatori, protagonista della pièce assieme a Stefano Santospago ed Emiliano Coltorti.

 

“Killology” è un nuovo videogame che sta influenzando un’intera generazione, un simulatore di torture in cui i giocatori uccidono le loro vittime. Più le torture sono perverse e arrecano una sofferenza significativa, lasciando libero sfogo alle fantasie più oscure del giocatore, più vengono accumulati punti e bonus. Tutto sembra quindi collegato proporzionalmente ad una creatività sadica.

Edoardo PurgatoriQuesto videogame è il comune denominatore della storia dei tre personaggi che, pur con rilevanti differenze, oscillano tra il bene e il male. Paolino, l’ideatore del gioco, interpretato da Emiliano Coltorti, è diviso tra l’odio e l’amore per un padre che viene descritto come una figura sempre contrariata e delusa dalle scelte del figlio, che portano quest’ultimo ad una costante ricerca di approvazione e appoggio. Coinvolti in questo gioco saranno anche gli altri due personaggi: Michelino, interpretato da Edoardo Purgatori, vittima di bullismo e sofferente per l’assenza di una figura paterna all’interno della sua vita e il padre di Michelino, interpretato da Stefano Santospago, colmo di sensi di colpa per la mancata vicinanza nella vita del figlio e successivamente travolto da un senso di vendetta nei confronti di Paolino. Sebbene inizialmente distinte, le vite di questi tre personaggi in prossimità dell’epilogo si ricongiungeranno, andando a disegnare un fil rouge che percorre diametralmente tutto il racconto.

In un certo senso ad emergere dall’intera opera è la consapevolezza che la violenza genera violenza, instaurando un meccanismo a rotazione tra vittime e carnefici.

Ciao Edoardo, bentornato sulle pagine di SaltinAria. Innanzitutto vorrei chiederti se già conoscevi i lavori di Gary Owen e come ti sei trovato a collaborare con il regista Maurizio Mario Pepe a questo progetto.
Sì li conoscevo, lo scorso anno ho avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo di Gary Owen, ”Ifigenia in Cardiff” con la regia di Valter Malosti. Mi ricordo che mi era piaciuto molto. Si trattava di un monologo incentrato solo sull’attrice, la bravissima Roberta Caronia, che, pur essendo sola in scena, ha saputo trasmettere al meglio tutto ciò che voleva comunicare. Pur essendo tutto immaginato, raccontato, è proprio qui che sta la bravura dell’attore nel suggestionare il pubblico. Devo dire che l’obiettivo è stato raggiunto a pieno. Con Maurizio Mario Pepe lavoro già da otto anni con la compagnia teatrale “La forma dell’acqua”. Ormai ci sono un’intesa, un’amicizia che ci lega e la stessa idea di teatro che ci ha permesso di lavorare insieme per tutti questi anni. Sia sotto il profilo lavorativo che in quello umano, c’è un’ottima alchimia.

A tuo avviso possiamo dire che “Killology” sia un simulatore di torture dentro e fuori i suoi protagonisti?
Il videogame fa uscire il lato sadico che è dentro ognuno di noi. Esalta i tratti più oscuri dell’animo umano. Quindi da un certo punto di vista giocare a questo gioco ci mette in contatto con questa parte di noi. Nello specifico, il personaggio di Paolino afferma di aver creato questo gioco e di averci giocato moltissime volte, eppure nella vita reale non ha mai colpito nessuno. Anche se poi verso la fine si troverà in una situazione in cui non riuscirà a fermarsi e la sua parte più oscura prenderà il sopravvento. A questo punto il gioco in sé sembra avere una notevole influenza nella vita reale.

La trama è ricca di contenuti sociali, psicopedagogici e morali: un insieme di elementi e frammenti di storie genera alla fine una concatenazione di eventi, da cui emerge una serie di colpe che riguardano non solo i padri ma anche i figli, con un crescendo di tensione quasi palpabile tra luce e ombra. Cosa ne pensi?
Penso che, come in tutti i testi così forti, sia presente al contempo sia luce che ombra. Nello specifico Bene e Male. Viene raccontato come il male prenda forma e come un’assenza di bene nelle vite di queste persone porti poi a prendere determinate decisioni e compiere azioni tali da scatenare conseguenze fondamentali e decisive nella storia dei tre personaggi. Conseguenze che si sarebbero potute evitare se le circostanze di partenza fossero state diverse. Un esempio potrebbe essere il padre di Michelino quando afferma: “Se solo fossi stato più presente per mio figlio tenendogli solo la mano, adesso non sarei qui a dovermi immaginare le numerose vite vissute da mio figlio”.

Edoardo PurgatoriLe tematiche su cui è incentrata la storia del tuo personaggio sono il bullismo, il senso di abbandono, il mancato rapporto con un genitore, la solitudine e la frustrazione che poi muteranno in aggressività nel periodo adolescenziale come conseguenza e in un certo senso riscatto nei confronti delle sofferenze subite in precedenza?
Esattamente. Quello che vive Michelino penso non sia differente da tutto quello che può vivere un ragazzo in un contesto familiare. Ci saranno sempre dei momenti in cui i genitori non saranno presenti quanto uno vorrebbe o dei bulletti a scuola o altrove pronti ad infierire. Penso sia capitato a molti. Quello che probabilmente non accomuna tutti è il percorso che sarà seguito da Michelino, il cambiamento del suo modo di essere. Mi sento di dire che a livello metaforico il mio personaggio è quello più puro. Nasce come anima pura, limpida e nel momento in cui gli tolgono l’unica cosa che gli dava conforto (il suo cane) a quel punto lui afferma: “Io farò male alle persone che sono più buone di me. Perché sono buone e io posso fargli male e non ho paura di loro”. Decide quindi di prendersela con i più deboli ma soprattutto con le persone più buone di lui. Cerca in un certo senso di sanare i torti subiti, ritrovandosi in un abisso nel quale continua a sprofondare e dal quale non c’è uscita.

Possiamo definire "Killology" come un dramma viscerale?
Totalmente. Penso proprio che noi in prima persona come attori, ma anche il pubblico, possiamo dire che sia un’esperienza viscerale. Ognuno di noi può immedesimarsi nella storia di questi personaggi, trovando similitudini all’interno della proprio vita, permettendoci di essere coinvolti anche non avendo vissuto in prima persona una storia simile. Una parte di ciascuno di noi si emoziona perché magari si rivede in quello che viene raccontato e anche se non dovesse essere capitato di viverlo esattamente così come viene descritto nella pièce, può comunque diventare spunto di riflessione e di profonda analisi. Il pubblico può interpretare tali storie come autentiche, rispecchiandosi in esse. È per questo che trovo molto appropriato il termine viscerale…perché se il testo è fatto bene, e lo è, dovrebbe farci fare una vera e propria esperienza di quello che va oltre il semplice racconto.

L’aspetto che più ti ha colpito non solo del tuo specifico personaggio, ma dell’intera opera teatrale?
Il potenziale da un punto di vista teatrale. Il modo in cui è stato messo in scena. Rendere tutto in un certo senso realistico, far trasudare, attraverso la gestualità, ogni singolo episodio del racconto. La potenza del teatro è quella di evocare qualcosa che non è realmente presente in quel momento.

Un aspetto a mio avviso significativo è la semplicità ed essenzialità nella scelta degli elementi scenografici. Era in un certo senso povera eppure è riuscita ad amalgamarsi a pieno con la narrazione, facendo risaltare l’interpretazione degli attori, i quali pur non servendosi di straordinari effetti speciali o di elaborati attrezzi di scena, sono riusciti comunque a rendere al massimo la potenza della storia. Condividi questo punto di vista?
Sì, il teatro è proprio questo. Anche la scelta di far interpretare Michelino in varie fasi della sua crescita dalla stessa persona è stata voluta proprio per trasmettere l’evoluzione di questo personaggio senza troppi artifici o la presenza di più attori. Non è stato facile… ma per fare questo lavoro bisogna mettersi in gioco e ricercare continui stimoli. Sarebbe stato più semplice, ma non necessariamente più appropriato. La potenza di questo testo è che, nel suo essere così evocativo, a teatro rende mille volte di più rispetto a un film. Questo è quello che in generale mi ha stimolato di più in tutta l’opera.

Soffermandoci sul testo di “Killology”, pensi ci siano dei collegamenti con il concetto di “libero arbitrio”? E quanto siamo responsabili?
Il libero arbitrio c’è sempre. La possibilità di fare la scelta giusta o sbagliata c’è sempre. Sta a noi scegliere. Possiamo essere influenzati, condizionati da alcuni eventi, ma alla fine l’ultima parola spetta a noi. Nel bene o nel male, la facoltà di scelta è insita in ognuno di noi. Indubbiamente il contesto crea l’essere umano. I nostri comportamenti dipendono molto dalle condizioni poste in essere all’interno delle situazioni che ci troviamo a vivere. Per quanto riguarda il concetto di responsabilità, posso dire che è un qualcosa che appartiene ad ognuno di noi. Sono dell’idea che è proprio quando uno dà la colpa agli altri che diventa pericoloso. La responsabilità che in generale abbiamo per quello che facciamo e che ci troviamo ad affrontare nel corso della nostra vita è totale, sempre. Noi come italiani spesso stentiamo a prenderci la responsabilità delle nostre azioni. È sempre colpa di qualcun altro. È più facile puntare il dito contro gli altri. A mio avviso è utile fare sempre un grande e costante lavoro su noi stessi. Soffermarci a riflettere sulle cose e sulle azioni che compiamo ogni giorno. Dobbiamo guardare prima noi stessi e poi gli altri.

Attualmente c’è un videogame in circolazione che può rispecchiare in un certo senso “Killology”?
Un tempo ero un nerd e giocavo a GTA (Grand Theft Auto). Ai tempi si diceva essere di cattiva influenza. Ai tempi era quello, ad oggi non lo so. Credo ci siano comunque.

Edoardo PurgatoriSecondo te qual è la soglia che permette di non confondere ma soprattutto di non fondere il virtuale con il reale?
“Dentro di noi c’è una repulsione istintiva nel prendere la vita di un altro essere umano”, questa è una frase che viene citata all’interno della storia. Probabilmente è la nostra coscienza che ci permette di fermarci. Confondere un gioco con la realtà porta inevitabilmente a delle conseguenze. Uccidere un nemico all’interno di un gioco e uccidere un essere umano nella realtà ha pesi e misure completamente diverse. Diventa pericoloso confondere queste due dimensioni. Si rischia una falsificazione della realtà e questo non deve accadere.

Uscendo solo per un secondo dall’opera teatrale “Killology”, pensi che possa esserci tra il tuo personaggio o quelli di Emiliano Coltorti e Stefano Santospago, qualche punto di contatto con la trama o i personaggi di film quali “Arancia Meccanica” o “Funny Games”? Se sì, quali?
Complimenti per aver scelto questi due film. Tornando alla domanda, assolutamente sì. Quando ho visto per la prima volta “Arancia Meccanica” mi ha sconvolto, perché rappresentava la violenza quasi stilizzandola…rendendola affascinante, allettante. Sicuramente il film di Kubrick va ad analizzare cos’è la violenza all’ennesima potenza. Non ci sono mezze vie. Lo stesso vale per “Funny games”, dove è possibile notare un approccio se vogliamo più psicologico alla violenza. Io credo che anche “Killology” riesca a rappresentare la violenza così com’ è, senza giudizio. Ci fa rendere conto che ci sono persone che possono fare cose del genere al mondo…e purtroppo, sui giornali o sul web, capita quasi tutti i giorni di imbattersi in notizie riguardanti il tema della violenza. In questo momento Michelino avrebbe risposto: “E’ pieno di psicopatici per strada ed è una fortuna tornare a casa vivi”.

E’ opinione condivisa dalla collettività, sia sul web che nei talk, che non solo videgames ma anche serie tv, come ad esempio “Suburra”, possano avere un’influenza negativa nei confronti dei più piccoli. Riuscirebbero ad accendere i loro più reconditi sentimenti di rivalsa, aggressività e vendetta, che andrebbero poi a ripercuotersi nella loro quotidianità. Cosa ne pensi?
Ti rispondo così: di Scorsese si diceva sempre che esaltasse i criminali, il mondo del crimine in generale. Lui rispondeva così: ”Sì ma tu ti stai fermando a metà del mio film, perché nella prima parte esalto questi tipi di personaggi ma nella seconda poi hai visto che fine facevano?".

Ti ringrazio per la tua disponibilità e la tua gentilezza. Vuoi aggiungere qualcosa?
Complimenti per l’intervista. Secondo me questo testo ti ha in qualche modo così profondamente colpito, che ti ha portato proprio ad indagare e a ricercare. Sono domande non solo molto intelligenti ma anche molto sensibili. Sicuramente se io non avessi visto “Killology” mi leggerei la tua intervista, il tuo pezzo, per capire di che cosa tratta…e poi direi: “Ok, adesso voglio fare la mia esperienza. Devo andare a vedere lo spettacolo”.

 

KILLOLOGY
di Gary Owen
traduzione Maurizio Mario Pepe
con Stefano Santospago, Emiliano Coltorti e Edoardo Purgatori
scenografo Nicola Civinini
casting director Federica Baglioni
sound design Lorenzo Benassi
disegno luci Giuseppe Filipponio
foto di scena Manuela Giusto
regia Maurizio Mario Pepe
produzione Khora Teatro / la forma dell’acqua

 

Teatro Belli - Piazza di Sant'Apollonia 11/a, 00153 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5894875, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal 20 al 24 novembre, ore 21
Biglietti: ingresso posto unico € 10

Intervista di: Francesca Romana Tomassini
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio Stampa TREND nuove frontiere della scena britannica - XVII edizione
Sul web: www.teatrobelli.it

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