“Due di notte”: intervista ai protagonisti Michele La Ginestra e Sergio Zecca

Scritto da  Sabato, 23 Dicembre 2017 

Dopo il grande successo di pubblico ottenuto nel corso della passata stagione, torna sulle tavole del Teatro Sette «Due di notte», lo spettacolo interpretato da Michele La Ginestra e da Sergio Zecca, anche autori assieme a Massimiliano Bruno. La commedia affronta tante tematiche, ma lo fa con i due ingredienti che da sempre contraddistinguono il palco diretto dall’ex Rugantino: l’ironia gentile e l’umorismo intelligente. L’intervista ai due protagonisti.

 

Teatro 7 Srl presenta
DUE DI NOTTE
di Massimiliano Bruno, Michele La Ginestra e Sergio Zecca
con Michele La Ginestra e Sergio Zecca
mixer audio e luci Gianmarco Cacciani
aiuto regia Anna Lina Tamisari
regia Michele La Ginestra e Sergio Zecca
e con l’amichevole partecipazione in voce di Massimo Wertmuller, Max Tortora, Beatrice Fazi, Martufello, Federica Cifola, Giulia Ricciardi, Alessandro e Luca La Ginestra, Paola Serafino, Ludovica Di Donato, Anna Lina Tamisari, Alessandro Prugnola

 

Le questioni sentimentali, le difficoltà quotidiane, il vizio del gioco, le complicazioni economiche, i sogni mancati, la solitudine, la speranza nel futuro, il valore enorme dell’amicizia: argomenti su cui riflettere ed immedesimarsi non mancano in «Due di notte», spettacolo interpretato da Michele La Ginestra e Sergio Zecca (anche autori assieme a Massimiliano Bruno) nello spazio del Sette, che pur essendo giocato sul filo della leggerezza non manca di affrontare in modo scanzonato temi dalla consistenza più o meno corposa.

L’ambientazione in cui si muovono i protagonisti Leo Battaglia e Vanni Martini - simpatico e spigliato il primo, ma affetto da ludopatia; ironico ed affidabile il secondo, anche se un po’ inconcludente da un punto di vista affettivo - è quello dello studio della GDS, acronimo di Green Dimension Sound, l’emittente da cui viene trasmesso il programma radiofonico che dà il titolo alla commedia.

La pièce, davvero molto piacevole, è strutturata come un palleggio di battute fra i protagonisti che per un’ora e mezza, in modo incessante, trovano il modo per litigare, rinfacciarsi dei comportamenti scorretti, criticare i reciproci gusti musicali, levare la maschera alle proprie meschinità. I due se ne dicono di tutti i colori, ma poi non si tirano indietro quando si tratta di ascoltare una confidenza o spendersi per dare una mano all’altro. Gli artisti, affiatati sul palco come nella vita, mettono in piedi un lavoro ben calibrato che diverte perché parla in modo disinvolto di problematiche di cui tutti abbiamo conoscenza, per via diretta o per interposta persona. Grazie all’operazione di limatura e rifinitura che un artigiano del teatro come Michele La Ginestra sa fare, viene presentato un allestimento spassoso, giusto per salutare il vecchio anno e dare il benvenuto al nuovo. Le repliche, infatti, sono previste fino al 7 gennaio del 2018.

In un’intervista doppia, abbiamo cercato di sapere qualcosa di più. Michele La Ginestra, come nasce l’idea di mettere in scena «Due di notte»?
«Vidi questa rappresentazione tanti anni fa, era stata realizzata da Sergio Zecca e da Massimiliano Bruno. Dopo diverso tempo, poiché io e Sergio ci dicevamo sempre di realizzare qualcosa insieme, abbiamo pensato di proporla. Inoltre, io volevo farmi vedere sul palco da Pietro Garinei che stava cercando Rugantino».

Immagino sia cambiata nel corso del tempo.
«E’ stata modificata quando l’abbiamo ripresa lo scorso anno. Ma è migliorata perché oggi beneficia della maturità di chi nel frattempo ha fatto tanto teatro e sa scrivere meglio rispetto al passato. Mantiene, però, sempre quella vena di demenzialità originale che, fra una risata e l’altra, intende dire qualcosa. In teatro, c’è sempre il desiderio di spingere le persone ad un confronto».

In che modo?
«Il concetto che più mi piace tirare fuori è quello dell’amicizia, del rapporto umano inteso come chiave per sconfiggere le problematiche personali, che possono spaziare dalla delusione sentimentale alla ludopatia. Se qualcuno ti sta vicino, sconfiggi il problema. Leo e Vanni conducono insieme, si sopportano a malapena, ma alla fine si vogliono bene e sono disposti a darsi una mano. Il teatro è anche catartico, c’è la possibilità di immedesimarsi e respirare un po’ di serenità».

Il dj Leo Battaglia non c’entra molto con te, eppure nel personaggio c’è qualcosa di tuo.
«Sì, è lontano anni luce da me, io non ho mai avuto alcun interesse per il gioco, anche se mi piace l’idea di interpretare una cosa avulsa dal mio modo di essere. Ciò che mi appartiene è la sua tendenza a prendere in giro l’altro in modo disincantato, e con Sergio sul palco lo faccio».

Ogni anno il Teatro Sette ha un lavoro di punta. Negli anni più recenti c’è stato «Il Pellegrino», poi «Mistero buffo». Quest’anno, invece, sarà «Come Cristo comanda»?
«Sì, è un qualcosa di diverso rispetto a quello che siamo abituati a vedere, più che ridere farà sorridere. È un testo dell’anima, che di solito scrivo ogni quattro o cinque anni. Sono convito che sia compito del teatro stimolare delle riflessioni profonde. Ci sono delle volte in cui i messaggi sono subliminali, in altre occasioni arrivano come uno schiaffo forte».

Qual è la trama?
«È la storia di un legionario e di un centurione, Caio Longino e Stefanon, in fuga nel deserto. Sono stati entrambi di guardia alla Croce di Cristo. Sono due teste diverse che affrontano in modo molto dissimile l’evento più importante della storia. La domanda che mi sono posto è “chi vive un evento eccezionale, è in grado di comprenderne la portata?”. Ho usato uno stile alla Gigi Magni, un romanesco di altri tempi che rende più fruibile la storia».

Che studio è stato necessario fare?
«Ho approfondito alcuni Vangeli Apocrifi che parlano di questi personaggi. Ed ho scritto il tutto pensando a Massimo Wertmuller, ma lui ha chiesto che ci sia anche io al suo fianco».

A maggio, invece, ci sarà il debutto al Sistina con «E’ cosa buona e giusta».
«Si tratta di una serie di monologhi, ci saranno anche altri attori e dei ballerini. Sta prendendo la piega di un grande spettacolo come Massimo Romeo Piparo, il regista, è solito fare. È divertente, ma ha ventatura più intimista e riflessiva rispetto ad altri miei testi. Si prende spunto dal fatto che un attore va a trovare dei ragazzi nell’oratorio in cui è cresciuto, dove si raccontano tante storie».

Insomma prima Don Michele, poi «Secondo me», successivamente «Come Cristo comanda» e «E’ cosa buona e giusta». È un desiderio di parlare della fede?
«Per me il teatro è un mezzo per comunicare agli altri la buona novella che ho ascoltato. In fondo anche in “Due di notte” si parla di una speranza, si cerca di dire che è bella la vita vissuta assieme agli altri: è una storia di un’amicizia che risulta vincitrice. Voglio solo esprimere un messaggio di amore. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, il nostro Dio lo chiamiamo Padre. Cosa c’è di più semplice nella vita del rapporto padre-figlio? Non c’è niente di complicato in questo messaggio e il teatro lo rende più fruibile. Ognuno di noi ha dei talenti, ed io attraverso un sorriso voglio comunicare quello che ho dentro. Ridere per ridere non mi interessa, non mi appartiene».

Passiamo all’intervista all’altro protagonista di «Due di notte», Sergio Zecca.
«Io interpreto Vanni Martini, che è un dj spigliato ed ironico nella diretta radiofonica, ma malinconico e romantico nella vita privata: nasconde una grande solitudine. Si trova alle prese con il co-conduttore Leo Battaglia che insegue perennemente per farsi ridare i soldi che gli ha prestato, e che lui ha perso giocando ai cavalli. Ma in fondo in fondo, i due sono veri amici».

C’è qualcosa di tuo nel personaggio?
«Sì, questo testo in parte è autobiografico. È la storia di una realtà realmente esistita, che io misi su insieme a due amici liceali negli anni ’70-80 ai tempi delle prime radio private. Riuscivamo a prendere tutto il quartiere, poi vendemmo le frequenza ed il gioco finì».

E il nome della vostra emittente?
«Radio GDS, Green Dimension Sound, come quella di “Due di notte”»

Quando è intervenuto Massimiliano Bruno con la sua penna?
«In un momento successivo: Massimiliano ha scritto la sceneggiatura mettendoci qualcosa di suo, così come ho fatto io. Alcune cose ricalcano le nostre vite private, ci si nasconde sempre in un elemento o nell’altro».

Tipo?
«Per esempio, io mi ritrovo nell’inquietudine sentimentale di Vanni. E poi c’è la passione per la radio, che ancora oggi avrei tanto desiderio di fare, mi ha sempre appassionato: appartengo alla generazione delle prime radio private, e come tanti altri avrei voluto essere un dj».

Il mantra di tutti i teatri in cui si fa commedia è "si ride e si riflette". Come si riflette in questa?
«Ci auguriamo che lo si faccia in modo intelligente. Cerchiamo di divertire attraverso la comicità di situazione, non solo di battuta: non vogliamo suscitare la risata semplice o becera. Si parla della vita in modo lineare, fruibile per il pubblico, non affrontiamo problemi difficili o profondi, ma delle questioni legate al quotidiano, in cui lo spettatore mediamente si ritrova. Forse il segreto è proprio la genuinità nell’articolazione della trama».

Qual è la pièce che ti ha dato maggiori soddisfazioni?
«Due di notte».

Un’altra?
«Ce ne sono tante…sicuramente il “Cyrano de Bergerac”, perché è la prima a cui abbia partecipato da professionista dopo la scuola di Proietti. Ma anche «I Sette re di Roma», «Un paio d’ali», «Rugantino», altre cose realizzate al Sette con Michele La Ginestra, con Massimiliano Bruno. Sono molto affezionato ad un lavoro legato all’avanspettacolo. Mio zio che mi raccontava di quando faceva questo genere per gli sfollati, durante la guerra, in Umbria. Io sono cresciuto sentendo quelle storie, vedendo foto d’epoca. A vent’anni sapevo cose legate a questo argomento come un vecchio di 90. Ho interpretato un paio di rappresentazioni dedicate a quelle tematiche là, mi piacerebbe riproporle, soprattutto le macchiette ed i caratteristi. Amo molto parlare degli attori meno conosciuti, i caratteristi per l’appunto, che si muovono nell’ombra. Forse perché mi sento uno di loro…un po’ per carattere, un po’ per destino»

Parliamo ora di un sogno futuro e di uno mai realizzato.
«Un sogno che si è avverato è quello di poter fare questo mestiere riuscendo a viverci dignitosamente: io interpreto, scrivo, dirigo, insegno nei laboratori, mi piace fare un po’ di tutto. Ma vivo sempre con il desiderio delle cose singole: adoravo Proietti e quando sono riuscito a frequentare la sua scuola e a stare in scena con lui, avevo già realizzato il sogno; avevo un debole per il Sistina e ci sono stato per dieci anni con Garinei; stessa cosa con Gigi Magni e Piovani. Ho partecipato a due serie del Commissario Rex. Ora, se incido un disco da rockstar e scrivo un libro posso dire di aver realizzato tutto. Ho realizzato tanti piccoli e grandi sogni, mi sento fortunato. Sono un attore sul palco ed un clandestino nella vita, non mi interessa la notorietà».

Ed un sogno mancato?
«Forse quello di interpretare una parte drammatica. Ma chissà, magari accadrà».

Parliamo dei laboratori di cui sei direttore al Teatro Sette.
«Io ho iniziato ad insegnare in una parrocchia di Torre Spaccata e fra i miei primi allievi c’è stato Massimiliano Bruno. Alcuni partecipanti sono diventati famosi, hanno seguito la loro strada. Poi ho cominciato a dedicarmi ad un target più amatoriale perché non mi piace essere artefice della fabbrica delle illusioni. Qui al Teatro Sette facciamo laboratori per appassionati, per persone che non desiderano, necessariamente, diventare attori. Ci dedichiamo a loro con la massima professionalità, ma con l’intento di far conoscere il teatro, di amarlo. È una palestra del cervello, che arricchisce anche umanamente. Apprezzo l’utilità di un’attività correlata all’arte».

 

Teatro Sette - via Benevento 23, 00161 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.44236382, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal lunedì al sabato 10.30-21.00; domenica 16.00-18.00
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18
Biglietti: intero € 24, ridotto € 18 (prevendita compresa)
Speciale Capodanno: ore 20.30 (spettacolo + cena e brindisi) € 65 - ore 22.15 (spettacolo + brindisi) € 45

Articolo di: Simona Rubeis
Foto di: Alessandro De Luca
Grazie a: Andrea Martella, Ufficio stampa Teatro Sette
Sul web: www.teatro7.it

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