Donato Zoppo: le mie risposte su Lucio Battisti

Scritto da  Lunedì, 25 Luglio 2011 

A quarant'anni di distanza dalla sua uscita, Donato Zoppo racconta la vicenda del concept-album “Amore e non amore” nel libro “Amore, Libertà e Censura. Il 1971 di Lucio Battisti” (Aerostella, 2011): il percorso che conduce Lucio Battisti all'anno di grazia 1970, il making of degli otto brani, la scelta concettuale, i conflitti con la Ricordi e il ritardo della pubblicazione, le reazioni di pubblico e critica, il caso della censura. Donato ce ne parla dettagliatamente in questa intervista.

 

 

Ciao Donato e grazie per questa intervista a SaltinAria.it. Prima di parlare del libro volevo chiederti, com’è il tuo rapporto con i media digitali e Internet. Sei un buon navigatore?

Un affettuoso saluto a te e ai visitatori di SaltinAria, una webzine che seguo con frequenza perché aggiornato, vario, versatile e approfondito. Sono queste le caratteristiche che cerco in un buon sito, ovvero un’offerta ampia, una specializzazione nei vari campi (ad es. voi nella musica e anche nel teatro offrite un buon punto di vista) e un vivace upload.  Sono un buon navigatore, uso la rete come fonte di informazione ma, facendo parte di una generazione che ha “subìto” i media digitali e non li ha vissuti con protagonismo, ha ancora alcune riserve e qualche difficoltà. Ricordo l’arrivo dei primi telefoni cellulari a metà anni ’90 e poco dopo l’uso del Pc: io sono del 1975 e avrò avuto una ventina d’anni all’epoca, mio fratello invece, da buon “nativo digitale”, per motivi legati all’età ha saputo confrontarsi subito e con successo con internet. Oggi sono un disinvolto navigatore ma mi immergo nel web in modo molto intuitivo, apprendendo solo grazie all’esperienza e non alla preparazione “accademica”. Tra le cose che, ahimè, non riuscirò mai a fare c’è la lettura degli e-book: ad esempio fatico molto nella lettura dei pdf, in questo senso sono ancora profondamente legato al cartaceo, che mi affatica di meno e mi emoziona di più. Credo che se leggessi Bufalino, Hornby, Eco, Coe e la Mancinelli via web non avrei lo stesso fascino che può sprigionare un rigo o una frase che ti incatena facendoti tornare puntualmente lì…

Perché un libro su “Amore e non amore”. Perché proprio questo album di Lucio?

Qualche anno fa, come i vostri lettori sanno, scrissi un libro sulla PFM, partendo dalle origini della band, che nasceva con il nome I Quelli, uno dei più capaci complessi beat di casa nostra. Ebbene i Quelli, oltre alla consueta trafila delle cover di pezzi stranieri, erano i principali turnisti della Ricordi: affidabili, sicuri, preparati, compatti e con uno spirito di gruppo fuori dalla norma, Franz Di Cioccio, Francone Mussida, Giorgio Fico Piazza e Flavio Premoli – con l’aggiunta spesso di Alberto Radius – suonavano per tanti big, compreso Lucio Battisti. Il mio libro sulla PFM aveva dunque qualcosa in sospeso, che ho voluto approfondire provando a raccontare il primo “vero” long playing di Lucio, “Amore e non amore”, nel quale la nascente PFM ha un ruolo cruciale. È un album che mi ha sempre suscitato tanti interrogativi: perché un concept-album? Perché brani strumentali così legati ad un discorso progressive? Perché pezzo lontani dal Battisti degli esordi e invece legati al rock blues? Perché quella copertina così enigmatica? E la donna nuda fotografata, è davvero la moglie di Battisti? E come mai quel disco restò chiuso nei cassetti della Ricordi per un anno? Quali furono le motivazioni della censura di “Dio mio no”? Ricostruendo il biennio 1970-71 di Battisti credo di aver dato un po’ di risposte e di aver appagato la curiosità di tanti cultori battistiani, ma in generale anche di tanti amanti di rock italiano, che in quel periodo stava vedendo la luce.

Come mi dicevi, hai scritto anche un libro sulla PFM (“Premiata Forneria Marconi. 1971-2006 35 anni di rock immaginifico” – Editori riuniti) gruppo che storicamente è nato con Lucio e lo ha affiancato negli esordi. Cosa ti affascina di quegli anni?

Premesso che per mestiere mi occupo di qualsiasi “corrente” musicale, devo ammettere che il periodo aureo che parte dal 1965 e arriva al momento punk, insomma l’era “classica” del rock, è quella che mi stimola di più. Trattandosi del periodo seminale, il fascino deriva proprio dal “succo” di quell’epoca: il rock diventa classico, matura i suoi principali elementi e tratti caratteristici, getta le fondamenta per il futuro, si arricchisce di notevoli elementi extra-popular (pensa proprio all’esperienza del progressive). In Italia poi le cose erano ancora più affascinanti perché da una parte c’era la lotta dei nostri musicisti contro la canzonetta, Sanremo e il bel canto, dall’altra c’era la ricerca di uno svecchiamento, di una sprovincializzazione senza perdere di vista la ricerca di un’autonomia dai modelli stranieri. Penso all’esperienza degli Area, a mio avviso una delle vicende più originali e creative degli anni ’70 in generale, senza riferirsi solo all’Italia.

Pensi che l’ideologia con cui sia faceva musica allora, oggi non ci sia più? In questi tempi di internet, Itunes, reality show musicali, credi che ci sarà prima o poi in Italia un altro Battisti?

Domanda difficile, soprattutto la seconda. Battisti è stato un unicum: nella sua incredibile capacità di far cantare l’Italia e di dare alla nazione un’educazione sentimentale, non potrebbe mai trovare un erede, né potrebbe nascerne uno nuovo. L’Italia di oggi è molto diversa da quella che si identificava nelle storie di Mogol e Battisti: sarebbe impensabile oggi, in questo paese che ha inesorabilmente perso il suo candore e che ha smarrito ogni ipotesi di dimensione collettiva e civica per quanto è parcellizzato, diviso e schiavo degli individualismi. Per lo stesso motivo la musica italiana di oggi è diversa da quella del periodo “pop” dei nostri anni ’70. potrebbe mai esserci oggi una nuova PFM, un nuovo Banco, dei nuovi Area? Impossibile, siamo un pubblico troppo diverso da quello dei nostri genitori, che alla musica chiedevano un “passaporto per la libertà”, delle risposte esistenziali, generazionali, umane ancor prima che artistiche. Poi oggi la discografia – sia italiana che straniera – è talmente vincolata al giovincello da buttare nella mischia dopo la partecipazione al talent show di turno che difficilmente si accorgerebbe di veri e grandi talenti, e in ogni caso non gli darebbe il tempo per maturare, crescere e confrontarsi con repertori importanti. Battisti ha avuto tutto il tempo per crescere, forse questa cosa non la si sottolinea mai nel modo appropriato. È stato un genio ma in tutto e per tutto figlio del suo tempo.

Se dovessi decidere, un giorno, di scrivere su un altro album di Lucio, quale sceglieresti?

Premesso che scrivo solo quando ho qualcosa da dire e che cerco sempre di seguire delle tracce intriganti, penso che sarebbe stimolante seguire due piste. Il primo disco che mi piacerebbe studiare è “Images”, l’album americano di Lucio, un flop quasi annunciato e fallimentare per tanti motivi che sarebbe interessante analizzare una volta per tutte. Il secondo Lp che studierei è “E già”, il primo senza Mogol, ma ancora senza Panella: una sorta di grande prova generale per i dischi “bianchi”, quelli così enigmatici e difficili. “E già” fu scritto con Velezia, ovvero la moglie di Battisti, ed è un album poco amato, ma secondo me tutto da riascoltare e rivalutare.

Un’altra domanda difficile... Battisti era un musicista mutevole e in continua evoluzione. Oggi dove pensi che sarebbe arrivato nella sua formazione? Pensi ci sarebbe stato un dopo Panella?

È una domanda talmente complessa che ogni volta che me lo chiedo muto risposta. Riflettendoci più approfonditamente, alla luce anche delle suggestioni offerte da Massimo Del Papa nel suo freschissimo “Lucio-Ah” (Meridiano Zero), credo che Lucio fosse pronto al grande addio. Personalmente ritengo non esista alcun album inedito o incompiuto (pare che Lucio lavorasse solo con la certezza dell’uscita e del contratto), credo che “Hegel” sia stato il capitolo finale: Lucio ha avuto un percorso di estrema coerenza, costruendo la canzone pop in Italia, distruggendola nella seconda fase della sua carriera. Dopo “Hegel” non ci sarebbe stato spazio per un altro album. Triste, ma più che verosimile. Il Mito battistiano è anche in questo: nella volontaria e meditata distruzione del Mito stesso, del suo patrimonio musicale, in un esilio umano e artistico di immensa audacia.

Alla fine del libro parli di tribute band di Lucio. Pensi che la musica di Battisti saprà adattarsi al mutare del tempo? O un giorno sarà anche lui un “dimenticato”?

Alla fine del mio libro ho pensato di fare un’indagine sull’attualità di “Amore e non amore”, intervistando le tribute band che si occupano di omaggiare quel disco dal vivo. Facile intuire che si tratta di fenomeni rarissimi e isolati, che confermano lo status di cult-album di quel disco. Per il resto bisogna dire che in Italia ci sono numerose e infaticabili tribute band, che interpretano il patrimonio battistiano in diverse salse: per alcuni versi il canzoniere battistiano è sempre attuale e poco invecchiato (pensa a “La canzone del sole”: chiunque si voglia cimentare con gli accordi basilari per la chitarra passa di lì!), per altri versi – e mi riferisco al periodo panelliano – l’invecchiamento non c’è ancora poiché Lucio era talmente “avanti”  e ancora oggi non è stato capito del tutto.

Prossimi progetti?

Ho in mente due nuovi libri, entrambi importanti: uno ancora una volta relativo a Battisti, l’altro concernente un aspetto ancora poco trattato del rock italiano, mi piacerebbe che sia Aereostella – editore che lavora molto bene e che ha dato subito “asilo” alla mia proposta – ad occuparsene. Sono poi al lavoro ad un nuovo libro, sul quale però non posso ancora dir nulla, se non che a te e ai lettori di Saltinaria piacerà di sicuro!

Grazie ancora per la tua disponibilità. Se vuoi fai un saluto ai lettori di SaltinAria.it e da parte mia, in bocca al lupo per tutto.

Grazie mille caro Mario. Grazie per le domande stimolanti e per l’interesse che tu e SaltinAria avete riposto nel mio lavoro. Sono certo che i lettori e amici della vostra frizzante webzine apprezzeranno il mio libro. Se ci saranno domande, ti invito a raccoglierle: sarebbe un onore per me poter rispondere ai vostri lettori. Ciao!

 

 

Intervista di: Mario Fazio

Grazie a: Donato Zoppo

Recensione libro Amore, libertà e censura. Il 1971 di Lucio Battisti

Sul web: http://donatozoppo.blogspot.com/

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