Dante Antonelli: un teatro vivido, a tratti livido, a tratti luminosissimo

Scritto da  Domenica, 08 Novembre 2015 

Dante Antonelli in pochi mesi ha saputo conquistare l'attenzione di pubblico e critica con il suo teatro onesto, provocatorio, audace ed ironico. Il giovane regista romano, con il suo progetto "Fäk Fek Fik - Le Tre Giovani", riscrittura del primo capitolo dei "Drammi Fecali" di Werner Schwab da lui concepita assieme alle tre interpreti protagoniste - Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa e Arianna Pozzoli -, si è aggiudicato i premi per la miglior drammaturgia, per la migliore interpretazione alle tre attrici e come miglior spettacolo al Roma Fringe Festival 2015. Mentre procede lo studio sul secondo testo della tetralogia dei "Drammi Fecali", "Sovrappeso, insignificante: informe", che approderà sul palcoscenico all'inizio del prossimo anno, Antonelli tornerà in scena con "Fäk Fek Fik" a Roma a fine novembre, il 26, 27 e 28, presso Carrozzerie | n.o.t. e a Milano a febbraio nell'ambito di Apache, linea di teatro contemporaneo giunta alla sua terza stagione al Teatro Litta, ora Manifatture Teatrali Milanesi. Lo abbiamo incontrato per approfondire la sua visione del teatro ed il suo peculiare modo di concepire la creazione artistica, oltre che naturalmente per scoprire qualche dettaglio dei suoi numerosi progetti in cantiere.

 

Dante AntonelliCiao Dante e anzitutto benvenuto sulle pagine di SaltinAria. Prima di concentrarci sull'ultimo anno, denso di opportunità e traguardi raggiunti, ritorniamo per un istante alle origini. Quando hai iniziato a percepire distintamente in te l'urgenza di percorrere un sentiero di carattere artistico e come l'esperienza formativa presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico ha influenzato questo percorso?
Tra l'urgenza e la scelta il passaggio non è d'obbligo, attori si nasce o si diventa ha già detto qualcuno, ma chi "lo nacque" non è detto che scelga di diventarlo poi davvero. Si vive di concretezze che spesso latitano e fanno abbandonare moltissime persone valide. La passione per il palcoscenico è stata prematura, a cinque anni iniziavo a studiare danza, accanto al leggere e osservare il mondo erano le cose che amavo di più crescendo. Il passaggio dalla danza al teatro di drammaturgia è avvenuto attorno ai diciotto, vent'anni, con l'università e le esperienze formative al Teatro di Tor Bella Monaca. Dopo alcuni lavori ho fatto il test d'ammissione come regista perché volevo provare a creare dei lavori che rispondessero alle mie idee e alle mie urgenze. L'Accademia è un posto unico, nel vero senso della parola, ciascuno può percorrerla inseguendo se stesso, la ricerca delle diverse strade praticabili. Una palestra che può significare davvero qualcosa per chi vuole praticare le arti sceniche. Può continuare ad essere soprattutto un luogo d'incontro, che è quello che le auguro.

Per il saggio finale del corso di regia hai deciso di lavorare su "La Cocciutaggine", l'ultimo testo dell' "Eptalogia di Hieronymus Bosch" di Rafael Spregelburd. Cosa ti ha particolarmente affascinato di questo lavoro drammaturgico e con che tipo di sguardo registico lo hai declinato?
"La Cocciutaggine" è un'opera davvero incredibile, nel senso che si fa proprio fatica a crederle, è un caleidoscopio esploso su una storia breve di solo un'ora - uno spaccato di vita - che si moltiplica cambiando luoghi e rendendo leggibili cose che la narrazione canonica impedirebbe di sviscerare. Quante cose accadono nello stesso momento? A questa domanda risponde l'intero gioco di scrittura. Una drammaturgia molto stimolante, che mi ha insegnato molto anche in termini di penna. Gioco di scrittura che è anche gioco d'interpretazione: la moltiplicazione caleidoscopica della drammaturgia è la stessa che si richiede al lavoro degli attori in scena, soltanto cinque per interpretare sedici personaggi, uno dei cinque chiamato a interpretare solo se stesso, il capobanda, che ho interpretato a fianco di Vittoria Faro, Alessandro Marmorini, Carlotta Mangione e Michele Lisi, miei compagni di diverse avventure durante gli anni di studio in Accademia. La regia ha fortemente coinciso con il punto di vista del personaggio del Capitano che cerca di inventare e diffondere una nuova lingua, che forse esiste e forse non esiste, che possa unire i popoli invece che dividerli come stava avvenendo con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale al suo esordio: la guerra civile spagnola. Penso spesso che se si verificassero le condizioni potrei ricominciare da capo a lavorarci, ma non da solo certo, da soli si fa poco e niente.

Dante AntonelliAl termine della tua esperienza accademica, un radicale cambiamento di direzione: l'inizio di un'indagine accurata e personale condotta sull'universo teatrale di Werner Schwab ed in particolare sulla tetralogia dei "Drammi Fecali" e la genesi dello SCH.lab, progetto pedagogico e di ricerca realizzato con il sostegno di Duncan 3.0 da te e Daniele Sterpetti. Quali erano gli obiettivi che vi prefiggevate con questo laboratorio, in che misura ritieni li abbiate raggiunti e come si è evoluto questo progetto nel corso del tempo?
Perché radicale? Non mi dispiace come aggettivo ma non sento di essere diventato radicale dopo l'Accademia, i miei insegnanti di lì temo ti direbbero lo stesso, una certa passione lucida e un desiderio di scavare a fondo autori e opere mi ha accompagnato sin da subito. Werner Schwab è una passione che viene da lontano, dai miei vent'anni, uno dei primi autori che ho letto e sentito vicini per qualche motivo difficile da spiegare. Una sensibilità, forse, vivida, a tratti livida, a tratti luminosissima. Al Duncan ho trovato una casa dove far iniziare un processo di ricerca e creazione che coincidesse con l'incontro di artisti nuovi, fuori dal contesto accademico in cui avevo lavorato. Daniele Sterpetti era il direttore di questo incredibile spazio a Via Anassimandro e ha accolto me e la mia idea mettendosi a lavorare al mio fianco nella preparazione e nella consapevolezza del proprio corpo scenico sia con me che con tutti i partecipanti delle prime tre tappe di questo progetto. Dei semi davvero belli sono nati in quello spazio, io ho una discreta fissazione per gli spazi di lavoro, ce ne sono pochi di spazi come il Duncan, che purtroppo di recente ha dovuto cessare le proprie attività. La buona notizia che ci aiuta a superare il dolore davvero forte che quella chiusura ha dato a molti di noi è che Daniele Sterpetti e Azzurra De Zuanni che lo hanno creato assieme e diretto per molti anni, sono tornati a portare le loro meraviglie in giro per la città. E per i boschi. 

La prima incarnazione di questo processo creativo si è concretizzata in "Fäk Fek Fik - Le Tre Giovani", riscrittura radicale di "Le Presidentesse", primo capitolo dei "Drammi Fecali" di Schwab. Come la vostra ricerca si è coagulata attorno a questo testo e quali aspetti delle riflessioni provocatorie e taglienti dell'autore avete avvertito particolarmente affini alla vostra sensibilità?
Lo stimolo di lavorare assieme è nato durante la residenza alla Festa di Teatro Ecologico di Stromboli, diretta da Alessandro Fabrizi, lì abbiamo realizzato una performance itinerante per l'isola in pieno giorno. Abbiamo suscitato anche qualche problema all'organizzazione con la prima performance dedicata alla distruzione del pane di fronte la chiesa centrale del paesino di Stromboli, ma tutto sommato il nostro lavoro di materiali ispirati e tratti da "Sovrappeso; insignificante: informe" alla fine si è fatto comprendere. Un grido certo, a tratti, ma anche tanta lucidità e un fondo di bellezza autentica che è il principio e la fine del nero di Schwab. Le tre ragazze si sono molte unite durante quella residenza, avevamo la possibilità di indagare la drammaturgia di Presidentesse e da lì è nata l'idea, che ha sempre accompagnato le tappe del laboratorio SCHLAB, di riscrivere il lavoro guardandolo dal punto di vista degli interpreti. Tre anziane pensionate misere e folcloristiche diventano quindi tre giovani senza lavoro fisso sempre indaffarate in troppi lavori che non fruttano un solo stipendio in tre; tre presidentesse diventano tre candidate alle elezioni di un futuro non troppo di là da venire; tre donne sole senza amore diventano tre giovani che non sanno più neanche dove andarselo a cercare un sentimento autentico che non sia cassato dal contesto sociale.

Martina BadiluzziQuesto primo lavoro nasce da una drammaturgia collettiva, concepita in sinergia con le tre attrici protagoniste Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa e Arianna Pozzoli. Come avete sviluppato questo lavoro di scrittura congiunta?
Divertendoci come dei deficienti e ragionando su tutto quello che ci succedeva attorno, su tutto quello di cui parlano le tre pazze vecchie pensionate austriache di Werner Schwab e su tutto ciò di cui veniva spontaneo parlare a noi. Il desiderio era quello di fare un omaggio, un tributo, un lavoro fortemente dedicato a Werner Schwab stesso. Cioè, ci sta simpatico ecco. In senso etimologico. Werner Schwab mi smuove i sentimenti. Sentimenti vividi, visioni chiare, quando nella disperazione potresti arrenderti e invece sei pieno di vita. Non sto facendo finta che quello stesso Werner Schwab non si sia suicidato giovanissimo a trentaquattro anni, dico solo che forse anche in quel suicidio c'è anzitutto una scelta, non necessariamente da leggere come nera e disperata.

Il debutto è avvenuto lo scorso gennaio al romano Teatro Sala Uno. Quale è stata la reazione del pubblico a questo spettacolo certamente dall'impatto dirompente?
Secondo me si vede poco teatro fatto con passione, coraggio e mestiere. Dici che le cose si contraddicono tra loro? Forse no. Ma per evitare l'entropia serve un po' d'intelligenza. Come ha reagito il pubblico? A sere alterne, la sera del debutto non riuscivamo a fermare le risate, i colpi senza fiato e gli applausi alla fine. Ma la sera successiva ad esempio si è creato il gelo, ci è stato detto che venisse spontaneo avere un silenzio rispettoso perché gli argomenti erano forti e dolorosi. Dalla terza in poi le cose si sono stabilizzate tra le risate e i pianti, gli applausi e i silenzi. Abbiamo dovuto aspettare l'occasione del Fringe per ripresentare il nostro lavoro e lì il tutto ha forse trovato davvero la sua centratura, il suo contatto diretto con gli spettatori, senza rinunciare a nessuno dei due aspetti della drammaturgia, dell'interpretazione e della direzione dello spettacolo.

Una prima brillante consacrazione arriva appunto a inizio luglio: "Fäk Fek Fik - Le Tre Giovani" si aggiudica i premi per la miglior drammaturgia, per la migliore interpretazione alle tre attrici protagoniste e come miglior spettacolo al Roma Fringe Festival 2015. Come avete vissuto l'esperienza di questo Fringe? Cosa ne custodirete in maniera indelebile nella memoria?
Ecco, il Fringe ha avuto questo straordinario potere, la quantità di pubblico che si è assediata attorno al nostro lavoro sera dopo sera. Il contesto e un'organizzazione appassionata hanno davvero reso possibile, per chi l'ha vissuto quest'anno, di vivere un teatro a cielo aperto. La location scelta dalla direzione del Fringe con le scalinate davanti ai palchi più piccoli era emozionante tanto per gli interpreti che per gli spettatori.

Giovanna CammisaNeanche il tempo di cullarsi minimamente sugli allori Fringe ed ecco che il collettivo SCH.lab si aggiudica il bando "Odio l'estate" di residenze agostane presso Carrozzerie | n.o.t., che diventa l'ospitale alveo creativo in cui iniziare a interrogarsi sul secondo capitolo dei "Drammi Fecali" di Werner Schwab, "Sovrappeso, insignificante: informe". Come è stato sviluppato questo embrione performativo durante le due settimane di residenza?
Parlavamo prima di spazi molto belli e della loro importanza, dell'importanza delle persone che gestiscono gli spazi, delle idee e dei sentimenti che spingono le persone a gestire uno spazio come il Duncan. Carrozzerie è un altro importante giardino all'interno della città di Roma, un luogo dove depositare semi insomma e poterli curare fino alla fioritura. Maura Teofili e Francesco Montagna che dirigono Carrozzerie ci hanno scelti per la residenza agostana e porteremo nel loro teatro tutto il nostro lavoro nei prossimi mesi. Tornerà FAK FEK FIK a fine novembre, il 26 - 27 - 28, giovedì - venerdì - sabato, alle 21h00. A fine gennaio quindi, 28 - 29 - 30, debutterà a Carrozzerie il lavoro su "Sovrappeso". Per domenica 31 gennaio invece, abbiamo in serbo una piccola sorpresa.

Un primo studio del progetto dedicato a "Sovrappeso", con il titolo "dU|Et", è stato presentato a settembre a Carrozzerie | n.o.t.: otto performer hanno messo in scena infiniti modi di essere da soli o in coppia. Il debutto dello spettacolo è previsto per il prossimo mese di gennaio. Quali aspetti di questa prima messa in scena conserverete nell'opera compiuta? La traiettoria creativa è già piuttosto definita oppure è tutto ancora rigorosamente in fieri?
DUET è davvero il concept da cui questo progetto è nato, come le tre giovani lo erano per FAK FEK FIK. A partire dal titolo tutto è in fieri, rigorosamente, come dici tu. E potrebbe essere diversamente? Al momento c'è un traffico di dati e parole a caso infinito circa il titolo che daremo all'opera. Non posso anticipare nulla. Sappiamo solo perché lo stiamo andando a fare.

In parallelo al concepimento di questo secondo lavoro "Fäk Fek Fik" ritornerà prossimamente in scena, magari con una circuitazione sul territorio nazionale?
Siamo in fibrillazione per la prima ed importante tappa a Milano: in febbraio saremo in Apache, linea di teatro contemporaneo ospitata nella sala della Cavallerizza di Teatro Litta, ora Manifatture Teatrali Milanesi, giunta alla sua terza stagione. Nel corso della settimana di permanenza vorremmo lanciare un nuovo SCHLAB durante il giorno, e la performance di FAK FEK FIK la sera di giovedì, venerdì e sabato (e potremmo concederci una doppia performance domenicale). Vogliamo incontrare nel corso del lavoro artisti, attori, danzatori, autori che vivendo al nord non sono mai scesi a Roma per i precedenti SCHLAB. Tutte le altre date di FAK FEK FIK le stiamo coltivando a una a una, vorremo che il lavoro delle tre giovani vincesse più sfide possibili.

Prossimi passi. Dopo questo secondo capitolo proseguirai il percorso con lo SCH.lab avventurandoti sugli impervi territori del terzo dramma fecale di Schwab, "Sterminio"? Oppure hai altri progetti in cantiere?
Il TRIS DI SCHWAB è un sogno che è iniziato dal primo SCHLAB, una lavoro che prendeva come materia tutto il trittico di opere che compongono i DRAMMI FECALI. La mia fissazione iniziale era anzitutto "Sovrappeso; insignificante: informe", per fortuna ho cambiato idea a un certo punto e dato fiducia alle tre artiste che hanno creato con me FAK FEK FIK, ora ci sembra maturo il tempo per realizzare il secondo e speriamo di creare presto le condizioni per un terzo lavoro dedicato tanto a Sterminio e al suo protagonista Herrmann, che letteralmente significa il Signor Uomo, che allo stesso Werrner Schwab. Probabilmente riusciremo a dedicare una prima fase di studio a Sterminio proprio durante la residenza milanese al Teatro Litta a febbraio.

Giovanna CammisaNel microcosmo inquieto ed irto di difficoltà in cui le giovani compagnie che si avventurano sui sentieri del contemporaneo sono costrette a cimentarsi oggi in Italia, quali ritieni possano essere soluzioni produttive e strategie creative per rimanere realmente fedeli a se stessi? Il collettivo SCH.lab può essere visto come modello virtuoso di giovane temerarietà creativa?
No. Fuggo dall'idea d'essere modello. Lo SCHLAB sono le persone che lo hanno animato, le scelte condivise che abbiamo preso, le discussioni che continuiamo ad avere su come migliorare sempre ogni passaggio, ogni circostanza, ogni relazione personale che ci lega. Una delle parti più virtuose di questo lavoro è il sentimento che lega chi ci lavora, un sentimento che non oscura la lucidità di discutere delle tante cose pratiche e prive di sentimento che bisogna affrontare per andare a godere di un palcoscenico vivo.

Il Dante spettatore cosa predilige vedere a teatro?
Sarò schietto, le cose brutte, non che finora non lo sia stato anzi mi sto divertendo a risponderti. Ma sì, le cose brutte. Mi diverte da morire ritrovarmi in posti assurdi a vedere cose assurde. Imparo tantissimo guardando cose che non farei mai. A volte mi diverto anche moltissimo. Accanto a questa pratica che è più della vita che del mestiere, preferisco ancora seguire alcuni artisti e alcune realtà di compagnie piuttosto che un Teatro, la sua programmazione, anche se in alcune circostanze del tutto valida.

Se potessi esprimere un desiderio, con chi ti piacerebbe collaborare nel prossimo futuro?Quale attore vorresti dirigere o al fianco di chi ti piacerebbe recitare?
Tornare a lavorare a fianco di Antonio Latella, resuscitare Leo De Berardinis, mi piacerebbe molto incontrare e lavorare con Claudio Morganti che da quanto ne so condivide un certo amore per Werner Schwab.

Prima di salutarci vuoi aggiungere qualcosa o rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?
Lavorare, non disperare. Heiner Muller. Meglio di una citazione non ho saputo fare, per di più rivolta agli addetti ai lavori: sono un disastro.

 

Intervista di: Andrea Cova

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