Daniela Morozzi: la generosità di un'attrice, tra commedia brillante e teatro di ricerca

Scritto da  Giovedì, 15 Maggio 2014 

Dopo “Terapia terapia” e “Se non ci fossi io”, Daniela Morozzi e Gianni Ferreri tornano a condividere le tavole del palcoscenico con “Chiamalo ancora amore”, uno spettacolo divertente in replica al Golden (che lo produce) fino al 18 maggio. Dopo il successo ottenuto nella fiction televisiva “Distretto di polizia”, dove vestivano i panni di Vittoria Guerra e Giuseppe Ingargiola, i due artisti si sono rinnovati cimentandosi in un percorso professionale diverso che li ha fatti esibire nei teatri di tutta Italia. Ora si confrontano con un attualissimo testo - scritto da Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli -, interpretando le parti di una coppia collaudata, che alla vigilia del festeggiamento del venticinquesimo anniversario di matrimonio, vive un’inaspettata situazione di difficoltà.

Il 21 ed il 22 maggio poi, Daniela Morozzi dismessi i vestiti della moglie in crisi cambierà genere e si esibirà sul palco di via Taranto con “Mangiare, bere, dormire. Storie di Badanti e Badati”, un lavoro diretto da Riccardo Sottili che si arricchisce delle musiche originali di Leonardo Brizzi e della voce di Maria Grazia Campus. Il testo è frutto di una lunga serie di chiacchierate ed interviste fatte dall’attrice fiorentina a donne straniere, “eroine moderne”, che svolgono un servizio nelle nostre case, quando sono abitate da anziani che hanno bisogno.

Per capire qualcosa di più su questi lavori, abbiamo rivolto delle domande a Daniela Morozzi, chiedendole prima di tutto qual è la forza di “Chiamalo ancora amore”.
«“Chiamalo ancora amore” è un testo scritto da un gruppo collaudato di attori ed autori che lavora assieme già da diverso tempo. La differenza rispetto ai precedenti spettacoli sta nel fatto che la regia è di Toni Fornari, e non di Augusto…comunque, si rimane sempre in famiglia!»

Qual è il genere dello spettacolo?
«È una commedia divertente, perfettamente in linea con il mio stile: c’è una coppia che, dopo 25 anni di matrimonio, scoppia. Il figlio cerca di trovare il modo per far stare insieme i propri genitori, li stimola a parlare, a comunicare fra loro. È un lavoro semplice solo in apparenza: è vero che c’è un linguaggio quotidiano, ma allo stesso tempo provoca emozioni inaspettate, forse proprio perché suscita una forte identificazione con i due personaggi».

Che tipo di linguaggio viene utilizzato?
«Nel testo c’è una scrittura dolcissima, pulita e gradevole. E poi il gruppo è veramente piacevole. Per la prima volta ho lavorato con Emanuele Propizio e con Giulia Marinelli e mi sono trovata benissimo».

In questo lavoro, così come in “Terapia Terapia” e in “Se non ci fossi io” al suo fianco troviamo Gianni Ferreri.
«Il rapporto artistico fra me e Gianni è nato sul set di “Distretto di Polizia”, e poi è stato portato in teatro. Negli altri due spettacoli eravamo anche con Roberto Nobili (nella stessa fiction era Antonio Parmesan, ndr). In questa occasione abbiamo dovuto rompere il trio perché Roberto era impegnato in un altro lavoro».

Tornare a lavorare insieme è stata una decisione fortunata?
«Sì, direi proprio di sì. Il teatro è stato il modo per tornare a fare quello da cui eravamo partiti. Ci piaceva l’idea di ritrovarci insieme, anche se in panni diversi. La decisione ha dato i suoi frutti. Ad ogni modo, al di là del lavoro, io e Gianni siamo legati da una grandissima amicizia».

C’è anche chi pensa che siate una coppia.
«Sì, è vero, ma fra la realtà e la finzione la dissociazione è totale».

Per voi attori c’è il rischio di subire una identificazione con le figure televisive interpretate?
«A volte succede soprattutto perché il personaggio di Vittoria Guerra, che io ho incarnato in “Distretto di Polizia”, è stato molto amato, ed alcuni ci hanno detto di essere cresciuti con lei. Rimanere per dieci anni all’interno della fiction è stata una scelta pensata, voluta, ma anche complicata. Così come, del resto, è stato difficile uscirne, in modo particolare perché interpretavo un ruolo a cui il pubblico voleva così tanto bene. È stato complicato anche rinnovarsi, proporsi con qualcosa di diverso».

Il 20 ed il 21 maggio sarà di nuovo al Golden con un testo diverso “Mangiare, bere, dormire. Storie di Badanti e Badati”, diretta da Riccardo Sottili.
«Devo dire che io ho una carriera completamente “schizofrenica”. Sono più conosciuta per il brillante, ma a me piace moltissimo anche il teatro civile, quello che affronta tematiche di stampo sociale. Questo è uno spettacolo a cui tengo tantissimo, è il frutto di un lungo periodo di ricerca, di interviste, di indagini. Ho ascoltato molte donne immigrate che svolgono il lavoro di cura nelle case, sono le cosiddette badanti: è stato un viaggio bellissimo, potente dal punto di vista umano e professionale”.

Quante storie racconta?
“Porto in scena sei personaggi. In alternanza, c’è la narrazione di testi di uno dei massimi poeti italiani, Alberto Bertoni, che mi ha regalato le poesie scritte per il padre affetto da Alzheimer. Queste donne vengono in Italia, entrano nelle nostre case ed è qui che il terreno dell’integrazione si gioca tantissimo. La storia che raccontiamo riguarda molti di noi, soprattutto uomini e donne quarantenni che cominciano a pensare alla vecchiaia dei propri genitori, momento in cui avranno bisogno di essere accuditi. E la questione spesso è relegata nell’anonimato della casa. Parliamo di uno spettacolo potente, forte, commovente, ma anche molto divertente”.

È un genere diverso?
“Sì, molto. In scena ci sono solamente io, che faccio sei personaggi, ed una cantante. Proiettiamo video, immagini, recitiamo poesie. Non è una commedia, è più teatro di ricerca. In questo paese c’è la tendenza a dividere sempre tutto: c’è il teatro che fa il genere classico, quello che si occupa del brillante. La commistione è più faticosa”.

Può raccontare la vicenda di una di queste donne?
«Sono rimasta molto colpita dalla storia di una ragazza ucraina, un ingegnere meccanico che nel suo paese si occupava di sottomarini, venuta qui per trovare una vita migliore ed ora fa la badante. La vita le è cambiata in modo netto. Racconto esistenze complesse, ma con la forza della leggerezza».

Il Golden ha un palco un po’ particolare, immerso fra gli astanti. Il filtro fra attore e spettatore è ancora più sottile rispetto a quello del teatro classico. Secondo lei è un elemento positivo o può essere controproducente?
«Quando lo spettacolo è bello, l’effetto è meraviglioso. Quando è brutto, credo che sia tremendo. Ma devo dire che al Golden non mi è capitato di realizzare spettacoli brutti….anche se nella mia vita ne ho fatti. Non c’è dubbio, è un palco difficile, dove percepisci al cento per cento quello che accade. Ma è straordinario e dopo essere stati qui, per alcuni aspetti è difficile tornare al teatro tradizionale. Questa rottura dello schema sicuramente è vincente».

Lei è parte della Lega Italiana di Improvvisazione Teatrale, ha partecipato ai campionati mondiali, ha portato in scena questa forma artistica. La suggerirebbe ad un giovane attore, la considera una buona palestra?
«Io la consiglio soprattutto come propedeutica. Lo spettacolo di per sé può anche non interessare ad un attore che ha voglia di lavorare sul testo, sulla parola, ma ritengo che sia un punto di riferimento importante come metodologia. Noi utilizziamo una tecnica che permette di improvvisare in scena: non si tratta di un metodo per arrivare al testo o per studiare il personaggio, è un sistema che avvia un percorso per fare in modo che l’improvvisazione sia lo spettacolo vero e proprio. È rigoroso e faticosissimo».

Quali sono i punti di forza?
«L’ascolto dell’altro, prima di tutto, altrimenti non si può proprio fare lo spettacolo, e la capacità di sviluppare un lavoro sulla fantasia».

E’ molto impegnativo?
«Sì, ma allo stesso tempo è fortissimo perché consente di essere contemporaneamente attore, autore e regista. C’è una libertà enorme, che richiede anche tanta disciplina. Nell’improvvisazione, il rigore è massimo, anche se può sembrare il contrario rispetto ad altri generi».

Per concludere, un pensiero per la cultura in Italia.
«Io ho tanta voglia di difenderla, è stata oltraggiata abbastanza. Non c’è più tempo, si deve agire, progettare, rivedere la politica perché politica e cultura vanno di pari passo. È arrivato il momento di valorizzarla, di fare progetti, di realizzare prodotti che abbiano un senso. E poi, è necessario cominciare a rifiutare le offese che vengano mosse, ma è opportuno farlo senza rischiare di essere snob».

“Chiamalo ancora amore”
Teatro Golden, via Taranto 36
Per informazioni e prenotazioni tel: 06.70493826
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21; domenica ore 17. Lunedì e mercoledì riposo
Costo dei biglietti: Intero 25 euro + 2 euro diritto di prevendita; Ridotto 20 euro + 2 euro diritto di prevendita

“Mangiare, bere, dormire. Storie di Badanti e di Badati”
Teatro Golden, via Taranto 36
Per informazioni e prenotazioni tel: 06.70493826
Orario spettacoli: martedì 20 maggio e mercoledì 21 maggio ore 21
Costo dei biglietti: Intero 20 euro + 2 euro diritto di prevendita; Ridotto 16 euro + 2 euro diritto di prevendita

Intervista di: Simona Rubeis
Grazie a: Daria Delfino, Ufficio stampa Teatro Golden
Sul web: www.teatrogolden.it

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