Dal foyer del Teatro dei Conciatori - Conversando con Antonio Serrano

Scritto da  Ilaria Guidantoni Giovedì, 18 Ottobre 2012 
Antonio Serrano

Una passione per il teatro a trecentosessanta gradi, che inizia dall’ingresso fino a dietro il palcoscenico. Il teatro è una metafora della vita, quindi un tutto, dal testo ai camerini: al centro l’attenzione per la drammaturgia contemporanea e in particolare il mondo del sociale legato all’attualità. E soprattutto un sodalizio, quello con Gianna Paola Scaffidi, che dura dal 1989. Perché il teatro è anche questo: coltivare insieme un sogno, ché ha maggiore possibilità di diventare realtà.

 

 

In occasione dell’anteprima di “Shameless” ho avuto l’occasione di un incontro e una chiacchierata con Antonio Serrano, regista leccese, direttore del nuovo teatro dei Conciatori – nel cuore del quartiere Ostiense – nonché impresario insieme all’amica Gianna Paola Scaffidi, attrice oltre che di teatro, di cinema.
Gli abbiamo chiesto com’è nata l’idea di questo spazio, perfino un po’ riduttivo chiamarlo teatro.
«E’ una lunga storia – esordisce sedendosi su un divanetto a elle blu, dall’aria un po’ retrò – e risale all’incontro con Gianna Paola nel 1989 nel Teatro al Borgo che ora non c’è più, uno spazio che dirigevo. All’epoca lei debuttava a teatro, dopo aver ricoperto ruoli cinematografici e aver fatto pubblicità. C’è stato subito un grande feeling, solo che ci siamo rincorsi per anni, perché quando ero libero io non era il momento per lei e viceversa».
Poi cos’è successo? «Era il 1995 e scrissi un testo per lei il cui titolo originario era “Scacco alla regina”, poi diventato “Vincoli” e le dissi proprio così: “Ora o mai più” ed eccoci qui».
Teatro dei ConciatoriSenza malizia, le assicuro, un sodalizio solo sul palcoscenico? «Ce lo chiedono tutti e a dire il vero anche con malizia. Ci hanno provato in molti ad avanzare insinuazioni e a rovinare questo legame. Per me è un’amicizia professionale ed è diventata la mia famiglia romana».
Torniamo a quello spettacolo galeotto per il vostro successo.
«Era la prima storia sul tema dell’Aids al femminile, una malattia della quale già si parlava molto ma sulla quale c’era molta ignoranza. Il testo era giocato su un equivoco dipanato all’ultimo con un effetto sorpresa. Gli spettatori erano portati a sospettare che il contagio della donna fosse avvenuto per responsabilità del suo uomo bisessuale e invece si scopriva che si trattava di una trasfusione».
Un tema sociale che l’ha guidata come un fil rouge in questi anni, mi pare?
«L’attenzione alla drammaturgia contemporanea per me, anzi per noi, ha soprattutto questo significato: le tematiche del sociale tratte dall’attualià».
Lo spettacolo andò bene?
«Cominciò come una mise en espace al teatro Politecnico di Roma che non c’è più e ha funzionato, soprattutto come specchio per noi, per capire che volevano intraprendere un percorso per dar vita ad un nuovo teatro, e volevamo farlo insieme».
E lì allora che prende forma l’idea dello spazio nel quale ci troviamo oggi?
«Proprio così, solo che ci volevano risorse economiche. Nel frattempo abbiamo organizzato una scuola “La Fucina”, con 12 insegnanti qualificati, cinque ore di lezione al giorno dal lunedì al venerdì per due anni: una formazione a tutto tondo a livello nazionale con la convinzione che il teatro non si può improvvisare e dev’essere affrontato con umiltà e costanza».
Qualcosa è già venuto fuori ma ci racconti quali sono gli elementi che avete ritenuto prioritari per immaginare il vostro teatro.
«All’unisono ci siamo detti che non sarebbe dovuto assomigliare troppo ad un teatro italiano. Sia Gianna che io abbiamo viaggiato molto e ovunque facciamo vacanze teatrali. Questo spazio è la summa di quanto abbiamo visto, sentito e raccolto negli anni».
Nel suo parlare avverto l’entusiasmo e l’affetto per ogni particolare, ogni angolo di questo ambiente. Antonio non riesce a proseguire la conversazione stando fermo. Si alza e illustrandomi gli oggetti, li indica, li tocca e li accarezza. Questa galleria è la sua casa.
«Questo tavolino in metallo di fronte a noi è una presa d’aria condizionata; quel quadro elettrico appartiene ad un vecchio teatro, le gambe di donna, dietro di lei, che spuntano dal muro come una scultura contemporanea le abbiamo recuperate in un mercatino a Firenze. Quelle tele laggiù, montate su una vecchia porta – uno sguardo su un panorama di New York -, le abbiamo salvate dal cestino e siccome è cominciato a piovere nel momento in cui le abbiamo acquistate, ci sono delle scolature che hanno finito per far parte di un tocco espressionista in un quadro di photorealism. Insomma qui tutto è stato cercato, scovato da noi o ci è stato regalato da amici artisti, a partire da quel vecchio pianoforte, se non realizzato proprio per questo teatro».
Teatro dei ConciatoriDal foyer concepito come una galleria d’arte si passa alla scena. Come sono stati concepiti il palcoscenico e la platea?
«L’idea è di spazi modulabili. L’area per il pubblico è stata organizzata con assi di varia misura in modo da poter dividere il pubblico in due parti mettendo il palcoscenico in mezzo e creando l’effetto assemblea, il senso di circolarità rispetto alla divisione tra attore e spettatore. In alcuni spettacoli infatti inseriamo una pedana rotonda al centro eventualmente girevole e abbiamo studiato le luci in modo che non esista un orientamento fissato aprioristicamente che orienti lo sguardo e l’azione, potendo trasformare il palcoscenico secondo la follia creativa del regista».
Come avete studiato e messo a punto la stagione che mi pare densa, anche di nomi noti?
«A maggio scorso non avevamo ancora un cartellone e abbiamo lanciato un concorso senza particolari vincoli, una sorta di offerta libera, utilizzando anche Facebook. Abbiamo ricevuto 240 proposte, tutte esaminate, compreso i video su youtube, quindi selezionate 7/8 che rispondevano ai nostri criteri. Poi ci siamo rivolti agli amici, a cominciare da Angelo Longoni e Luca De Bei, che ad esempio ha già prenotato il mese di ottobre 2013 per un suo nuovo lavoro oltre che essere nel cartellone di questa stagione».
Quando parla di criteri a cosa allude?
«Come accennato il focus è sulla drammaturgia contemporanea, con spettacoli asciutti – anche nel caso di commedie – senza volgarità gratuite e con un’attenzione, lo sottolineo volentieri, al sociale».
In questo senso l’esordio con le letture di Paolo Ferrari tratte da “Anima nera” mi è sembrato perfetto.
«Tanto più che è stato il testo che in qualche modo tanti anni fa consacrò l’arte di Paolo Ferrari e mi piace che sia stato scelto per l’apertura di questo teatro».
Visto che siete una fucina di idee, ci sono già nuovi progetti in allestimento?
«Ho chiesto che questo teatro diventi la sede della Drammaturgia italiana dove registi e attori possano riunirsi. L’associazione esiste ed ha un presidente, Patrizia Compatangelo, e un vicepresidente, Angelo Longoni, senza però essere un’istituzione riconosciuta come accade in tutti gli altri paesi europei dove è sostenuta dal ministero dell’Istruzione. Qui è nata tra l’altro dalla spaccatura all’interno di una discussione del Teatro Valle occupato tra coloro i quali volevano seguire le orme di questo progetto europeo e chi voleva muoversi autonomamente. La prima regione che ha dato disponibilità è la Puglia con Lecce e a Roma per il momento ci siamo candidati noi. Inoltre stiamo portando avanti un concorso per nuovi testi, “Maratona teatrale”, progetto già depositato che prevediamo nella settimana di Pasqua 2013».

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio stampa Teatro dei Conciatori
Sul web:
www.teatrodeiconciatori.it

 

TOP