Dacia Maraini: L’acqua e il teatro, un connubio vitale

Scritto da  Sabato, 28 Settembre 2019 

Il teatro è vita, parola, memoria, interazione emozionale, corporeità che si mette in gioco: una vocazione che Dacia Maraini scopre prima della scrittura e che non l’abbandona mai. Ad Arona il matrimonio d’amore viene celebrato con l’acqua, elemento insolito per lo spettacolo che solitamente si svolge in luoghi chiusi come i teatri o aperti come gli anfiteatri, dove la forza, la stabilità e anche la rigidità della terra sono protagonisti; e con la poesia, altra sua grande passione che incontra la voce come suo elemento naturale e diventa recitazione.

 

Abbiamo incontrato Dacia Maraini, direttore artistico del Festival del Teatro sull’Acqua, nato da una proposta di Luca Petruzzelli con una sua idea legata all’acqua non solo come fondale ma anche come elemento dialogico degli spettacoli.

Come nasce l’idea di questo festival?
“Era il 2004 quando Petruzzelli, originario di Arona sul Lago Maggiore, allora giovane studente di ingegneria, decise di svolgere lo stage di fine corso del Master in Strategic Design del politecnico di Milano al Festival di Teatro di Gioia in Abruzzo che io dirigevo. Il festival prendeva il nome da Gioia Vecchio, un borgo in provincia dell’Aquila a oltre 1400 metri, abbandonato dopo il terremoto del 1915. L’idea allora era nata con un gruppo di volontari per promuovere la rinascita di questo paese, perché il teatro è vita. Il giovane ingegnere mi ha seguita tre anni apprendendo i segreti del mestiere, dell’organizzazione di un festival, e mi ha proposto di dar vita ad una manifestazione nella sua città natale, così ho accettato con piacere ed è nato questo appuntamento unico in Italia nel suo genere.”

Qual è il tema di questa edizione?
“La poesia, perché per me è impegno sociale importante e ritengo - l’ho detto in diverse occasioni - che debba essere letta a voce alta: ha bisogno della voce e della condivisione, diventando così di fatto recitazione. In effetti si legge sempre meno poesia ma quando si organizzano manifestazioni con letture poetiche ho notato un buon riscontro del pubblico e questo mi ha convinta a proporre la poesia in una chiave nuova”.

Il tema che fa da filo conduttore al Festival è l’acqua, per lei un elemento primordiale molto caro. Come nasce questa fusione con il teatro?
“Certamente la suggestione è legata al contesto, perché Arona non ha grandi teatri ma ha un palcoscenico naturale che è il lago e mi sembra che in tal modo il teatro diventi un elemento di coesione e di rappresentazione forte del territorio. Per me certamente è un elemento tra quelli fondamentali molto caro, perché è informe ma contiene tutte le forme, in fondo come il teatro, come un attore che si plasma sul testo che interpreta. Ora l’acqua, al di là dei significati simbolici di sacralità e di quelli psicoanalitici legati alla vita e alla morte allo stesso tempo, è movimento per eccellenza, ha una sua consistenza più tangibile dell’aria ma fluida. A prescindere dai significati mi interessa il teatro come finzione e l’acqua si presta ad hoc per questo gioco. Nelle prime edizioni c’era semplicemente una piattaforma galleggiante sull’acqua che diventava uno sfondo suggestivo; ora invece i catamarani e le macchine sceniche, che si muovono sull’acqua e con l’acqua, dialogano con essa, come gli stessi danzatori. Nello spettacolo “Concertazione per elementi”, che rappresenta la produzione realizzata per il Festival, un danzatore entra nell’acqua e recita in immersione. La fascinazione a mio parere è che in questo Festival il teatro non solo esce dal luogo chiuso o comunque preposto specificatamente per la rappresentazione, il teatro, per immergersi nella natura, ma abbandona la stessa idea di palcoscenico come struttura fissa e rigida per entrare in gioco con l’acqua.”

Che cos’è il teatro per lei? Ho letto in una recente intervista che ogni volta che può va a teatro, come la gente guarda la televisione la sera.
“E’ una passione nata prima della scrittura. Faccio teatro da sempre, ne ho fatto tanto e in tanti modi. Ho fondato teatri, ideato e diretto festival e premi, fatto teatro da strada e vissuto le esperienze più varie. Fin da quando ero in collegio a Firenze, dai 10 ai 13 anni, facevo teatro con le mie compagne perché il teatro mette insieme tanti aspetti fondamentali della vita: è parola, corporeità, invenzione, gioco, memoria, dialogo con altri, emozioni condivise…”.

Ad Arona porta però anche la sua scrittura con il suo ultimo lavoro, “Corpo felice”, pubblicato da Rizzoli. Ci racconta qualcosa?
“E’ una riflessione ancora sulla condizione femminile e in particolare la maternità, a lungo venerata e poi diventata proprietà maschile, quando dalla civiltà della raccolta si passò a quella della coltivazione. Nasce allora il senso della proprietà privata e una società gerarchica che diventa legata a un modello maschile. Forse più di altri libri almeno lo spunto è autobiografico, con l’escamotage di Perdu, “Perduto” appunto, il bambino che ho perso al settimo mese di gravidanza. Sarei voluta morire insieme a lui ma poi la vita mi ha ripresa e non credo sia un caso che il dialogo che avevo in quei mesi con lui e che avrei voluto avere, diventi un filo conduttore della mia scrittura. Il titolo invita a riflettere proprio su quel corpo che felice non è quasi mai, soprattutto in tempi di inciviltà e violenza, nei quali la rappresentazione di esso è sempre in funzione del desiderio e del possesso maschile. C’è però una conquista importante, secondo me la più importante, compiuta dal femminismo che è la capacità delle donne di unirsi, oltre la rivalità in special modo sessuale e sentimentale del passato. Questo non significa che tra le donne ci sia una reale e diffusa solidarietà, quanto che il principio di “sorellanza”, parola inventata per assonanza e differenza allo stesso tempo con “fratellanza” - che racconta una prevalenza del maschile - sia un principio stabilito. Questo alla stregua dei principi della Rivoluzione francese, poco praticati ma stabiliti. Il progresso è questo, lo stabilire un discrimen tra il prima e il dopo, così per l’istituzione della democrazia e la fratellanza umana introdotta dal Cristianesimo. In fondo Cristo è stato il più grande rivoluzionario e forse il primo “femminista” della storia, che la Chiesa poi di fatto ha dimenticato.”

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Anna Maria Riva
Sul web: www.teatrosullacqua.it

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