Corinne Clery, l’ironia di un’icona sexy

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 12 Maggio 2013 

Parigi terra di belle donne, e si sa. Ma quando la sensualità si sposa con uno spiccato sense of humour, allora abbiamo Corinne Piccolo, in arte Corinne Clery. Quarant'anni di carriera artistica senza alcun peso o stanchezza sulle spalle: nel suo volto, la leggerezza dei saggi. Rapporto splendido col proprio corpo ma soprattutto con la propria anima, nel suo curriculum due capolavori ("Histoire d'O" e "Kleinhoff hotel") e molto cinema d'intrattenimento. Di cui forse in parte si è pentita, ma senza drammi. Il suo carattere positivo non contempla dolorosi rimorsi di coscienza. Da alcuni anni calca i palcoscenici con successo: noi italiani le vogliamo bene, l'abbiamo adottata con grande gioia. Corinne, da par suo, ricambia tutto il nostro affetto.

 

 

 

 

 

 

 

La passione per Molière risale alla prima infanzia, giusto?
Esatto, mia nonna per Natale mi regalava l’abbonamento alla Comedie Francaise, il giovedì era un appuntamento immancabile per scoprire tutte le pièces francesi e in particolare Molière. Ma non è scattato niente però. Mi piaceva, ero interessata, molto affascinata ma non mi è venuto in mente di fare l’attrice guardando quegli spettacoli. Come attrice Tartuffe è il mio secondo Molière. Ho recitato in Improvvisazione di Versailles, che è un po’un misto di tutte le pièces di Molière: da Le intellettuali a L’Avaro al Malato immaginario.
In veste di attrice il teatro è arrivato abbastanza tardi nella sua vita.
Mi avevano proposto anche tantissimi anni fa di fare teatro e non mi sentivo matura abbastanza per affrontare le scene. Quando mi son sentita abbastanza incosciente per provarci, ho cominciato con Cronache mondane di D’annunzio. Facevo sette personaggi in scena senza mai uscire, sette tipi di donne diverse: dall’intellettuale alla vecchia cattiva alla puttana all’ubriacona. Poi mi hanno sempre cercata, non ho mai cercato io il teatro. Sempre stato così nella mia vita.
Qual è l’attrice di teatro che le regala più emozioni?
La Melato. Ne parlo al presente perché ci sono artisti che davvero rimangono. Era moderna, poteva fare tutto, dalla commedia al dramma. Era una grande presenza scenica.
Lei appartiene a una generazione di donne che per la prima volta ha scoperto un rapporto felice col proprio corpo.
Vero, ma non è solo una questione generazionale: è perché sono francese. La cultura francese ha di buono che insegna ad essere meno falsi con se stessi e con gli altri, c’è meno pruderie. Uno stile di pensiero più emancipato rispetto agli italiani: qui le pubbliche virtù spesso si accompagnano ai vizi privati, e sono vizi pure più scandalosi dei nostri.
Aveva diciotto anni nel ’68. Ha vissuto il Maggio francese?
No perché ero sposata da pochissimo, poi sono rimasta incinta, inoltre avevo perso una mia cara amica. Insomma avevo parecchi pensieri privati per la testa, non c’era posto per le manifestazioni. Inoltre non amo le contestazioni, penso che ci sia un modo più dialettico per risolvere i problemi.
Quarant’anni di carriera. C’è qualcosa che non rifarebbe?
Ho fatto tanto cinema commerciale in Italia di cui magari avrei potuto fare a meno. Sul momento magari era una scelta un po’ superficiale: in realtà non ero molto informata sul cinema italiano, quindi accettavo film commerciali in cui mi davano un sacco di soldi piuttosto che un film intellettuale, perché non conoscevo gli autori. Oggi difatti mi mangio le dita, ho perso davvero delle belle occasioni artistiche.
Con quale regista oggi lavorerebbe?
Ozpetek fa dei bei film: è diverso, sceglie temi molto particolari e mi piace il modo in cui li tratta.
Si è mai innamorata di un Orgone nella sua vita privata?
Purtroppo sì. Ho scoperto solo dopo che era un Orgone. E ci ho lasciato le penne.
La aspettano altri classici in futuro dopo Tartuffe?
Decido sempre tutto all’ultimo. Quel che arriva se mi piace lo faccio, se non mi piace non lo faccio. Son fatta così.
Le biografie ufficiali dicono che ha superato gli “anta”. Ma dev’essere un refuso, esibisce una forma fisica così smagliante…
Il segreto è non pensarci. Ho molto da fare nella mia vita privata, nel lavoro, non sono una ossessionata da se stessa. Sono anche fortunata, certo: non faccio ginnastica, non faccio diete. Mio figlio è così, mio padre se n’è andato a 79 anni e sembrava ne avesse 60. Poi la verità è che non mi faccio queste domande. Io vivo a pieno, tutto.
Agli inizi della sua carriera ha turbato i sonni dei maschi di mezzo mondo coi nudi di Histoire d’O. Se le proponessero un seguito, una O in versione donna più matura, accetterebbe?
Accetterei molto volentieri, se me lo proponesse un regista elegante, di stile. Come Lattuada che diresse Virna Lisi ne La cicala. Non ho problemi con il mio corpo. Me lo proposero un paio d’anni dopo l’uscita d’ Histoire e dissi no, perché non volevo diventasse un serial come Rambo, come Emmanuelle. Ma adesso se ne potrebbe parlare.
Il critico Tullio Kezich in quegli anni la definì ‘vedette dello spogliarello cinematografico’. Un giudizio che la ferì?
A dire il vero questo giudizio di Kezich mi era sfuggito. Ho sempre avuto una regola ferma nella mia vita: non interessarmi dell’opinione di chi per forza deve criticare, le critiche mi scivolano via, non mi toccano. Mi tocca invece che dopo 38 anni tutti ricordano questo film, in tanti lo hanno amato e nel mondo se ne parla ancora.
È più legata a Histoire o a Kleinhoff Hotel, diretto da Lizzani?
Sono molto legata al film di Lizzani, mi ha dato davvero tanto. Però sono ancor più legata ad Histoire, perché mi ha dato tutto.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

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