Cochi, i mille progetti di un settantenne

Scritto da  Francesco Mattana Lunedì, 16 Dicembre 2013 

Cochi Ponzoni è sempre stato un uomo sincero, molto coerente coi suoi ideali e non disponibile a barattare la propria libertà di pensiero per niente al mondo. È un fatto di carattere sicuramente, forse anche di educazione, fatto sta che nel suo percorso artistico è riuscito sempre ad essere se stesso. Quando ha cominciato, ormai cinquant’anni fa, l’obiettivo era fare comicità usando il proprio linguaggio, senza inseguire le mode e gli stereotipi del momento. E questo approccio alla professione lo ha sempre tenuto, sia da solista sia in coppia con Renato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei giorni scorsi è stato in scena al S.Babila con Eclisse totale, un testo scritto da Pia Fontana. Il risultato in termini di pubblico - bisogna dirlo per dovere di cronaca - è stato molto deludente. Sulle ragioni di questo insuccesso ciascuno è libero di fornire le proprie interpretazioni, ma su un punto si può star certi: la colpa non è degli attori, che hanno fatto il proprio mestiere con impeccabile professionalità. Soprattutto, non è colpa di Cochi e di Ivana Monti - che i teatri li riempiono da molti lustri, perciò la gente conosce e apprezza da sempre le loro doti interpretative. Ad ogni modo, un signore con settantadue primavere sulle spalle nella vita ne ha viste tante, non c’è alcun pericolo che si abbatta per così poco. Il signore in questione, inoltre, ricorda molto bene quanto sia stato difficile, molti anni fa, riuscire a rendere di interesse pubblico gli sketch surreali che proponeva col sodale Pozzetto. Quella sì, era una sfida impegnativa: contro l’idiozia del senso comune e contro la pavidità di alcuni dirigenti televisivi, che tentavano di convincerli a fare delle scenette più “popolari”. Alla fine, hanno vinto loro. E grazie a questa vittoria siamo qui, nel 2013, a parlare di Cochi e Renato come un pezzo fondamentale della storia dell’intrattenimento.

 

 

Partiamo dal titolo dello spettacolo, Eclisse totale. La sensazione è che, per colpa dello scarso peso che i media danno al teatro, stia vivendo una fase di “eclisse parziale”
«Non ne parlano abbastanza, però il teatro continua a funzionare, anzi secondo me c’è una rinascita in generale. Di sicuro oggi per un giovane è un rischio fare l’attore: ad esempio i miei due giovani partner di scena - Valeria e Stefano - meritano un plauso perché hanno accettato di mettersi alla prova, pur con tutte le difficoltà di questa operazione - che tu stesso hai verificato. Questo per quanto riguarda gli interpreti che vanno in scena. Più in generale la gente a teatro ci va, ne ha bisogno. Sicuramente stiamo vivendo un momento generale di sbando, perché abbiamo avuto vent’anni di affossamento di tutto quello che riguardava la cultura in generale - basti pensare a un ministro dell’Istruzione come la Gelmini, pressoché analfabeta, e un ministro delle Finanze che diceva “con la cultura non si mangia”. Il teatro vive anche perché è uno spazio alternativo rispetto alla merda televisiva: in molti non ne possono più della mediocrità dei palinsesti, e allora escono di casa per rifugiarsi in una sala»


Ti conosciamo come persona di specchiata onestà intellettuale. Secondo te, in tutta sincerità, questo testo ha dei difetti?
«Ho letto questo testo dieci anni fa. Mi è piaciuto, mi interessavano le tematiche trattate - la morte, le difficoltà interpersonali. C’è una scrittura interessante, insomma. Ovviamente si possono immaginare dei miglioramenti. Ad esempio un finale che non è ancora preciso: doveva esserci la proiezione di un’eclisse vera, ma non abbiamo avuto i mezzi per metterla in scena».


L’impressione è che il testo prenda quota quando siete in scena solo tu e Ivana Monti
«Sì perché i nostri personaggi sono i più scritti, forse anche i più plausibili. Ci sono delle cose un po’ surreali che riguardano la parte di Valeria, e andavano enfatizzate meglio: ad esempio il fatto che tiene tra le braccia un cagnolino non vero, di peluche. Uno si domanda: ma questa è pazza o cosa?».


Pazza sì, ma pure furba: scappa col giovanotto…
«Sì ma vedi ci sono delle cose carine, ripeto il testo ha delle potenzialità. C’è un’atmosfera beckettiana che andrebbe approfondita. Il problema del personaggio di Valeria è che è un po’ strano, non si riesce a definirlo bene: da un lato è molto svampita, pensa che Virginia Woolf sia un’attrice; dall’altro è una ragazza che ha una storia triste alle spalle, il marito professore che è morto di cancro. A proposito di questo uno si domanda: ma se il marito insegnava filologia, come fa a non sapere chi erano la Woolf e Čechov?»


La politica in Italia secondo te va male perché è in mano a personaggi disincantati, annoiati come il tuo personaggio?
«Il personaggio che faccio io è credibile. Conosco tante persone così: anziane, stanno davanti alla tv e non gliene frega un cazzo di niente. Non i miei amici per fortuna, che sono persone di tutt’altra levatura».


Il problema è che l’alternativa non sono neanche quei due ragazzi interpretati da Valeria e Stefano. Uno dice “largo ai giovani”, ma con dei giovani così viene voglia di dire “aridatece i vecchi”
«Ma non era neanche intenzione dell’autrice creare una contrapposizione tra giovani e vecchi. L’intento era un altro, almeno credo: raccontare il presente di quindici anni fa. Che è identico a oggi, perché negli ultimi vent’anni non è cambiato un cavolo. Il mio personaggio ha anche dei lati positivi: è un uomo di buone letture, colto: evidentemente ha perso lo smalto, si è adeguato ai tempi e non ha più voglia di lottare»


Forse il bambino potrebbe essere un’alternativa…
«Il bambino è un personaggio evanescente. Anche il cadavere recuperato dal mare potrebbe essere simbolico, rappresentare la nostra società che è morente, ma la cosa non viene spiegata. Abbiamo avuto anche poco tempo per approfondire, così l’abbiamo messo in scena come stava sulla carta. Poteva diventare un dramma, invece noi facciamo anche ridere, soprattutto con la coglioneria del mio personaggio. Che poi anche la moglie, sta lì a lamentarsi ma alla fin fine non fa un cazzo. È lei che non ha voluto i figli. Lui le dice: “Vabbè, facciamoli ora” e lei gli risponde: “No, ormai è tardi”. Insomma questi due anziani hanno perso tanti, troppi treni. Ed è logico che sia andata così: se tu non hai lo spirito battagliero, se fin da giovane non hai voglia di intraprendere nuove conoscenze, alla fine cosa capita? Ti chiudi nel tuo mondo e aspetti di morire».


Con Ivana Monti vi conoscete da molti anni, giusto?
«Sì. Abbiamo fatto diversi anni fa un bellissimo testo di Dacia Maraini, eravamo solo io e lei in scena, si intitolava La terza moglie di Mayer: raccontava che durante il fascismo, a Roma, se denunciavi un ebreo ti davano 500 lire. Era un testo drammatico, senza risvolti brillanti».


Qual è la dote che apprezzi di più di Ivana?
«È una grande attrice, una professionista, una donna molto solida con cui è un piacere lavorare»


Con Renato hai dei progetti in vista?
«Sì riprenderemo la tournée, faremo altre scorribande comiche insieme»


Qual è il film di Renato che ti ha divertito di più?
«Mi era piaciuto molto Sono fotogenico di Dino Risi, lì l’ho trovato davvero divertente»


Per raccontare la tua amicizia con Enzo Jannacci basterebbe un libro?
«Ci vorrebbero delle enciclopedie. Ti dico la verità, sono passati alcuni mesi dalla sua scomparsa ma ancora oggi fatico a parlarne. È come aver perso un fratello, non esagero. E purtroppo non è l’unico ad avermi lasciato: passano gli anni, e ti accorgi che le persone con cui avevi instaurato un rapporto di grande amicizia - parlo ad esempio di Bruno Lauzi, Felice Andreasi - se ne vanno. Ho fatto dieci anni al Derby con persone belle, con le quali si lavorava in totale complicità, senza mai rubarsi la scena l’un l’altro»


Però chi ti conosce bene si accorge che accetti lo scorrere del tempo con serenità
«Beh cerco di non farne un dramma, perché ho un po’ di anni alle spalle e con l’età si impara a reagire meglio, però ti posso garantire che il dolore c’è. E tanto».

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

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