Cochi e Renato: Il surreale, antidoto efficace contro la banalità

Scritto da  Francesco Mattana Venerdì, 23 Novembre 2012 

Cochi e Renato

Negli anni Sessanta si sentivano ripetere spesse volte che erano troppo avanti. A giudicare dal fatto che, dopo parecchi decenni, la loro comicità continua a risultare così moderna, evidentemente c'era qualcosa di vero in quella frase. La verve comica è rimasta intatta. Fisicamente un po' appesantiti, come è naturale che sia, ma il cervello è di due ragazzi giocherelloni sempre pronti a sperimentare cose nuove. Il pubblico del Teatro Nuovo è ben lieto di ritrovare questi due signori del palcoscenico.

 

 

Un successo, diceva Ennio Flaiano, può ottenerlo chiunque per un breve periodo. Ma quando due artisti, superati i settant'anni, continuano a riempire una platea importante come il Nuovo, significa solo che avevano ragione loro. Cosa non frequente, tra il pubblico si scorgono molte facce giovani. Tutti insieme, giovani e non, ad ascoltare classici come La vita la vita, L'uselin de la comare, La canzone intelligente, e brani nuovi come Malpensa, Finché c'è la salute e Nebbia in Val Padana. Risate di gusto con gli sketches del predicatore, del barbiere di corso Vercelli e del videoclip con la bacinella. Bravi Cochi e Renato. 10+.
Sono passati quasi cinquant’anni da quando, ragazzi pressoché imberbi, vi esibivate all’Osteria dell’Oca, la trattoria degli artisti. Chi è stata la prima persona a credere in voi, a darvi una mano?
RENATO. Abbiamo avuto la fortuna, già prima di cominciare col cabaret, di frequentare come amici persone come Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Per farti un esempio del rapporto fraterno che avevamo instaurato, Gaber insegnava a Cochi gli accordi delle canzoni. Poi c’è stata la proposta di Enzo di creare Il gruppo a motore per gli spettacoli del Derby, e da lì tutto è cominciato.
Tutti vi riconoscono il merito di aver inventato un certo tipo di comicità surreale. Ma c'erano senz'altro dietro dei modelli ispirativi.
COCHI. Personalmente avevo una grande ammirazione per Dario Fo: non perdevo una prima dei suoi spettacoli. Era un punto di riferimento già da ragazzino. Quindi Fo senz’altro è stato un personaggio che ci ha indicato la strada.
Il successo arriva con Quelli della domenica, un programma con un linguaggio rivoluzionario per quei tempi. Sarebbe riproponibile oggi un esperimento di quel tipo in TV?
RENATO. Credo proprio di sì. Qui a teatro riproponiamo con successo lo stesso tipo di comicità di quel programma, e crediamo che anche in una cornice televisiva possa trovare spazio. Poi è naturale la televisione è cambiata tanto, e sicuramente abbiamo in più una notorietà conquistata nei decenni. A quei tempi eravamo molto giovani, sconosciuti, e i funzionari della Rai erano severi: finivamo la puntata domenica, e non sapevamo fino alla mattina dopo se sarebbe andata in onda la settimana successiva. Comunque erano previste quattro puntate e ne facemmo ventiquattro, quindi direi che è andata più che bene.
In quella trasmissione dividevate la scena con Paolo Villaggio, anche lui agli esordi. Racconta spesso del terrore che provava di fronte alle telecamere. Anche voi eravate spaventati dal nuovo mezzo?
RENATO. Sicuramente sentivamo il peso della responsabilità: i testi erano nostri, perciò un po’ di tensione naturale c’era. Poi sai, una componente del nostro mestiere è l’emozione. L’ emozione c’era, ma c'è anche adesso. Non a caso arriviamo un’ora prima dello spettacolo, proprio perché abbiamo bisogno, prima di esibirci, di concentrarci, di sentire un po’ l’aria del palcoscenico.
Hai recitato in un film del grande Alberto Lattuada. Un film molto particolare, tratto da un romanzo di Bulgakov.
COCHI. Sì il film si chiamava Cuore di cane. La cosa curiosa è che poco prima di ricevere la telefonata di Lattuada avevo letto il romanzo per mio conto, e pensavo di farne qualcosa per il teatro. Con Lattuada si creò un clima di affetto, un rapporto amichevole che andava oltre il film, abbiamo fatto anche molti viaggi insieme.
Sempre riguardo al cinema, hai incrociato anche Sordi.
COCHI. Ho recitato ne Il marchese Del Grillo. Inizialmente Monicelli mi aveva chiamato perché dovevano essere quattro puntate per la televisione. Dovevo interpretare questo anarchico con  un pappagallo che fischiettava tutte le sue canzoni preferite. Poi la cosa è saltata, e Monicelli mi propose il film. Mentre con Sordi regista ho recitato in un episodio de Il comune senso del pudore. Mi interessava capire umanamente come era fatto, perché come attore lo conoscevo benissimo come tutti. La ricordo come un’esperienza piacevole: mi veniva da ridere perché aveva un modo divertentissimo di raccontare le scene. Anche con Sordi insomma un ottimo rapporto, molto paterno e generoso nei miei confronti.
Si sa pochissimo dei tuoi anni Ottanta.
COCHI. Mi sono trasferito a Roma e ho fatto moltissimo teatro, ad esempio molte collaborazioni proficue con Ugo Gregoretti. Poi ho lavorato a Trieste, e lì ho fatto molti testi sperimentali, mitteleuropei. Proprio a Trieste capitò un episodio curioso: in un grande magazzino una signora mi fissava insistentemente. Le ho chiesto cosa avesse da guardare e lei mi fa: “Scusi, pensavo fosse morto”. Quindi il fatto di non vedermi più in TV aveva spinto addirittura certe persone a credermi defunto. E questo non fa che confermare il potere della televisione.
Più volte hai detto che di alcuni tuoi film ne avresti fatto a meno. Nello specifico a quali film ti riferisci?
RENATO. Non posso fare i titoli perché farei un torto alle persone che vi hanno lavorato. Però è vero: il cinema è come una catena di montaggio in cui, mercanteggiando col produttore, ti ritrovi a volte a fare dei lavori che non ti soddisfano. Mi è difficile anche dirti il film in assoluto che ho amato di più, perché per fortuna sono parecchi. Ovviamente sono legato a Per amare Ofelia, il mio primo film. Non era affatto scontato il successo, e invece già alla prima proiezione c’era una coda incredibile. Da lì poi è cominciata una stagione di successi. Poi ricordo con piacere l'amicizia che si creò con Mastroianni, con cui avevo recitato in Giallo napoletano. Da quel che mi dicono, i miei film passano più o meno tutti i giorni in TV, quindi direi che il bilancio è assolutamente positivo.
Vi siete separati per vent'anni, ma non è mai stato un divorzio. Vi frequentavate spesso in quegli anni?
COCHI. Non molto perché per sei mesi l’anno io ero in tournée. Poi Renato col cinema si spostava dove lo richiedeva il set. Quindi le occasioni di vederci non erano tante.
Il grande pubblico ti ha ritrovato nei primi anni Novanta, come 'spalla' di Paolo Rossi in Su la testa. Come sei arrivato in quel programma cult?
COCHI. Mi avevano chiamato Gino e Michele. La proposta mi garbava, e allora sono tornato nella mia Milano. In un colpo solo, mi sono fatto una casa e una compagna nuova (con cui ho avuto poi una figlia) qui a Milano. Con Paolo eravamo amici già da anni. Ma quel programma era un serbatoio di nuovi talenti: Aldo, Giovanni e Giacomo, Cornacchione, Antonio Albanese. Albanese faceva il personaggio di Alex Drastico, che mi prendeva per il culo dicendo sempre “Tu ce l'hai piccolo”.
E l'idea della reunion quando è nata?
RENATO. La Rai mi aveva proposto una fiction. Ho chiesto a Cochi se l'idea gli piaceva, e mi rispose di sì. Così è nata Nebbia in Val Padana, il cui risultato definitivo non ci ha convinto del tutto. Erano delle storie surreali nelle nostre corde, perciò andavano maneggiate da persone competenti. Invece ci affidarono un regista che non aveva nessuna esperienza. E che a quanto pare non era tagliato proprio, perché dopo non ha fatto nient'altro.
Anche il vostro ultimo film, Un amore su misura, è stata una delusione in termini di consenso del pubblico.
RENATO. Ma sai, nel cinema capita rarissimamente di poter fare cose che ti stanno veramente a cuore. Quella volta c'era un racconto di Vittorino Andreoli che mi aveva colpito, in cui si parlava di un futuro in cui gli uomini potevano essere ricreati nei laboratori. Una storia che ci tenevo molto a rileggere attraverso le mie corde surreali. Quando ho potuto, ho sempre trasferito il linguaggio del nostro cabaret al cinema. Per quanto abbiano avuto esiti non esaltanti, sono comunque felice di aver fatto film come Saxofone, Il volatore di aquiloni, Sturmtruppen. E Un amore su misura, appunto.
Hai omaggiato il grande giornalista Gianni Brera in uno spettacolo.
COCHI. Sì lo conoscevo personalmente, era amico dell'altrettanto grande Beppe Viola. La scrittura di Gianni era così immaginifica che si prestava perfettamente alla cornice teatrale. Ad esempio l' aneddoto di Peppino Meazza, che mentre sta scopando al Principe di Savoia con due mignotte, all'improvviso si ricorda che c'è la partita: allora corre allo stadio, e fa un gol quasi subito. Come vedi, immagini che hanno una grande forza teatrale.
Qui al Nuovo state sbancando i botteghini con Quelli del cabaret. Dopo cosa vi attende?
RENATO. Siamo persone che vivono abbastanza alla giornata, perciò progetti troppo a lungo termine non ne abbiamo. Per fortuna le offerte di lavoro non ci mancano mai. A me poi piace ancora guidare, perciò le trasferte anche lunghe non mi sfibrano. Certe volte girando l'Italia capitano anche episodi curiosi: ad esempio nella tua terra, a Lanusei, ci proposero di partecipare a una processione, così il pubblico ci vedeva e poi veniva a teatro. Una proposta che potevano rivolgerci solo persone che non ci conoscevano a fondo…
Ma chi era Cochi Tom Ponzoni?
COCHI. Mamma mia, mi hai ricordato quella cagata lì! Ero finito in Svizzera insieme ad Aldo, Giovanni e Giacomo, la Massironi e Cornacchione, perché ci avevano offerto una cifra a cui non si poteva dire di no. A livello artistico niente di memorabile, però in compenso ci divertimmo come dei pazzi: ridevamo così tanto che il regista Stefano Vicario si incazzava, cercando di riportarci all'ordine. Eravamo a Locarno. Una volta ci fu pure un'alluvione, con l'acqua che ci arrivava alla testa. Insomma, un'esperienza molto particolare.
Nell' '87 ti candidasti coi Radicali, non venendo eletto. Col senno di poi possiamo dirlo, molto meglio star lontani dalla politica attiva…
COCHI. Assolutamente sì, sono d'accordo con te. Però bisogna precisare che scelsi i Radicali perché credevo fortemente nelle loro battaglie. Ero amico di Loris Fortuna, che in quegli anni proponeva una legge sulla morte dignitosa. Una cosa che forse ti è sfuggita è che conducevo pure il telegiornale per i Radicali, a TeleRoma56. Poi un giorno decisero di allearsi con Berlusconi, e lì con me hanno chiuso definitivamente. Laddove ci sono ideali progressisti da sostenere, io cerco sempre di esserci. Ad esempio Pisapia ha il mio sostegno.

 

Intervista di: Francesco Mattana
Sul web:
www.teatronuovo.it

 

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