Claudia Salvatore: un lavoro di scarnificazione, attaccati ai nostri respiri che si accartocciano

Scritto da  Giovedì, 22 Novembre 2012 

Claudia Salvatore

Tra le sedici creature che popolano il microcosmo lisergico e inquietante di “ImitationOfDeath”, nuova opera drammaturgica dell’ensemble ricci/forte reduce dall’atteso debutto al RomaEuropa Festival e in arrivo al Piccolo Teatro Studio di Milano, incontriamo Claudia Salvatore che ci racconta senza maschere né reticenze il suo modo viscerale di affrontare il palcoscenico, il suo entusiasmo nell’affrontare questo ruvido ed avvincente viaggio teatrale.

 

 

 

Ciao Claudia, è recentissimo il debutto romano di IMITATIONOFDEATH, il nuovo lavoro teatrale di ricci/forte che ti vede tra i sedici protagonisti in scena. Da martedì prossimo approderete nella prestigiosa cornice del Piccolo di Milano per proseguire poi la tourneè nel resto d’Italia. Quali sono state le tue impressioni a caldo riguardo a questo debutto e l’accoglienza del pubblico?
Ho bisogno del mio sacchetto per respirare. Il debutto? IMITATIONOFDEATH è un viaggio che ho iniziato due anni fa e da cui non sono ancora tornata e non tornerò. Per me ogni giorno è un debutto, non possono esistere repliche: siamo troppo attaccati ai nostri respiri che si accartocciano. Ogni giorno è un’altra tappa, ci sono scoperte, incontri, soste, riflessioni, paure e tutto cambia in modo repentino perché non ho previsto nulla, non posso affidarmi a nulla se non allo stato in cui “ci sono” e non “ci sono” mai nello stesso modo, e penso sia così per tutti. Non ci sono “luoghi sicuri”.
Per cercare di rispondere un po’ alla tua domanda, posso dire che Roma è stata la nostra pedana di lancio, abbiamo preso coscienza delle nostre verità, abbiamo scelto delle strade, ci siamo ascoltati, ci siamo fidati gli uni degli altri e abbiamo detto: ok, partiamo! Io ho capito che lì in teatro, con loro, per un’ora e un quarto, sono esattamente dove voglio essere. Per quanto riguarda il pubblico che dire? Sarò banale, ma vorrei dire solo grazie. A tutti. Sono stati importanti, fondamentali, il nostro specchio, che come spesso accade riflette anche le nostre deformità.
ImitationOfDeathQual è stato il tuo primo incontro con il teatro di ricci/forte e cosa ti ha colpito maggiormente della loro drammaturgia?
È accaduto più di due anni fa. Avevo un posticino tra le poltrone del Piccolo Eliseo, per uno spettacolo dallo strano titolo (Macadamia Nut Brittle), non mi sono fatta domande ne’ prima, ne’ durante, ne’ dopo, ed anche adesso mi risulta difficile spiegare qualcosa che avviene, ma non è traducibile in parole. Mi sono seduta tranquilla e dopo poco già non ero più tranquilla, avevo deciso di esserci così come ho deciso di essere trascinata dentro, ho solo “ricevuto”… erano spinte, sollecitazioni, mi sembrava di non essere al sicuro sulla mia poltrona, mi sentivo chiamata in causa, costretta ad ascoltare qualcosa, non solo quello che veniva detto, ma anche quello che io avrei voluto dire, mi sembrava di sentire delle persone che bussavano ad un sacco di porte per farsi aprire, mi sembrava di essere alle spalle di tutte queste porte e di bussare per farmi aprire e non per raccontare me, ma perché le porte chiuse mi infastidiscono, gli ambienti stretti sono claustrofobici anche se rassicuranti. Alla fine dello spettacolo ero seduta sul pizzo della poltrona e aspettavo un seguito, qualcuno che urlasse ancora, che fosse spaventato, aspettavo ancora qualcosa perché qualcosa era iniziato e non prevedevo una fine.
IMITATIONOFDEATH è frutto di un percorso di laboratori residenziali attraverso i quali siete stati selezionati voi interpreti ed è stata sviluppata al contempo la drammaturgia, attingendo consistentemente alle vostre personali esperienze esistenziali. Come hai vissuto questo percorso creativo?
Io ho partecipato al primo laboratorio: Mondaino 2010, tra gli scoiattoli ed i boschi dove ho passeggiato per la prima volta a braccetto con il mio supereroe. Poi ho preso parte alla presentazione dello studio nel 2011 al Festival Centrale Fies di Dro, per poi approdare ad IMITATIONOFDEATH, nonostante tutto sono ancora qui! A parte gli scherzi, è stata durissima come esperienza, per niente facile e per niente un gioco, ho dovuto scardinare le mie porte chiuse, superare molte delle mie resistenze e della mia durezza, cercare di uscirne viva, ma anche cercare di aprirmi per fare “uscire” una voce che non volevo ascoltare. Non è solo una questione di raccontare esperienze personali, o almeno non solo, insomma trovo che sia eccessivamente riduttivo dire così, perché la ricerca personale non era volta a raccontare un sè privato, cronachistico, informativo, così forse sarebbe stato più semplice, al contrario è stato più un lavoro di scarnificazione, portando alla superficie tutto quel peso nascosto che ognuno di noi tende a seppellire, decidendo di “accollarcelo”, sentircelo addosso, nel corpo, nella voce, in ogni movimento. La ricerca è sentire come ti trasformano le cose che vivi, dove vanno a colpire, come reagisci, dove rimangono anche a distanza di anni, come ti ci rapporti ancora, come fai per andarle a prendere o per tenerle a bada, questo su di te, ma poi anche in relazione agli altri, quindi come aumenta il tuo peso in relazione agli altri, a quello che loro condividono con te, a quello che gli appartiene e che ti donano, che devi custodire anche se aumenta il carico, a quello che ti raccontano, che influisce sul tuo rapporto con loro, che influisce su di te, perché negli altri scopri cose di te che non sapevi. La stessa cosa tentiamo di farla con il pubblico, è uno spiare reciproco perché quello che avviene ci appartiene.
L’anno scorso hai avuto modo di partecipare alla performance “La strage di Parigi”, settimo capitolo del progetto “Wunderkammer Soap” di ricci/forte presentato anche in quest’occasione nell’ambito del RomaEuropa Festival. Una piscina, un affiatato gruppo di appassionati interpreti e l’opera di Marlowe rivisitata in chiave assolutamente moderna. Che ricordo custodisci di questa esperienza?
La strage di Parigi è stata proprio un altro mondo! Un sfida decisamente nuova in un contesto assurdo, come appunto è una piscina! Per alcuni versi paragonabile ad IMITATIONOFDEATH, sia per la coralità che per una “questione di respirazione”, un senso di soffocamento, una volontà di tornare a galla, ma anche la meccanicità dei gesti che sono guidati da un involontario istinto di sopravvivenza, trascinarsi fuori dall’acqua anche aggrappandosi agli altri, per poi ricaderci dentro con tutta una lista di vergogne che appesantiscono gli abiti e che ti trascinano sempre più in basso. È stato curioso ed interessante perché ovviamente nell’acqua ci sono altre regole, altri principi fisici, che chiedono al corpo un adattamento e non basta solo nuotare… dovevo cercare di significare qualcosa mentre provavo a non soffocare. In apnea dove non si sente più nessuna voce esterna, dove il senso di isolamento dagli altri è amplificato, così lo sono anche i pensieri, che diventano più lucidi, più chiari e sembra che possano parlare ed allora parte un altro viaggio, fatto di strane distanze, più difficili da percorrere, più silenziose.
ImitationOfDeathIn IMITATIONOFDEATH oltre che come attrice hai collaborato anche nelle vesti di assistente alla regia. Com’è stata quest’esperienza?
La verità è che sono una frana, adesso mi viene da ridere, ma su questo punto devo dire che avevo delle carenze. Non sono multitasking come credevo, più che aiutare cercavo di non creare problemi. Adesso sto esagerando, in realtà ho cercato di imparare dalla mia amica Liliana Laera, le ho letteralmente chiesto di darmi ordini, perché non ero in grado di prendere nessuna iniziativa, di gestire le situazioni, di far fronte alle necessità, senza di lei sarei stata persa. Poi però a Dro, durante l’ultima settimana di prove ho avuto l’illuminazione, ho scoperto che la parola chiave era: Delegare! Le mie colleghe concordavano, il che non doveva significare lavarsene le mani. IMITATIONOFDEATH è un organismo composto da 16 microrganismi ed è necessario che tutti sappiano tutto, che tutti siano in grado di risolvere, aiutare, proteggere, riparare, curare, ricostruire, rimproverare, correggere: COLLABORARE, insomma! La delega consisteva nel responsabilizzarci tutti e 16, e così è avvenuto. Devo ringraziare ciascuno di loro, perché alla fine tutti hanno dato un contributo e forse questo è il bello, dentro e fuori dai camerini, siamo un gruppo unito!
Parallelamente al teatro con ricci/forte in questi giorni ti abbiamo vista in tv nella serie “Ris Roma 3” e hai al tuo attivo anche esperienze cinematografiche. Qual è stata la tua formazione di attrice? Preferisci le luci del palcoscenico o la macchina da presa?
Durante l’università ho fatto un piccolo corso di recitazione cinematografica, ho capito che la cosa mi interessava ed ho deciso di fare un’accademia triennale di teatro, che mi ha definitivamente condannato a questo mestiere. Cinema o teatro? Non posso proprio dire di avere la stessa esperienza nei due campi, non è così, anche se lo vorrei. In generale per quanto mi riguarda c’è sempre un’urgenza che viene prima di qualsiasi mezzo. Quando inizio un lavoro il mio primo pensiero è: cosa vogliamo far accadere? Ed io cosa cosa voglio dire? Insomma io mi appassiono di più alla sostanza del progetto piuttosto che al linguaggio ed al mezzo, anche se poi effettivamente le due cose sono correlate. Diciamo che quello che preferisco è fare bene quello che mi piace, sono molto rigida con me stessa e non accetto di “timbrare il cartellino”. Se accetto un lavoro, quel lavoro diventa necessario, mi affido a chi mi guida, per forza e per necessità, e cerco di essere un contributo unico e differente, ovvero di essere ciò che voglio essendo ciò che vuole il regista. Tornando alla domanda, non posso proprio scegliere. Sono due mondi molto diversi, ma due miei amori, vorrei riuscire ad affrontare un giorno il set con la stessa confidenza che ho con il teatro.
Come svelato nell’epilogo di IMITATIONOFDEATH dalla sterminata collezione di medaglie da cui rimani letteralmente sommersa, nel tuo passato c’è l’atletica praticata a livello agonistico. Quanto ha contributo a forgiare la tua tempra e passione nel recitare?
Lacrimuccia…l’atletica è un cordone ombelicale che ho tagliato male…è rimasto irrisolto il rapporto con quel pezzo della mia vita, ma va bene così. È stato un periodo così bello e così importante che rimarrà sempre un piccolo rimpianto per aver smesso, ma anche un grande senso di gratitudine per tutto quello che mi ha insegnato, la disciplina, il sacrificio, la fatica, l’ambizione, anche eccessiva, perché ho iniziato a pretendere da me stessa più di quello che in realtà ero in grado di ottenere. Direi che non ha solo contribuito a forgiare la mia tempra e la mia passione nel recitare, ma è stato un vero e proprio passaggio di testimone, per rimanere nel gergo sportivo.

 

Intervista di: Andrea Cova
Sul web:
www.ricciforte.com

 

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