Bologninicosta: una ricerca teatrale costantemente aderente al sociale, tra eredità classica e sperimentazione

Scritto da  Lunedì, 20 Agosto 2018 

Dal 21 al 27 luglio, nella suggestiva cornice del Castello di Alvito, nella Valle di Comino, ha debuttato la prima edizione di “Castellinaria - Festival di Teatro Pop”, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas. In occasione del festival, con l’intento di coinvolgere attivamente la cittadinanza, il collettivo bologninicosta ha tenuto il workshop “C’era quella volta che”, un laboratorio per uno storytelling performativo che, partendo dalla fiaba, si prefiggeva di riflettere sul concetto di cittadinanza attiva e di coinvolgere corpo e mente in una narrazione collettiva. Abbiamo incontrato Sofia Bolognini e Dario Costa per tracciare un bilancio di questa esperienza e scoprire i progetti in cantiere per il prossimo futuro.

 

Ciao Sofia e Dario, anzitutto benvenuti sulle pagine di SaltinAria. Bologninicosta è un collettivo focalizzato sulla ricerca artistica e sociale nel campo delle arti performative, attivo da circa tre anni. Potete raccontarcene la genesi e come i vostri percorsi individuali si sono incontrati in questo progetto?
I nostri percorsi di partenza sono molto diversi; la nostra compagnia è formata da Dario Costa, laureato in sociologia e psicologia della comunicazione, musicista e compositore, e Sofia Bolognini, laureata in filosofia, autrice e drammaturga. Ci ha unito la volontà chiara fin da subito di dare un peso specifico a queste differenze, fondando un collettivo aperto alla sperimentazione (non solo teatrale) e attivando immediatamente una forte rete di collaborazioni tra artisti molto diversi tra loro (fotografi, coreografi, videomaker, illustratori, pittori) e giovani ricercatori e studiosi (teatrologi, aspiranti critici, ricercatori sociali).

Quali sono le caratteristiche originali e caratterizzanti della vostra sinergia artistica?
L’unica cosa originale sono i testi e le musiche, e quindi la sinergia tra questi due aspetti (non a caso il logo di bologninicosta è a metà tra una maschera teatrale e una chiave di violino). Ci caratterizza inoltre una ricerca teatrale costantemente unita alla ricerca sociale (ogni lavoro è preceduto da una intensa fase di ricerca sociale condotta per lo più attraverso interviste discorsive e focus group).

Avete recentemente partecipato a ‘Castellinaria - Festival di teatro pop’ al Castello di Alvito, nella suggestiva cornice della Valle di Comino, con il laboratorio ‘C’era quella volta che’, il quale si prefiggeva di partire dalla fiaba per riflettere sulla cittadinanza attiva. Come è scaturita questa idea e come la avete portata avanti con i partecipanti al laboratorio?
La nostra ricerca sociale di solito è condotta a parte, prima della sala prove, con metodologia accademica rigida. Qui invece è prevalsa la volontà di far coincidere il lavoro in sala con il lavoro di ricerca, di uscire dallo spazio teatrale e lavorare direttamente sul territorio, interrogando i cittadini in una modalità performativa permanente. Questo approccio si è rivelato un successo, con una bella accoglienza da parte degli abitanti di Alvito (reazioni forti come bestemmie, insulti ma anche regali, doni, applausi e tanti racconti di episodi vissuti). Perché anche una reazione negativa è una reazione, ed è proprio quello che speravamo di ottenere. Questa esperienza ci ha fatti crescere moltissimo anche se eravamo noi a condurre il laboratorio, perché abbiamo condiviso alcune pratiche con i ragazzi e in cambio abbiamo avuto tanta bellezza, disponibilità ed entusiasmo.

Venerdì 27 luglio è stato presentato al pubblico l’esito finale di tale laboratorio: verso quali linguaggi e forme artistiche si è diretta la ricerca? Quali pensate siano stati i punti cardine di questa rappresentazione conclusiva?
Ogni luogo è una rete di storie, accadimenti, fatti avvenuti in un passato remoto o recente, e fatti che avverranno in futuro. La performance itinerante per i vicoli del paese è andata in questa direzione: alcune scene sono derivate da racconti reali fatti dagli stessi abitanti; altre scene inventate dai ragazzi; tutte costruite ed elaborate da loro che hanno prodotto dei materiali e delle immagini veramente bellissime.

Rivolgendo lo sguardo al passato, uno dei primi spettacoli del collettivo bologninicosta è stato “Romeo e Giulio”, salutato da un brillante consenso di pubblico e critica (Award For Best Director e Grand Prix For The Best Performance all’ International Theatre Festival “Faces without masks” di Skopje, Selezione Festival Dominio Pubblico 2017, Selezione Residenze Teatro del Lemming 2017). Si tratta di un lavoro complesso e stratificato che assume una posizione netta all’interno del dibattito pubblico sull’omofobia. Come avete lavorato su questo tema e quali ritenete fossero i punti di forza di questo lavoro?
I suoi punti di forza sono stati il fatto di essere il nostro primo spettacolo, il suo essere, come tale, pieno di amore e di intenti, e l’attenta ricerca sociale che abbiamo condotto sul tema. Il testo è un mix di cose diverse: riscrittura di “Romeo e Giulietta”; manifesti di Pro Vita contro le unioni civili; stralci di commenti di Yahoo answer scritti dagli utenti; interviste discorsive a giovani omosessuali e trans. Probabilmente la forza, e al contempo la debolezza di questo lavoro, risiedono nella disomogeneità, nella mescolanza di linguaggi, e nella frammentazione del testo.

Un altro vostro spettacolo recente è “Figlie d’Egitto, ovvero le Supplici” che ha debuttato la scorsa estate al Teatro Antico di Segesta nell’ambito del Festival delle Dionisiache. Si respira in questo lavoro una riuscita fusione tra simboli archetipici di un passato remoto e moderne istanze performative. Questa sintesi tra le nostre radici arcaiche e i riferimenti della contemporaneità può essere individuata come una delle linee portanti del vostro lavoro drammaturgico e registico?
Speriamo di sì: nutriamo un grande amore per la cultura classica e per il teatro antico come esperienza altissima nella storia dell’uomo. Il contrasto tra passato e presente costituisce sicuramente una delle basi del nostro lavoro.

La vostra attenta osservazione della società si è anche tradotta nel percorso esplorativo “Cantieri Incivili” dedicato al tema della precarietà lavorativa. Quali ne sono state le tappe principali e l’esito conclusivo?
Una tappa fondamentale è stata la residenza al Nuovo Cinema Palazzo con lo spettacolo “St(r)age” che ora sarà in scena al Piccolo Teatro di Milano (nell’ambito di Tramedautore Festival) e al CrashTest a Valdagno. Poi la realizzazione di dieci interviste discorsive e di un focus group; una mole enorme di lavoratori dello spettacolo e ricercatori coinvolti sul tema. Altri esiti sono stati la performance di danza e musica elettronica live “rancorerabbia” e la videoinstallazione “Parla/menti - genealogia dei cervelli in fuga”.

Tornando a Castellinaria, come avete vissuto la sinergia tra artisti e l’atmosfera di questo inconsueto festival teatrale?
E’ stato un contesto meraviglioso, luminoso, propositivo, bellissimo. Un contesto giovane e gioioso, con bravissimi professionisti ed una risposta del territorio imponente. Un bello scarto rispetto all'aria che si respira in una città come Roma (poco pubblico, grande dispersione, molti improvvisati…); un luogo abitato da giovani dalle competenze e dalle personalità forti, realmente in grado di portare avanti uno spettacolo, un festival, un’idea personale di teatro fino in fondo e in modo coraggioso e serio. Ma soprattutto, sereno.

Quali sono i nuovi progetti in cantiere per il collettivo bologninicosta? Potete anticiparci qualcosa?
Andarcene da Roma. Da settembre ci trasferiamo definitivamente a Milano e poi a Torino. Non possiamo ancora anticipare niente ma abbiamo belle cose in cantiere. Il Tramedautore al Piccolo è solo l’inizio.

 

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Giulia Taglienti, Ufficio stampa Castellinaria - Festival di teatro pop
Sul web: http://bologninicosta.com

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