Bernardino De Bernardis: L’immigrazione in salsa partenopea torna in scena

Scritto da  Sophie Moreau Domenica, 17 Febbraio 2019 

“Immigrati brava gente” torna in scena a Roma al Teatro Marconi (dal 28 febbraio al 10 marzo prossimi), dopo il successo ottenuto al Teatro de’ Servi qualche anno fa e a Milano al Teatro Martinitt. Con l’occasione abbiamo incontrato il regista, autore del testo e interprete Bernardino De Bernardis.

 

Tornare oggi in scena in piena polemica sul tema immigrazione e clandestinità - l’Italia si sta giocando i rapporti diplomatici con la Francia - che ha investito perfino il festival di Sanremo, cosa significa?
“Che il problema è di estrema attualità, urgenza e che non è una questione solo italiana. Non voglio entrare in questioni politiche ma è sempre più impellente trovare una sintesi che concili da un lato l’ineludibile impegno a garantire l’aiuto a persone innocenti che hanno l’unica colpa di essere nate in paesi in guerra e in gravi difficoltà economiche, e dall’altro la legittima tutela della sicurezza delle singole nazioni che li accolgono. Il tema è di una delicatezza enorme ed è estremamente facile cadere nella banalità; se ovviamente non ho la presunzione di sapere quale sia la soluzione, reputo di conoscere quello che non dev’essere fatto ovvero voltare le spalle, indifferenti.”

È la prima volta che affronti in un tuo testo questo tema?
“In termini di immigrazione in senso stretto sì, tuttavia l’immigrazione sottende un altro tema più ancorato agli archetipi umani, ovvero la paura della diversità e del nuovo e in tal senso anche le altre esperienze drammaturgiche rispondono a quest’esigenza ovvero cercare di scandagliare nell’animo umano le dinamiche comportamentali frutto dei dubbi e delle paure che lo attanagliano nella quotidianità.”

Com’è nata l’idea di questo testo?
“Il primo spunto lo ebbi assistendo ad uno spettacolo teatrale che affrontava lo stesso argomento; l’idea era quella di cercare di presentare un argomento particolarmente delicato in chiave brillante senza però sminuirlo o peggio ridicolizzarlo. In questo la tradizione della commedia all’italiana, che ci ha reso famosi in tutto il mondo, ci ha aiutato a coniugare il senso della tragedia con la forma della commedia creando un genere unico di grande impatto emotivo.”

Che tipo di accoglienza c’è stata la prima volta a Roma e a Milano? Sarebbe interessante capire se i due teatri ‘gemellati’ riflettono due città diverse.
“In realtà no, ho visto reazioni analoghe e questo mi ha fatto un piacere enorme perché da napoletano avevo un certo timore a confrontarmi con città con una forte tradizione locale drammaturgica e culturale; invece l’affetto e la sensibilità che hanno dimostrato tutti gli spettatori, al di là della legittima personale visione sul tema dell’immigrazione, dimostra quanto il teatro sia forse la forma d’arte inclusiva per eccellenza.”

A che tipo di scelta risponde l’uso della lingua dialettale per parlare di immigrazione?
“Il dialetto in genere ritengo che sia il linguaggio del cuore; un’emozione ha più facilità ad essere espressa nel linguaggio che ha caratterizzato il proprio substrato culturale e familiare. Nel caso specifico penso che il dialetto, qualsiasi esso sia, è un po’ la carta d’identità culturale di un luogo. Da una prima valutazione questo potrebbe sembrare un limite nell’ottica di un confronto inclusivo, invece ritengo che sia l’opposto, proprio perché essendo la carta d’identità di un luogo, evidenzia anche tutte le sue influenze e contaminazioni che nel corso degli anni si sono stratificate. Da questo punto di vista, il dialetto napoletano è colmo di richiami ad altre esperienze linguistiche frutto di dominazioni succedutesi nei secoli e in questo si possono trovare anche molte opportunità drammaturgiche in fase di scrittura, un crogiuolo di mediterraneità.”

In particolare Napoli ha una sua specificità in termini di temi quali immigrazione, accoglienza e clandestinità?
“Beh sì, Napoli è una città che nelle sue mille contraddizioni vive forse più di altre già nelle sue viscere il confronto con le diversità in genere e le paure che questo comporta; tuttavia alle mille contraddizioni contrappone i mille culur come il grande Pino Daniele cantava in quello che è forse il manifesto in canzone di una intera città. L’auspicio è che da questi mille colori possa emergere un affresco di armonia nel rispetto reciproco delle diversità.”

C’è un messaggio centrale che vuoi veicolare?
“Non per falsa modestia ma non penso che sia in grado di mandare messaggi depositari di una verità assoluta, tanto più su un tema così difficile, né tanto meno penso che il teatro debba dare risposte, piuttosto forse il compito è quello di smuovere le coscienze con domande che possano spingere la gente, quantomeno a riflettere mettendosi in discussione. Tuttavia non voglio eludere il senso della domanda: è inevitabile, essendo anche autore del testo, che vi sia un mio punto di vista sulla questione che penso emerga proprio da una domanda che il protagonista rivolge all’immigrato in una scena dello spettacolo durante un confronto serrato e per certi versi duro, ovvero: “aiutami a capire se esiste un modo per fare del bene senza rischiare”. Il protagonista non ha una preclusione pregiudiziale all’accoglienza sebbene non riesca a vincere le sue legittime paure, vorrebbe limitarsi a dare l’elemosina in chiesa da buon cristiano senza alcun rischio e per questo sentirsi la coscienza a posto ipotecando così il proprio posto in paradiso. Ma forse dietro questo atto, apparentemente cristiano, si nasconde semplicemente un comprensibile sentimento egoistico. Credo che il vero bene comporti inevitabilmente un rischio che va in qualche modo corso, perché anche quando si alzano i muri solo apparentemente si pensa di averli evitati; quando quei rischi e quelle minacce si risolvono solo rimuovendo le cause che le hanno determinate e non evitando i sintomi.”

Ci sono elementi nuovi che porti in scena al Teatro Marconi?
“No, fondamentalmente l’impianto drammaturgico, salvo piccole aggiunte frutto di momenti creativi che possono sempre emergere in prova, è rimasto lo stesso, cosi come il cast, sia artistico che tecnico, che approfitto per ringraziare per la sua passione e bravura nell’essersi saputo calare completamente nella storia, l’energia che ci trasferiamo durante le prove e sul palco è linfa vitale.”

Inevitabile chiederti se hai nuovi progetti di scrittura in corso e qual è la tua idea.
“Ho qualcosa su cui sto ragionando da un po', mi piacerebbe indagare quanto si è veramente liberi nelle scelte della nostra vita e quanto il confine tra il bene e il male a volte sia talmente labile che possa essere inconsapevolmente superato marchiandoci per il resto della nostra esistenza.”

Recensione dello spettacolo: http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/immigrati-brava-gente-teatro-de-servi-roma-recensione-spettacolo.html

 

IMMIGRATI BRAVA GENTE
di Bernardino De Bernardis
con Bernardino De Bernardis, Angela Ruggiero, Ruddy Almada, Simonetta Milone, Francesca Di Meglio, Matteo Fasanella, Elena Verde, Antonio Coppola
voce annuncio Salvo Miraglia
scenografia Alessandra Ricci
direttore di scena Maurizio Marchini
consulenza artistica Serena Fraschetti
registrazione audio Studi AreaVox
video Giulio Ciancamerla

 

Teatro Marconi - viale Guglielmo Marconi 698e, 00146 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5943554, email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal giovedì al sabato ore 21, domenica ore 17.30
Biglietti: intero €24, ridotto €20

Intervista di: Sophie Moreau
Sul web: www.teatromarconi.it

TOP