Barbara De Rossi: debutto a teatro con “Il Bacio”

Scritto da  Venerdì, 06 Gennaio 2017 

Instancabile lavoratrice alla ricerca dei suoi personaggi, fragili, potenti e magici come la vita. Un impegno variegato tra cinema e tv come attrice e conduttrice, un’esperienza nei fotoromanzi e l’approdo al teatro, insieme all’impegno civile dalla parte dei diritti per le donne. Cercando un teatro per attori senza spettatori…

 

Accompagniamo con questa chiacchierata d’inizio anno il debutto del nuovo spettacolo dell’attrice Barbara De Rossi “Il Bacio” di Ger Thijs, dove l’attrice sarà a fianco del regista e interprete Francesco Branchetti, che sarà il 7 gennaio al Teatro Fellini di Pontinia e l'8 al Teatro Boni di Acquapendente (Viterbo) per poi andare in tournée, esordendo dal 13 al 15 gennaio al Teatro Dehon di Bologna.

Ci accoglie al telefono la voce calda di Barbara De Rossi, attrice e conduttrice televisiva romana (nata nel 1960), ed è immediata la sua disponibilità e accortezza nella puntualità, per la quale si considera teutonica, dopo che ci siamo un po’ rincorse per trovare questo spazio di conversazione.

Vorrei cominciare proprio dal nuovo spettacolo.
Sarà infatti in scena, dal 7 gennaio, la nuova produzione della Foxtrot Golf, nella traduzione di Enrico Luttmann, musiche di Pino Cangialosi, scene di Alessandra Ricci, costumi di Francesco Branchetti, organizzazione di Isabella Giannone, distribuzione a cura di Stefano Mascagni: a Milano (Teatro Delfino, dal 2 al 5 febbraio), Firenze (Teatro Le Laudi, dal 10 al 12 marzo), Torino (Teatro Cardinal Massaia, 18-19 marzo) e in altre città per tre mesi.
Una sua battuta sullo spettacolo.
«Sono molto contenta di questo spettacolo dopo la Medea di Jean Anouilh, un personaggio potente che mi è costato molta fatica. “Il bacio” è la storia di un incontro tra un uomo e una donna, che non hanno nome ma che raccontano la propria storia: è l’incontro tra due perfette infelicità che in poco tempo trovano la verità di quello che vorrebbero. In fondo è questa la magia di un incontro. E’ un lavoro molto delicato che attraversa momenti nei quali si ride ma anche tratti dolorosi come in fondo è la vita. Sono contenta di interpretare questa donna che non ha vissuto e che pertanto ha ancora tutto da vivere con la voglia e la paura di emozionarsi, molto fragile, che in qualche modo, da borghese e cattolica, si è accomodata nella vita, senza attraversarla per davvero.»
E’ il mistero di un sentimento che nasce dal mistero della vita.

Al teatro è giunta relativamente tardi nella sua lunga carriera, con “L'anatra all'arancia” nel 1997. Com’è avvenuto l’esordio?
«Sono ormai passati vent’anni. Mi cercò Lucio Ardenzi e mi divertii molto anche se fu una tournée lunghissima come accadeva allora. Poi mi fermai perché decisi di crescere mia figlia. Era la mia priorità e per vent’anni ho scelto di fare la mamma pur avendo ricevuto molte proposte per il teatro. A dire il vero ho anche fatto una cernita in relazione a un percorso che ho scelto, quello di lavorare su un teatro d’autore importante, scegliendo talora dei testi particolari, ma in un certo senso sempre classici perché quello è il teatro che mi piace.»

Il mio primo incontro con Barbara De Rossi è in televisione nel 1982 dove la ricordo in “Storia d'amore e d'amicizia” per la regia di Franco Rossi, il secondo impegno sul piccolo schermo dopo “Turno di notte”, con regia di Paolo Poeti dell’anno precedente. Con lo sceneggiato - allora si chiamavano ancora così - del 1982 in cui recitò accanto a Claudio Amendola, Ferruccio Amendola, Massimo Bonetti ed Elena Fabrizi, ottiene molta popolarità.
«E Massimo Dapporto - aggiunge - quanto tempo è passato...»

Sarà che forse nella memoria è una delle prime produzioni televisive che ricordo ma per me resta un classico che mi è rimasto dentro. Ricordo una scena nella quale lei scende da una scala e mi sembra che, mentre si incammina saltellando con la spensieratezza e quella sicurezza un po’ spavalda della gioventù, Bonetti o forse Amendola le chiedono quando si sposerà o forse è un passante a farle la domanda e lei risponde con aria di sfida divertita: “l’anno del poi e il giorno del mai” o forse il contrario”.
Ride e dice. «Che memoria. Proprio così. Lo sceneggiato era tratto da una storia vera di Davide Sonnino. Era certamente un modo diverso di fare le fiction rispetto a oggi. Ho avuto la possibilità di veder nascere gli appalti. Allora era tutto autoprodotto e ricordo che abbiamo lavorato per nove mesi per avere sei ore di produzione. I tempi di lavorazione erano lunghi. Erano storie delicate con una certa freschezza.»

In qualche modo erano dei classici mentre oggi le fiction sono storie raccolte sotto casa, forse troppo realistiche al punto che sembra di guardarsi allo specchio, passano di moda in una stagione, non fanno sognare. E’ come affacciarsi alla finestra e tra reale e finzione non c’è più alcuna distinzione.
«E’ proprio così. Ha ragione. Inoltre non si scrive più per le donne mature se non ruoli marginali di contorno a figure femminili che hanno al massimo quarantacinque anni e questo è profondamente sbagliato ed è un fenomeno tipicamente italiano.»

Il suo esordio di artista è stato cinematografico. Ripercorrendo la sua storia la incontriamo nel 1976 vincere il concorso di bellezza “Miss Teenager” in cui presidente della giuria era il regista Alberto Lattuada, che, dopo averle fatto l'anno successivo un provino (incluso insieme a quello di altre esordienti in “Fanciulle in fiore”, un servizio da lui realizzato per il rotocalco televisivo “Odeon. Tutto quanto fa spettacolo”), la fa debuttare al cinema come figlia di Marcello Mastroianni in “Così come sei” (1978) e di Virna Lisi in “La cicala”(1980). Dal 1978 al 1982 è stata anche interprete di molti fotoromanzi, 108, pubblicati dalla casa editrice Lancio, un mondo scomparso: cosa le ha lasciato quell’esperienza?
«Era un ambiente molto carino e quando guardo a quel breve periodo provo molto tenerezza; eppur è stata un’industria importante.»

Seguendola, instancabile, tra cinema e televisione dove oltre che attrice è conduttrice, la incontriamo, dopo il successo televisivo, nel 1983 al cinema con due pellicole: il film in costume di Giacomo Battiato “I paladini - Storia d'armi e d'amori”, come protagonista al fianco dell’esordiente Ronn Moss (divenuto poi celebre per il ruolo di Ridge Forrester nella soap opera “Beautiful”) e la commedia “Son contento” interpretata accanto a Francesco Nuti e diretta da Maurizio Ponzi. Ma la consacrazione definitiva le arriva l'anno seguente con il ruolo della giovane marchesa eroinomane Titti Pecci Scialoia nella prima miniserie della saga televisiva “La piovra” diretta da Damiano Damiani, in cui recita accanto a Michele Placido ed Angelo Infanti, che la lancia a livello internazionale. Il successo prosegue nel 1985 con altre due miniserie televisive dal grande seguito: “Quo vadis?” di Franco Rossi, ambientata nell'Antica Roma, in cui interpreta la schiava Eunice accanto a Frederic Forrest, e “Io e il duce” di Alberto Negrin in cui interpreta la parte di Claretta Petacci, e in cui recita accanto ad attori come Bob Hoskins, Anthony Hopkins, Susan Sarandon, Annie Girardot e Vittorio Mezzogiorno. Nello stesso anno è protagonista al cinema del film di Carlo Lizzani “Mamma Ebe” accanto a Berta D. Dominguez, Stefania Sandrelli ed Alessandro Haber, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia di quell'anno.
Com’è per la sua carriera il dialogo tra cinema e tv?
«In termini lavorativi non cambia nulla nella costruzione del personaggio ed entrambi gli schermi richiedono un lungo lavoro preparatorio ancora prima delle letture. Ognuno trova il proprio metodo e quanto a me generalmente faccio un viaggio dentro me stessa per capire le affinità con il ruolo da interpretare e i punti di distanza, cercando di mettermi in sintonia e di costruire dei ponti. Mentre a teatro il percorso è profondamente diverso e non si può partire con la stessa valigia.»

Tra i lavori cinematografici ricordiamo nel 1987 il ruolo di protagonista nel thriller “Caramelle da uno sconosciuto” di Franco Ferrini e di “Vado a riprendermi il gatto” di Giuliano Biagetti in cui interpreta in entrambi i casi una prostituta. Nel’88 recita nell'horror “Nosferatu a Venezia” (regia di Augusto Caminito) accanto a Klaus Kinski, mentre nel 1989 lavora in due film francesi, “L'orchestre rouge” di Jacques Rouffio e “Giorni felici a Clichy” di Claude Chabrol. In Italia nel 1989 prende parte al film TV “Due madri” ed in seguito partecipa alle due stagioni della miniserie televisiva “Pronto soccorso”, trasmesse nel 1990 e nel 1992, dirette da Francesco Massaro. Lo stesso anno ancora notevoli consensi con la miniserie televisiva “La storia spezzata” con Angiolina Quinterno, nella quale interpreta il complesso ruolo di una donna alcolizzata. Tante saranno le fiction che interpreterà mentre nel 1994 torna al cinema recitando nella commedia “Maniaci sentimentali”, esordio alla regia di Simona Izzo.
Sul piccolo schermo però ha percorso dei sentieri molto diversi, quello dell’attrice e della conduttrice. Qual è la sua esperienza?
«Considero la conduzione una parentesi che ho affrontato con grande impegno ma è come uno “stare al gioco” che ha segnato un punto fermo e uno strumento importante per il mio impegno civile. Quasi sicuramente tornerò a condurre “Terzo indizio” per Mediaset, che per me è il risultato di un impegno che dura da oltre vent’anni nell’ambito dei diritti delle donne. Sono presidente dell’Associazione Salva Mamme, che ha sede a Roma all’interno della Crocerossa ed è un cammino intrapreso in particolare in seguito al fortunato incontro con Grazia Passeri.»

Il 2017 si annuncia dunque articolato, fra teatro e impegno sociale, a proposito del quale vorrei ricordare il ruolo di protagonista del film-tv di Rai 1 “La vita che corre” incentrato sulle morti sulla strada.
«Molto importante è stata la conduzione di “Amore criminale” e il ruolo di protagonista tra altri della quarta stagione della fiction di Canale 5 “L'onore e il rispetto”, accanto a Gabriel Garko e Laura Torrisi, continuata anche nella scorsa primavera. Tra l’altro a febbraio su Canale 5 sarò nel cast della quarta stagione della fiction “Il bello delle donne”.»

C’è un teatro romano che sente suo e al quale è particolarmente legata?
«Non in modo specifico. In generale a quelli storici. Il Sistina ce l’ho un po’ nel cuore perché lì ho debuttato, ma anche il Ghione sotto la guida di Albertazzi o il Quirino. Ho poi un’attrice nel cuore, Monica Guerritore, che stimo e ho visto molto a teatro e che fa parte della mia formazione. In generale c’è un teatro che mi manca, ovvero un luogo di incontro per attori e registi, per cucire insieme idee e fare progetti. Purtroppo in Italia in questo ambiente c’è molta competizione e ognuno pensa ai propri interessi. Esistono dei salotti ma molto chiusi o dei circuiti mondani che sono nella maggior parte dei casi delle vetrine. Manca l’idea di una piazza, di un laboratorio per artisti come ad esempio esiste negli Stati Uniti ed è un vero peccato.»

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Monica Brizzi

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