Aurora Peres: “Prima di andar via”, raccontare un atto di coraggio infrangendo gli schemi precostituiti

Scritto da  Sabato, 26 Maggio 2018 

Aurora Peres è attrice di grande intelligenza e carisma; nei suoi occhi e nel suo stare in scena si leggono la caparbietà di una passione incoercibile per il teatro e la sensibilità necessaria per catturare gli istinti e le sofferenze dei suoi personaggi, che approccia sempre in modo viscerale ed autentico. Torna ora in scena al Piccolo Eliseo di Roma con “Prima di andar via”, un drammatico ritratto familiare dipinto dalla drammaturgia di Filippo Gili e incorniciato dalla pregiata regia di Francesco Frangipane; accanto a lei un cast fortemente coeso e di grande potenza: Giorgio Colangeli, lo stesso Gili, Michela Martini e Barbara Ronchi. Abbiamo incontrato Aurora per ripercorrere le tappe di un cammino attoriale dal respiro internazionale, percorso con coerenza e determinazione.

 

Produzione Argot Produzioni presenta
PRIMA DI ANDAR VIA
di Filippo Gili
con Giorgio Colangeli, Filippo Gili, Michela Martini, Aurora Peres e Barbara Ronchi
scenografia Francesco Ghisu
costumi Cristian Spadoni
luci Beppe Filipponio
musiche originali Roberto Angelini
regia Francesco Frangipane

 

Aurora PeresCiao Aurora, è davvero un piacere accoglierti sulle pagine di SaltinAria. In questi giorni sei in scena al Piccolo Eliseo di Roma con “Prima di andar via”, spettacolo giunto al settimo anno di repliche con un luminosissimo successo di pubblico e critica. Proviamo a riannodare i fili della memoria, come è iniziato questo percorso?
Io in realtà sono entrata nella compagnia nel 2012, mentre lo spettacolo aveva debuttato l’anno precedente, andando a sostituire un’altra attrice. Avevo avuto l’occasione di assistere alla pièce e mi ero totalmente innamorata del testo. Conoscevo già in precedenza Vanessa Scalera, con la quale avevamo lavorato ad un film instaurando immediatamente una bella empatia e, quando si è presentata la necessità della sostituzione, mi ha contattato per partecipare ad un’audizione, che è andata bene dandomi la possibilità di cominciare a interpretare questo ruolo, entrando a far parte di quella che pian piano è diventata una vera e propria famiglia; praticamente si è creata un’unità e da quel momento abbiamo continuato il viaggio.

Come si sono evoluti poi sia lo spettacolo che la vostra alchimia di “famiglia” lungo tutti questi anni?
Chiaramente con il susseguirsi delle repliche questa sinergia è cresciuta sempre più, perché più portavamo in scena questo testo e più entravamo tra le sue pieghe, scoprendone la ricchezza e la complessità. Grazie a Filippo mi sono resa conto che anche una semplice parola, un dettaglio apparentemente insignificante, possedeva in realtà una interiorità, delle sfumature inattese e molto intense, un significato nascosto. Replica dopo replica lo spettacolo cresceva, si creava una vera e propria dinamica che diventava quasi reale e si entrava sempre più in profondità, riuscendo comunque a mantenere il giusto distacco.

Vista la tematica notevolmente intensa e drammatica, quanto scambio, quanta interazione percepite con il pubblico, quale la reazione innescata negli spettatori?
La reazione è indubbiamente forte, in realtà questo spettacolo è stato inizialmente concepito per un palcoscenico a pianta centrale con il pubblico disposto attorno, quello del Teatro Argot Studio. Questo permetteva di avere il pubblico enormemente vicino e sentivamo tutto, potevamo percepire ogni singolo sospiro, sentivamo spesso piangere le persone e questo alimentava sempre maggiormente il pathos, ci sosteneva anche nel clima della rappresentazione. Qui al Piccolo Eliseo lo percepiamo altrettanto però in maniera diversa, riusciamo a sentire proprio il silenzio derivante dalla tensione emotiva che avvolge lo spettatore; riceviamo comunque anche in questo caso un sostegno ed un’interazione molto forti, si tratta di una cassa di risonanza potentissima che evolve e si trasforma col progredire delle vicende.

Aurora PeresCi puoi raccontare quali sono le caratteristiche principali del tuo personaggio?
Marta è la sorella minore, un’universitaria molto intelligente cresciuta in una famiglia borghese colta e brillante; lei è il personaggio che si rivela più vicino di tutti e comprende più profondamente la problematica esistenziale del fratello Francesco, motore delle drammatiche vicende dello spettacolo con la sua atroce rivelazione di voler porre fine alla propria vita. Partecipa attivamente al suo dolore, parla meno rispetto agli altri, però in realtà è quella che comprende molto di più; apparentemente dura, è però la più empatica e solidale nei confronti di Francesco. Viene trattata sempre come la piccina della famiglia, appare un po’ sbruffona e spigolosetta, ma mostrerà poi una non comune sensibilità e capacità di comprensione e sostegno che manifesterà nei confronti dell’intero nucleo familiare. Tutti gli altri, di fronte all’ineluttabile abisso che si dischiude dinanzi a loro, reagiranno in modo estremamente passionale, mentre Marta tenterà sempre di ancorarsi ad una certa razionalità.

Nel 2014 dallo spettacolo era stata tratta anche una pellicola cinematografica con la regia di Michele Placido; come questo nuovo linguaggio espressivo ha modificato gli equilibri della drammaturgia? Quali le diversità essenziali tra le due declinazioni di questo lavoro, la teatrale e la cinematografica?
Placido è stato indubbiamente molto bravo, ha visto diverse volte lo spettacolo, sia lui che la sua compagna hanno seguito molto da vicino il progetto e con la sua regia è stato estremamente attento a seguire la cronologia del testo. Talvolta al cinema le scene vengono girate non nella esatta consecutio temporale, mentre lui lo ha accuratamente evitato e si è impegnato a mantenere le dinamiche e l’articolazione dell’opera drammaturgica, si è trattato quasi di una ripresa cinematografica dello spettacolo. L’unica differenza è stata appunto quella di suddividere a volte le scene, quindi interrompere la fluidità caratteristica del lavoro teatrale. Detto questo, comunque credo che il risultato sia ottimo; mi farebbe piacere rivederlo perché l’ho visto solamente numerosi anni fa al Torino Film Festival.

Di recente hai recitato al Teatro India nello spettacolo “Settimo Cielo” di Caryl Churchill con la regia di Giorgina Pi, un lavoro estremamente complesso ed originale. Come siete entrati in questo gioco di millimetrica precisione, diviso tra spazio e tempo, con inversioni di ruoli maschili e femminili, che sembra celare una grande difficoltà? Come siete entrati nelle dinamiche del testo dell’autrice londinese?
All’inizio proprio lentamente, abbiamo cercato di creare una forma, un’orchestrazione e le relazioni basiche. Lo spettacolo si basa difatti su una concertazione, soprattutto il primo atto; poi a poco a poco, dopo aver costruito questa struttura, queste fondamenta di base, da lì sono esplose le personalità dei diversi interpreti, il tutto con ampio margine per l’improvvisazione. Giorgina Pi consente di improvvisare tantissimo, chiaramente senza mai tradire il testo, ed in particolare in alcune scene ci ha indotto a sperimentare per arrivare magari ad un’estremizzazione del testo stesso, per poi asciugarlo e riuscire ad ottenere quella che è l’essenza della scena.

Quale è stata la reazione del pubblico di fronte a questo spettacolo così dirompente?
In realtà non ce lo aspettavamo proprio, ma durante il primo atto hanno riso come pazzi. Soprattutto in alcune scene, anche abbastanza drammatiche. Giorgina è stata molto intelligente nel cogliere la crudeltà di alcuni passaggi, ad esempio quello in cui viene intonata una canzone, ma con la sua grande ironia e capacità di intuizione è riuscita a veicolare la crudeltà di quella scena attraverso il contrasto umoristico di una canzone popolare, molto pop. In quel momento le luci erano puntate sul pubblico e vedevamo gli spettatori al contempo scioccati e travolti dalle risate, quindi si realizzava uno spiazzamento totale. Anche alcuni miei amici mi confessavano lo spaesamento del trovarsi a ridere dinanzi a una scena assolutamente atroce e devastante, provando dunque una sensazione di imbarazzo. Nel secondo atto le fila del racconto riprendono invece un assetto più quotidiano e “normale”, meno grottesco.

Avete intenzione di riportare in scena “Settimo Cielo” durante la prossima stagione?
Sì sì abbiamo certamente intenzione di portarlo nuovamente in scena, chiaramente sperando sempre che l’Angelo Mai continui a resistere. Dovremmo avere una tournée l’anno prossimo a partire da febbraio-marzo, ci sono già delle date previste. C’è stata una notevole richiesta per questo spettacolo, per i suoi temi apparentemente non legati all’attualità ma che in realtà colpiscono ancora a fondo, soprattutto in Italia dove la questione di genere viene ancora percepita in maniera tutt’altro che naturale e consapevole, ammantandola di una fumosa apparenza.

Aurora PeresCome non ricordare poi un altro spettacolo del tuo recente passato, “Costellazioni” di Nick Payne con la regia di Silvio Peroni, che ti ha visto protagonista accanto a Jacopo Venturiero. Una vera perla teatrale, salutata da un calorosissimo successo. Che ricordo ne custodisci?
Sono ormai tre anni che portiamo in scena questo spettacolo, per due anni consecutivi a Roma (al Teatro dell’Orologio e al Brancaccino) e poi in quest’ultima stagione in tournée in giro in Italia. Il segreto di questo spettacolo è che chiunque può rispecchiarsi in questa storia, per la sua sincerità ed autenticità; in una sola ora vengono rappresentate tutte le sfaccettature dell’essere umano, tutti i suoi sentimenti e reazioni. E poi, anche in questo caso, ti ritrovi a ridere mentre vieni devastato da un dramma dolorosissimo, ci sono passaggi continui; praticamente il testo - ed in questo Nick Payne è realmente geniale - riesce ad aprirti, facendoti ridere e rilassare, per poi sferrare inatteso un colpo fortissimo. Proprio come accadrebbe nella vita reale.

Anche in questo progetto si percepisce una complessità, uno strenuo impegno richiesto agli interpreti in scena. Come avete lavorato con Silvio alla costruzione di questo lavoro?
È stata una prova bellissima, abbiamo lavorato singolarmente su ogni più piccola scena, microscopici frammenti di un minuto o anche di pochi secondi a volte ci hanno impegnato anche per un giorno intero di capillare analisi. Peroni scende davvero in profondità nelle relazioni tra i personaggi, parola per parola; in questa modalità di lavoro è molto inglese, un regista bravissimo, mostruoso nello sviscerare la complessità dei legami attraverso i dettagli di ogni singola frase. Per me e Jacopo è stato veramente impegnativo, ma al contempo estremamente gratificante.

Quali complessità avete trovato nel fare vostri i personaggi di Nick Payne?
La difficoltà non l’abbiamo incontrata nell’entrare nei personaggi, perché lo spettacolo si articola in una sequenza di scene, di atti drammatici, di azioni che si susseguono tra i due personaggi, quindi il problema non era tanto entrare in un personaggio, quanto uscirne per entrare immediatamente in un altro e subito dopo ritornare indietro, il tutto con passaggi fulminei. A furia di farlo, chiaramente nella ripetizione siamo riusciti a trovare una fluidità.

Credo che la coppia in scena formata da te e Jacopo Venturiero sia una delle più riuscite degli ultimi anni; come siete entrati in una così speciale sintonia e come vi siete sostenuti a vicenda in una prova attoriale tanto complessa?
Caratterialmente ci siamo trovati molto bene reciprocamente, Jacopo è una persona stupenda, un grande compagno di scena e sostenitore. Silvio sceglie i suoi interpreti anche in base all’interazione umana, ricerca delle persone che si supportino vicendevolmente, chiede anche questo agli attori. In più siamo diametralmente diversi: Jacopo è molto razionale, io invece sono del tutto esplosiva e ho bisogno di qualcuno che sia molto fermo e centrato a livello attoriale; io lavoro tanto sull’improvvisazione e posso cambiare continuamente, mentre lui è estremamente solido e centrato. Riusciamo quindi ad avere l’uno sull’altro un’influenza certamente positiva, in quanto ci compensiamo e ci doniamo reciprocamente ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno. In scena si sente palpabilmente, uno porta l’altro a perfezionarsi, trovando un baricentro comune che arricchisce il lavoro di entrambi.

Per “Costellazioni” è ancora viva l’ipotesi di una prosecuzione del viaggio?
Guarda, l’obiettivo di noi tutti sarebbe di continuare a portarlo in scena; credo che sia portatore di un valore che prescinde l’aspetto attoriale. Penso che questo mestiere debba creare valore e che altrimenti non abbia alcun senso; deve essere un regalo da porgere con autenticità a qualcuno, devi tramutarti in un veicolo per raccontare una storia che abbia un valore per la gente, anche qualora si trattasse di un unico spettatore in platea che venga toccato intimamente ed onestamente. Per questo, poiché “Costellazioni” ha una potenza davvero dirompente, desidereremmo davvero moltissimo continuare a proporlo al pubblico; anche Jacopo sta lottando fortemente per raggiungere questo nostro obiettivo.

Aurora PeresUn altro progetto che ti ha visto coinvolta e si è dipanato lungo numerosi anni è “Interiors”, con la regia di Matthew Lenton, andato in scena dal 2009 al 2016, una prestigiosa produzione internazionale. Come ha arricchito il tuo percorso attoriale ed umano?
È la cosa più importante che abbia fatto nella mia vita, è il progetto che mi ha modificato e fatto crescere di più sia dal punto di vista umano che attoriale, grazie all’incontro con un brillante regista e con talentuosissimi attori inglesi molto più grandi di me anche di età. E’ stata una prova all’inizio estremamente dura, mi sono trovata a confrontarmi con dei mostri di bravura e con una lingua straniera a cui non ero abituata; è stata una grande crescita immediata, una totale e radicale uscita dalla zona di confort grazie alla quale ho imparato tutto. Un’esperienza dalla valenza inestimabile, tutti questi anni di lavoro assieme sono come una vita intera, eventi enormi hanno modificato gli equilibri della compagnia e hanno arricchito lo spettacolo stesso, abbiamo anche perso tragicamente uno degli attori e le repliche successive alla sua scomparsa hanno costituito una dedica alla sua memoria. Quindi è stata una continua crescita, sempre in senso positivo; siamo ormai diventati una famiglia, ci sentiamo costantemente e recentemente ho lavorato di nuovo con Matthew in “1984”. Per me è veramente come un fratello, un qualcuno che ti conosce profondamente e dunque esige moltissimo da te proprio in virtù di questo. Sa quello che può tirar fuori da me, è anche molto duro ma protettivo allo stesso tempo. “1984” avrà un futuro, probabilmente a partire da novembre - i dettagli sono ancora da confermare - ed è stato un progetto anche in questo caso indubbiamente tosto, con un gruppo di attori grandioso; ci siamo concentrati moltissimo sulla drammaturgia, per Matthew è stata la prima volta in cui ha lavorato con tutti attori italiani e si è trattato di un’esperienza senz’altro preziosa.

Sotto quali aspetti il contatto con il teatro inglese ti ha cambiato e quale è la differenza più netta rispetto alla scena italica?
L’umiltà, loro sono grandiosi senza necessità di sottolinearlo; più sono bravi e di alto livello, meno hanno bisogno di dimostrarlo. Credono fermamente nello stare, e non nel dimostrare. Inoltre questo in Inghilterra viene considerato un vero e proprio lavoro, anche grazie alla presenza attenta dell’Equity, organizzazione sindacale volta alla tutela dei diritti degli attori e dei lavoratori dello spettacolo. Sono rimasta sbigottita e addirittura quasi imbarazzata in occasione del primo giorno di prove di “Interiors” poiché ci siamo interrotti all’arrivo di un rappresentante dell’Equity che ci ha radunato in circolo - produttore, regista e attori - per elencarci i nostri diritti. Ci venne rammentato che se il regista avesse prolungato le prove oltre le otto ore giornaliere, noi avremmo avuto il diritto di andarcene e denunciarlo. Lo stesso Matthew riserva una straordinaria cura ed attenzione nei confronti degli attori e chiaramente d’altra parte richiede loro altrettanta serietà e professionalità. Una reciprocità del tutto naturale. Invece qui in Italia talvolta non ci si rispetta a vicenda, ovviamente con delle fortunate eccezioni. Devo dire che sotto questo punto di vista sono stata estremamente fortunata, forse anche perché opero scelte piuttosto accurate riguardo ai lavori a cui prendere parte: ad esempio Francesco Frangipane, Silvio Peroni e Giorgina Pi, oltre ad essere registi dal talento singolare, sono anche eccellenti professionisti che nutrono un grandissimo rispetto e considerazione verso gli attori e collaboratori che lavorano con loro.

Perché il pubblico romano dovrebbe assolutamente vedere “Prima di andar via” al Piccolo Eliseo?
Perché succede qualcosa che potrebbe accadere in qualsiasi famiglia, sembra banale ma è qualcosa che riguarda tutti noi. Viene raccontato un atto di coraggio in maniera diversa, assolutamente non politically correct, ma profondamente autentica. Quindi per questo motivo verrei sicuramente a vedere lo spettacolo, perché è capace di toccare ognuno di noi indipendentemente dalla classe di appartenenza. Poiché credo che il tema del suicidio sia estremamente toccante e qui con grande coraggio si cerca di rompere gli schemi precostituiti, trattandolo senza paura, con grande profondità ed assolutamente in modo non superficiale. Un lavoro davvero spiazzante.

Prima di salutarci puoi anticiparci qualcosa sui prossimi progetti in cantiere?
Nella prossima stagione ci saranno le riprese di questi spettacoli di cui abbiamo parlato ed in più nutro fortemente il desiderio di lavorare tanto con Elisa Casseri e non svelo altro…si tratta di un progetto di donne, molto bello, su cui stiamo lavorando; un progetto che stava per partire ma poi per diversi motivi si era momentaneamente fermato, sono coinvolte persone di valore e spero di portarlo avanti anche con Silvia D’Amico e Giorgina Pi. Desideriamo tanto farlo e ci impegneremo fortemente per trasformarlo in realtà.

 

Teatro Piccolo Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Botteghino: lunedì ore 13/19, dal martedì al sabato ore 10/19, domenica ore 10/16
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 20, domenica ore 17
Biglietti: posto unico 20 €
Durata spettacolo: atto unico, 75 minuti

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.com

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