Antonio Sanna: “Infinito Futuro” e il teatro come esperienza mistica di condivisione e crescita

Scritto da  Domenica, 20 Novembre 2011 
Infinito Futuro

Antonio Sanna - "A me piace approfondire…trovare una forma di utilità prima di tutto per me; non riesco a seguire un’idea che non mi dica nulla nella vita; forse non lo voglio fare, mi annoio; sono sempre attratto da cose che mi danno uno stimolo e se non ce l’hanno in partenza lo trovo strada facendo". “Infinito Futuro” torna in scena al Teatro dell’Orologio dal 22 novembre.

 

 

Ed eccoci qui all’interno di un piccolo e caratteristico teatro romano, il SeminTeatro a Garbatella, con Antonio Senna, regista,e Giulio Pierotti, uno degli attori di “Infinito Futuro”   liberamente ispirato a “1984” di Orwell, che andrà in scena, dopo l’ottimo riscontro di pubblico e critica, al Teatro dell’Orologio, Sala Grande, dal 22 novembre al 18 dicembre 2011.

Più che un’intervista vera e propria, questa volta, è una chiacchierata, uno scambio di pensieri, un discorso fatto di molte parentesi e rimandi…e proprio per questo ricca di sensazioni ed emozioni. Un’intervista stile “impressionista”.

Il teatro è un meraviglioso luogo di incontro dove le barriere che dividono le persone spesso si abbattono nello spazio-tempo di un secondo, lasciando il campo vuoto alla scoperta.

 

Caro Antonio, prima di tutto grazie per la tua disponibilità e apertura nel raccontare di te, del tuo lavoro. Partiamo dall’inizio del tuo viaggio nell’arte… cosa è accaduto all’origine.…cosa ti ha rapito e condotto in questo “mondo”così strano e tortuoso qual è l’arte?

A me, da giovane, piaceva suonare, cantare ed ancora adesso mi piace molto…la mia fidanzata di quegli anni aveva il pallino del teatro e così si iscrisse ad un corso di teatro gratuito a Cagliari e andai anche io. Dopo tre mesi, quando avevo deciso di mollare perché non succedeva nulla dentro di me, ci misero a provare “Domanda di matrimonio di Cechov”, dove ovviamente io dovevo fare l’uomo e lì accadde qualcosa…”galeotto fu Cechov”.

Accadde che riuscii a trovare e ad entrare nel personaggio e il divertimento fu tale che decisi di lasciare medicina, al quarto anno, e mi inoltrai in questa strada, affrontando le difficoltà  e devo dire che non mi sono mai pentito perché per me è una strada vitale, mi ha cambiato la vita, ha cambiato me.

In che senso ti ha cambiato?

Nel senso che mi ha reso migliore, io mi ci sono dedicato con molta sincerità, con molta onestà, ho cercato sempre di capire, di scavare, di inoltrarmi.

Io ero timidissimo, e avevo bisogno di capire cosa mi accadeva dentro ed il teatro mi aiutava moltissimo, tanto che da subito mi permetteva di fare cose che nella vita non mi permettevo; dicevo a me stesso…tanto non sono io…e poi invece ho capito che ero io..ancora più io…e piano piano ho scoperto che ero io…ero profondamente io e mi ha aperto porte straordinarie.

All’inizio hai detto che eri un musicista…questo processo non  accadeva nella musica?

Dunque nella musica accadeva ma, come esperienza emotiva spirituale; non era così aperto come quando succedeva nel teatro. Il teatro mi costringe a fare un’altra persona, mi porta ad entrare nella psicologia di un’altra persona, in un’altra psicologia mia. La musica mi costringe ad entrare in un ritmo. La musica e il canto sono utilissimi per recitare, ti danno il senso del ritmo, il battito della vita, il battito cardiaco che ti porti dentro anche quando reciti; in teatro esegui uno spartito che costruisci tu; uno spartito base e tutte le sere vari, muti qualcosa, cambi un po’ il ritmo, ma la struttura di base, quello che sostiene tutto rimane invariata. Per me teatro e musica sono due emozioni diverse; la musica, le note sono più astratte, è un suono, non ha un referente diretto, il teatro invece lo ha, racconta una storia più o meno astratta, ha dei personaggi. Spesso è lo spaccato di una società che si guarda allo specchio  (come era nel teatro greco), gli attori sono i sacerdoti, il teatro nasce nell’area sacra e dialoga con quello che viene chiamato divino, ma in modo comprensibile, condivisibile; mette sì  in contatto con quello che viene chiamato divino ma in realtà mette prima di tutto in contatto con quello che condividiamo, e poi con l’uno, con l’universo; è un’esperienza mistica di contatto fuori dalla mente…un contatto che avviene ad un altro livello che puoi veramente capire solo quando lo provi in prima persona…e ne diventi dipendente, non puoi più farne a meno e chiedi sempre di più, sempre più spesso, si autoalimenta. 

Quindi da musicista ad attore, da attore a regista e autore. Sì dalla musica all’attore ed in seguito ho iniziato a scrivere; ad addentrarmi nel processo della scrittura. Una delle prime opere parte da un’idea che aveva una genesi musicale: il Mito di Icaro; rivisto con quelle che erano le mie necessità…Icaro il giovane moderno (68) che vivendo nell’isola di Creta totalmente coperta dal labirinto dove tutti sono prigionieri e nessuno vede il sole decide di usare lo strumento creato dal padre per andare oltre e vede il sole; a quel punto non può che andargli incontro e cade.  Nella storia Dedalo ricade su Creta e dice agli altri che bisogna continuare a costruire il labirinto. È la storia della paura…il ragazzo capisce delle cose ma poi non è in grado di agire, una specie di Amleto che si dibatte tra il pensare e l’agire.

C’è un filo rosso tra i tuoi testi?

Si sicuramente ci sono dei temi ricorrenti; uno di questi è il cibo: il rapporto tra l’essere e il cibo, una forma di appropriazione, di fecondazione e di incontro con un altro essere animale o vegetale che sia. Un incontro scontro con un essere che ti serve per vivere. Uno dei testi che ho scritto si chiama “Proteine”, in cui racconto di una società i cui allevamenti sono di proteine senza personalità…sono software…così non soffrono…una grande ipocrisia. Nella storia c’è però uno di loro che ancora parla, conosce poesie…

Anche in “Infinito futuro” c’è questo?

Sì, c’è qualcuno che ancora ricorda. A me piace approfondire…trovare una forma di utilità prima di tutto per me; non riesco a seguire un’idea che non mi dica nulla nella vita; forse non lo voglio fare, mi annoio; sono sempre attratto da cose che mi danno uno stimolo e se non ce l’hanno in partenza lo trovo strada facendo.

A proposito del cibo, trovai una notizia, anni fa sul giornale, in cui un padre si lamentava per non avere aiuti sufficienti dalle istituzioni perché aveva otto figli handicappati. Come fai ad averne otto, a non fermarti prima, e scrivo un testo in cui una madre aveva otto figli handicappati; la notizia si viene a sapere e un’assistente sociale va a casa per risolvere il problema e viene divorata dagli otto figli. Questo problema mi ha tormentato per dieci-dodici anni.

Io scrivo perché una cosa dentro di me trovi una  risposta, si muova in una direzione, acquisti una forma. Un giorno ho iniziato a scrivere, a metà scrittura ho scritto la fine; necessaria perché  ti da il senso  dell’opera, la definisce, poi sono arrivato alla scena che mi ha dato il titolo e lì ho capito tutto di quello che stavo scrivendo.

La cosa curiosa che non si è mai più ripetuta, è che sono stato male, un male fisico dato dalla fatica di essere passato in un tunnel totalmente al buio, ed è stato tremendo.

La guerra spirituale è la peggiore tra le guerre, si può star molto male perché ti coinvolge totalmente e penso che questa sia la cosa meravigliosa del teatro…ti dà la possibilità di vivere una cosa a livello spirituale; a livello fisico non succede nulla, si passa onestamente, ma ci si passa dentro veramente…e questo accade all’autore nella scrittura.

In teatro sei in un’altra realtà dove spirituale e fisico sono fusi…mi viene in mente l’immagine di Ulisse con le sirene: Ulisse riesce ad ascoltare le sirene, riesce, facendosi legare a fare un’esperienza bellissima, unica nel suo genere, che altri non possono permettersi; per me il pubblico e l’attore fanno un po’ la stessa esperienza. Lo spettatore non può intervenire, l’attore non può uccidere veramente…

Per me il teatro è un’altra realtà, non è finzione, ha una sua realtà. La realtà è ciò che percepisci, il teatro ha la sua realtà con le sue regole e i suoi schemi. A me non interessa il teatro di intrattenimento, non è il denaro il nostro scopo, lo fai per partecipare in maniera attiva e onesta al meccanismo di fecondazione del pensiero. Sono semi che getti, poi qualcosa feconderà: per me un valore è quello che accade, come questa intervista…dopo che tu sei venuta a vedere lo spettacolo…

Il piacere ad esempio dello scrivere nessuno me lo può togliere. E’ profondamente mio…lo posso regalare e non mi viene tolto nulla…lo posso anche triplicare…nessuno può togliermi l’esperienza che io ho fatto come drammaturgo nello scrivere, come attore nello stare in scena.

Ovviamente ho attraversato fasi buie come il non essere capace a diventare famoso. Ma poi è scattato qualcosa…adesso mi si dice, ad esempio, che riesco a trasmettere, a dare.

La mia ricchezza è che sono circondato da persone straordinarie; c’è stato un riconoscimento reciproco…facciamo cose che amiamo…ci divertiamo anche.

Qual è il tuo rapporto con il gruppo? Con gli allievi che non vedi più?

Ci sono cose che ritornano, scambi insostituibili, percezioni, un riconoscimento che va oltre le parole. Ed è ciò che trovi in un percorso in cui ti esponi, ti metti in discussione.

Adesso sto scrivendo un testo a quattro mani, cosa che non mi era mai successa. Non è facile, devi trovare pian piano la sintonia, ti devi esporre di più, capisci che di volta in volta la cosa non è solo tua, è di entrambi…senza l’altro non l’avresti scritta. L’idea è dell’idea stessa e tu la conduci, tu sei un veicolo, un figlio non è tuo…è suo.

La scrittura e il teatro mi hanno insegnato molte cose, ma soprattutto ad essere un veicolo.

Tra poco andrete di nuovo in scena con “Infinito Futuro” e siete alla terza ripresa…come vivete questa nuova avventura?

Per me è necessario CERCARE l’essenza della cosa che sto facendo, non voglio mai ripetere il cliché della volta prima. Con “Infinito futuro” siamo ad un’altra ripresa e ogni volta è trovare qualcosa di nuovo…cercare qualcosa di nuovo, di inesplorato; ad esempio nella struttura stessa ci sono dei cambiamenti, va adattatato ad uno spazio differente…quando l’ho costruito, quando l’idea ha iniziato a prendere forma pian piano ha subito mutamenti; si è trattato di costruire l’ossatura del testo, della trasposizione scenica.

Entriamo nei particolari dell’esperienza, dell’idea, della regia di “Infinito Futuro”, che è poi lo spettacolo che mi ha condotto a questa intervista…

Lo spettacolo inizia con l’interrogatorio perché inizialmente avevo pensato ad uno spettacolo che prevedesse solo Smith e O’Brian nel rapporto dell’interrogatorio ma poi era troppo povera come idea; ma è rimasto il fatto che lo spettacolo inizia dalla fine ed è un ricollegarsi a questo punto…lui pensa di parlare ad un amico che invece non lo è…di fondo c’è l’idea del demonio, che è sempre nello schema chiuso dell’essere umano, della chiesa. Secondo me è il momento storico in cui è necessario cambiare prospettiva, cambiare schema, uno schema mentale ed ideologico che non preveda solo conflitto in una logica aut aut di contrapposizione, dove non ci sia solo il denaro. Bisogna crescere, andare oltre il meccanismo infantile, deve mutare lo schema di valore…

Qual è il tuo modo di lavorare con gli attori?

Io mi sono trovato ad insegnare per caso, ammesso che poi esista il caso. E pian piano mentre andavo avanti, spontaneamente, capivo qual era il metodo da usare…prima di tutto non mettermi in mostra, non dimostrare cosa so fare e poi penso di essere molto bravo ad osservare; in passato mi spaventava molto l’idea di fare regie…e se poi non mi viene l’idea…se non andiamo in scena. Poi provando a lavorare con gli attori mi sono reso conto che la regia la fanno loro. Io ho un’idea; prima di tutto partiamo dall’impostazione fisica, se cambi corpo, cambi voce, tensione, intonazione….prima di tutto bisogna trovare la fisicità del personaggio, come sta in piedi, come si muove, come respira, qual è il suo ritmo. Conduco l’attore con molta attenzione all’interno del processo, poi osservo…perché penso che inconsciamente ognuno di loro, ogni attore, lascia andare una cosa particolare e da quella cosa che scappa, ed è da quel gesto che poi io, registicamente, lavoro…

Il mio compito è fare in modo che l’orchestra suoni, che nessuno vada avanti per conto proprio. Non c’è regia a tavolino, quasi niente…a volte dopo rileggiamo, torniamo sul testo per approfondire, per scoprire o chiarire cose.

Lavoro sulla costruzione delle situazioni; cambiando un gesto, un movimento il personaggio diventa un’altra cosa e se l’attore entra nel movimento e lo fa suo, sente un’altra cosa…sente uscire da dentro un’altra cosa…poi tutto si amalgama…

Evito di traumatizzare chiunque, non mi diverte questa cosa tipica di fare teatro di combinare grandi casini, insisto fino alla morte ma cautamente, con molta attenzione per chi mi sta davanti, perché essendo anche io un attore so quanto in quel momento si è fragili, quanto si deve scoprire. Io lo devo aiutare, non trafiggere, posso arrivarci in un altro modo….agisco sempre con molto rispetto per chi mi sta davanti.

Nel rapporto tra noi io devo portare l’attore ad essere un essere umano in scena, nel rapporto col pubblico altrimenti non è attore; lo spettatore viene a vivere una storia, si può accorgere anche che l’attore è bravo ma prima di tutto lui deve venire a vivere una storia. L’arte è un atto di amore, di generosità ed è con questo che si cattura il pubblico. Tu, attore, gli stai facendo un regalo e se lo fai, l’altro non può che riceverlo…posso anche sbagliare i tuoi gusti…il dono è un veicolo che non ha frontiere, ho visto compagnie amatoriali piene di difetti emozionare e attori perfetti tecnicamente incapaci di donare. Io dico sempre: quell’attore perfetto è come un cadavere truccato bene, una donna appena morta, meglio una con imperfezioni che però vibra.

Adesso passo a Giulio…io ti ho visto in “Infinito Futuro” come attore, raccontami di te, del tuo approccio al teatro.

Io sono Giulio Pierotti, sono venuto a Roma per fare l’attore e il doppiatore. Anche io ho una storia di conversione, di folgorazione, vengo da altro, da chimica farmaceutica, poi ho deciso di fare quello che ho sempre sognato e di vivere la mia vita e non quella di un altro….ho voluto provare e vedere dove andava a finire.

Penso di aver succhiato questa passione con il latte materno; i miei genitori si sono conosciuti in teatro anche se poi l’hanno rinnegato, ma questo mondo è arrivato, loro malgrado, a me. Ho sempre avuto attrazione per le tavole del palcoscenico, un’attrazione magnetica…l’ho lasciata in un angolo ma poi non ce l’ho fatta, so che non potevo fare altrimenti, dovevo vivere …altrimenti sceglievo di non vivere.Questa era la mia vita. Sono sei anni che ho fatto questa scelta; non è una via in discesa, ma non me ne sono mai pentito.

Inizialmente ho fatto doppiaggio e lo amo…ma il primo amore è la recitazione, il teatro perché è un “luogo” che ti da la possibilità di vivere tante vite in una sola. Tutto quello che non potrei mai fare nella vita e mi da la possibilità di fare una vacanza da me stesso, però rimanendoci dentro; fare un giro in un aspetto che non hai mai esplorato di te, di un’altra persona, esci dalle tue gabbie e i tuoi contenimenti.

Uno spettacolo per me deve avere un corpo dall’inizio alla fine, non un attore bravo e uno no; non intendo il teatro come il teatro d’attore ed è per questo forse che sono capitato qui.

Ho iniziato a lavorare con questo gruppo, sono arrivato in questo luogo e ho percepito che era quello che volevo perché c’è un lavoro, un’esperienza di costruzione onesta il cui scopo è creare qualcosa di bello, lo spettacolo. 

Qualunque cosa si faccia, dalla commedia al dramma, deve avere un’anima e ogni componente del gruppo, sia che abbia due battute che cento, deve lavorarci seriamente, dare il proprio contributo, questo arriverà… Perché io come attore ho il dovere di fare un dono, altrimenti perdo solo il tempo, mio e degli altri, o faccio solo vedere quello che so fare…ma chi se ne frega. Se l’artista che sale su un palco non ha rispetto per il pubblico, se non lo fa per l’altro che lo sta facendo a fare…questo vale anche per lo scrittore, per il regista; se io come attore non lo faccio al mio meglio, nonostante i miei limiti, se non lo faccio con onestà e con amore che lo faccio a fare….!?!

Qui ho percepito la passione, anche questo spazio come lo vedete adesso, non era così. Lo abbiamo costruito, rifatto noi artigianalmente, pezzo per pezzo, una compagnia non necessariamente deve fare tutto ma quello che viene fatto deve essere fatto con amore, con un lavoro artigianale. Il primo a guadagnare da questo sono io, lo faccio in funzione dello spettacolo. Questa dimensione non sempre l’ho trovata ma è bella, importante, seppur difficile perché spesso ci si defila, si cerca di fare il meno possibile…

Il metodo di lavoro è andar contro il cliché del regista che ti fa sputare sangue; per crescere si deve sì soffrire ma perché l’altro ti aiuta a capire dove stai sbagliando…Il clima è rilassatissimo, non ci sono prime donne, non c’è qualcuno che viene per mettersi in mostra, così si può lavorare…fare qualcosa di bello…di arricchente,

Difficoltà?

Ci sono state, ci sono. Come anche il testo. Io poi ero arrugginito…. Penso che anche riprenderlo non sarà facile, ogni volta è andare più a fondo, arricchire, cercare nuove chiavi…

La cosa bellissima e difficilissima è stato lavorare nel pubblico, perché richiede una precisione tecnica personale e di lavoro sullo spazio meticolosi, millimetrici, impegnativi ma, nel contempo ho capito, a febbraio, la possibilità di uno scambio meraviglioso dato dalla piccolissima distanza con il pubblico…quando reciti è come se mandassi una cosa in là e te ne tornasse il doppio. “Infinito Futuro” è il tipo di spettacolo strutturato in modo che il contatto con il pubblico sia vicinissimo, sia dentro, sia testimone…

La particolarità è che è fatto con niente, quello che la gente prova o no arriva da quello che noi comunichiamo da dentro; fisicamente è niente. Non c’è nessun effetto speciale, nessuna grande cosa ma si va verso il coinvolgimento psicologicamente totale.

È un teatro d’attore, sono le persone, gli attori, lo spettatore, il contatto, la storia che sono essenziali non gli artifizi scenici. Tutto va verso la costruzione di un nucleo, di un immanente.

Antonio, ci sono nuovi testi in cantiere?

Sì ci sono nuovi testi; tre opere, scritte a quattro mani…

Un testo sull’erotismo, costruito su più livelli, con un tempo di maturazione lungo in cui utilizzo testi di narrativa, opere visive per raccontare l’erotismo, che è un tema molto più profondo di quello che non si pensa…Eros non ha tempio, perché il suo tempio è il corpo; di lui tutte le divinità hanno paura, ed è ciò che muove la vita; e l’esperienza di morte, rapporto sessuale della vita di cui la morte è l’orgasmo; un testo sul tango ed uno su Neruda.

Ma di questi lavori ne godiamo un’altra volta….per adesso la nostra chiacchierata può finire qui…

 

Note:

- alcune parti dell’intervista sono state tagliate, sintetizzate seppur di grande valore e riflessione; è stato bello potersi dedicare più di due ore volando da un tema ad un altro, confrontandosi da diversi punti di vista su un unico nucleo che è l’arte; l’arte in quanto vita parallela, con una sua scala di valori; l’arte come amante esigente e come vocazione di chi ci si inabissa e nutre….

- Un grazie particolare va ad Antonio Sanna, non solo per l’intervista ma anche per la mente che è stato veicolo iniziale di un bellissimo spettacolo come “Infinito Futuro” e per la sua apertura graduale e il bisogno inconscio o no di donare sempre qualcosa.

 

Intervista di: Laura Sales

Grazie a: Antonio Sanna e Giulio Pierotti

Sul web: http://infinitofuturo.wordpress.com/

 

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