Antonio Grosso, Antonello Pascale e Salvatore Catanese sono i “Treatro”: il teatro che si fa…in tre per far ridere riflettendo

Scritto da  Martedì, 06 Marzo 2012 
Papà al cubo

Il giovane e promettente autore e attore Antonio Grosso, dopo il successo riscosso con “Minchia Signor Tenente”, dal 14 febbraio al 4 marzo è tornato in scena al Teatro de’ Servi con la nuova esilarante commedia “Papà al Cubo”. L’abbiamo incontrato con i suoi compagni di viaggio, Salvatore Catanese, Antonello Pascale e Claudia Vismara, per farci svelare qualche segreto e curiosità di questo intrigante progetto teatrale che ha nuovamente conquistato il pubblico romano.

 

 

Innanzitutto grazie della disponibilità dimostrata e benvenuti sulle pagine di SaltinAria! Antonio come prima domanda mi piacerebbe che ci raccontassi come è nata la tua passione e se c’è stato un evento particolare che ti ha fatto avvicinare al teatro o comunque all’arte in generale.

La mia passione è nata da piccolo, quando a sedici anni ho fatto le mie prime esperienze nel teatro della parrocchia e sin da subito ho sentito una particolare attrazione per questa forma d’arte; con il tempo mi sono confrontato anche con il cinema e la televisione, tuttavia in teatro, con il rapporto quotidiano con il pubblico e l’unicità dello spettacolo che ogni sera è diverso da quello del giorno precedente e sarà diverso da quello del giorno successivo, tutto risulta particolarmente affascinante in quanto si concedono maggiori spazi alla creatività che, sempre nel rispetto del copione, possono essere indagati e scrutati ogni sera.  

Come autore dei testi segui un approccio particolare? Condividi la stesura con gli attori? Durante le prove emergono spunti di integrazione?

Il rapporto con i miei amici e colleghi Antonello Pascale e Salvatore Catanese è oramai decennale, tanto da suggerirci anche il nome del gruppo ovvero i “Treatro”, e la complicità che c’è tra noi, fondata su un rapporto di vera amicizia vissuta nella quotidianità, inevitabilmente, si trasferisce anche in scena, attraverso meccanismi collaudati fondati su ritmi recitativi consolidati. E così anche la fase di scrittura risente della nostra reciproca conoscenza al punto da permettermi di creare personaggi che evidenzino ed esaltino le loro caratteristiche personali. Ma lo stesso copione è frutto di continue integrazioni suggerite da situazioni che nascono sera dopo sera, spettacolo dopo spettacolo, e ciò non potrebbe avvenire se non ci fosse tra noi un grande affiatamento e una grande sintonia amicale prima ancora che professionale.

Salvatore Catanese, proprio in relazione a questo c’è qualche aneddoto che ci puoi raccontare su Antonio Grosso che testimonia questo suo approccio nel coinvolgervi nella creazione del testo?

Premesso che è apprezzabilissimo il voler condividere con noi le eventuali nuove idee, tuttavia il suo entusiasmo lo porta talvolta a farlo in qualsiasi momento del giorno e della notte facendogli perdere la cognizione del tempo, quindi non c’è nulla di più facile che essere chiamati nel pieno del sonno, come è capitato la scorsa notte, salvo poi scoprire che il motivo era semplicemente il suo timore per un dolore al dito che in quel momento lo preoccupava.

Antonio, Napoli e la tradizione napoletana sono ricchi di esempi di grandi interpreti, uno dei tuoi testi “O ssaje comme fa o’ core” è stato scritto proprio in ricordo dell’indimenticato Massimo Troisi, c’è qualcuno a cui ti ispiri?

Io penso che per un napoletano sia inevitabile subire le influenze di grandi artisti del calibro di Totò, dei fratelli De Filippo, di Massimo Troisi e via dicendo; i loro richiami sono disseminati un po’ dappertutto, sono nell’aria che respiri e senza accorgertene ne assorbi l’essenza trasferendola, inconsapevolmente, in un semplice gesto o in una espressione. Ovviamente tutto ciò non si traduce in una pedissequa riproposizione ma viene elaborato e personalizzato attraverso l’esperienza personale del mondo che ci circonda, traducendo il tutto in una propria originale linea drammaturgica e attoriale.

Veniamo alla commedia “Papà al cubo”…cosa ti ha spinto ad affrontare il tema della paternità e qual è il messaggio che intendi trasmettere?

L’adozione al di fuori della coppia tradizionale, le famiglie allargate, sono temi di estrema delicatezza ma al tempo stesso particolarmente attuali in relazione ai cambiamenti sociali, di costume e di abitudini che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni e sono convinto che, pur non entrando nel merito di aspetti di carattere culturale e sociale, al di là del contesto in cui un figlio si troverà a crescere, la prima condizione necessaria che andrebbe in ogni caso garantita sia l’amore incondizionato e il clima di grande serenità e felicità che deve sempre circondare la vita del proprio figlio. Ovviamente il tutto è stato declinato e sviluppato in una atmosfera tragicomica e con i ritmi di commedia che distinguono la mia proposta drammaturgica.

“Papà al cubo” lascia intendere che vi siano tre papà che si confrontano con la loro sensibilità paterna, ma vedo che il gruppo è completato da una piacevole presenza femminile, Claudia Vismara. Claudia, ci descriveresti brevemente il tuo ruolo?

Pur non svelando il finale a sorpresa, posso dire che il mio ruolo, che inizialmente può apparire come la tipica vicina di casa che instaura un rapporto sentimentale con uno dei tre, si scoprirà essere qualcosa di più generando cosi una serie di inconvenienti e situazioni particolarmente comiche fino ad arrivare ad un finale a sorpresa.

Antonio, c’è un ruolo classico con il quale ti piacerebbe cimentarti?

Sicuramente sì, infatti in parte già mi sono confrontato con ruoli classici e ritengo che sia una opportunità da ricercare in quanto ti permette di confrontarti con personaggi e percorsi recitativi diversi che inevitabilmente incidono positivamente sulla tua formazione complessiva. In particolare vi sono due personaggi che spero un giorno di poter interpretare, entrambi tratti da opere di William Shakespeare, e sono Mercuzio, personaggio del famoso dramma “Romeo e Giulietta” e Shylock, ricco usuraio ebreo, tratto dal “Mercante di Venezia”.

Antonello (Pascale), se potessi cambiare un aspetto del mondo dello spettacolo cosa cambieresti?

Può sembrare banale, ma sicuramente auspicherei una maggiore sensibilità da parte delle istituzioni a supportare il sistema che nel suo complesso si prefigge di fare cultura, basti pensare a quello che avviene in altri paesi europei come Germania, Francia o la stessa Spagna. Ogni paese evidentemente ha una sua realtà economica a parte, tuttavia penso che in Italia si possa fare molto di più e la mancanza di investimenti così radicale produce situazioni in cui piccole compagnie come la nostra, per portare avanti i propri progetti, hanno come unica soluzione quella di autofinanziarsi non potendo accedere ad alcun incentivo.

Antonio (Grosso), in tal senso come interpreti l’occupazione del Teatro Valle che i vostri colleghi stanno attuando ormai da parecchi mesi?

Penso che sia la dimostrazione di quanto in generale la sensibilità verso la cultura sia sentita da parte degli operatori del settore e che sia, pertanto, particolarmente apprezzabile e condivisibile; tuttavia mi preme sottolineare l’importanza di evitare un rischio incombente, ovvero quello di proporre nelle intenzioni un sistema di gestione migliore per poi inconsapevolmente riprendere gli stessi schemi decisionali di quello precedente che attraverso questa occupazione si voleva denunciare.

Terminiamo con una domanda di colore, ditemi un vostro difetto ed un vostro pregio partendo da Antonello.

Penso che il pregio sia la capacità di ascolto e la pacatezza nell’interagire con gli altri, mentre il difetto penso che debbano essere gli altri a dirlo (sollecitati tutti i colleghi senza alcuna esitazione, ispirati da un perfetto tempo comico, all’unisono rispondono : “la distrazione”)

Salvatore, il tuo difetto ed il tuo pregio.

Come pregio posso dire, fuori di qualsiasi retorica, che ogni cosa che faccio non la subordino ad uno scopo puramente economico, pur non disdegnando tale aspetto, ma prediligo la convinzione del progetto che mi propongono e il piacere che provo nel farlo anche a fronte di un minore guadagno. Come difetto: sono permaloso.

Claudia (Vismara)

Il pregio penso sia l’umiltà, ovvero non sentirsi mai arrivata e non cadere mai nella presunzione ed arroganza, sentimenti sempre dietro l’angolo per chi fa questo mestiere, senza poi rendersi conto che sono proprio questi gli aspetti che ti impediranno di migliorarti. Mentre il difetto: talvolta sono irascibile.

E concludiamo con Antonio…

Il difetto: sono ansioso, frutto della mia voglia di perfezionismo, ansia che talvolta trasferisco anche nei miei rapporti affettivi riuscendo cosi ad essere fonte di ispirazione per eventuali spunti drammaturgici. Pregio: altruista (sembra che sia sincero in quanto tutti annuiscono)

 

Intervista di: Dino De Bernardis

Grazie a: Ufficio stampa Fabi&Ghinfanti, Antonio Grosso, Antonello Pascale, Salvatore Catanese, Claudia Vismara

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