Annarita Chierici: dal laboratorio alla scena con le sue “Beatrici”

Scritto da  Ilaria Guidantoni Domenica, 22 Dicembre 2013 

Annarita ChiericiPer chi non vuole essere attore professionista la parola d’ordine è ‘divertirsi’, che per Annarita Chierici, regista e attrice, guida di laboratori teatrali, significa lasciarsi andare e ‘utilizzare’ il teatro come dimensione giocosa, con tutta la serietà che comporta: ritrovare la parte dell’infanzia in se stessi che, com’è noto, prende molto sul serio il gioco. Il teatro è creatività e disciplina, tecnica e affettività, una sfida con se stessi e condivisione. Il teatro è voce e gesto, è prima di tutto respiro, è tutto il corpo che respira e una compagnia quando funziona, respira insieme, all’unisono. E’ con questo spirito che sono nate “Le Beatrici” secondo Annarita.

 

 

 

 

 

 

 

 

Al teatro Antigone una serata unica, una sorta di saggio che però si realizza come un vero e proprio spettacolo tratto da “Le Beatrici”, l’omonimo romanzo di Stefano Benni. Abbiamo incontrato Annarita Chierici, regista teatrale e attrice, che ha guidato questo laboratorio: i partecipanti erano tutti non professionisti, la maggior parte dei quali non si era mai misurata con il teatro, tutte donne tranne un allievo, con età comprese tra i quarantacinque e i cinquantacinque anni. Un lavoro tutto da inventare che Annarita immagina “come un’esperienza che ognuno fa prima di tutto con se stesso, a cominciare dalla scoperta della respirazione, un gesto automatico e ignorato per lo più. Imparare a respirare significa ripensare al nostro corpo come un tutto e non più sezionato in parti separate e funzionali ma non integrate. Il teatro per i miei allievi è nato da una curiosità, dalla voglia di fare qualcosa di diverso, forse di originale. Ne è nato un percorso complesso che ha coinvolto per molti tutta la persona”.


Seguendo questa sorta di cammino quasi iniziatico, ci avviciniamo dopo una preparazione ‘fisica’ e di rilassamento che molto attinge dal mondo dello yoga, ci introduciamo alla vera e propria recitazione che, se guardiamo a molte altre lingue, dal francese, all’inglese e perfino all’arabo, scopriamo che si dice ‘giocare’. “In effetti esiste una relazione intima, spiega Annarita, perché il bambino giocando ‘fa come se’, interpreta un ruolo, scoprendo delle potenzialità del sé mai neppure sospettate. Sa di fingere ma nello stesso tempo è la sua dimensione più autentica”.


In questo senso secondo la regista, proprio perché in un laboratorio simile non c’è un intento professionale, c’è maggiore divertimento ed è questo che suggerisce per stimolare gli allievi, invitandoli a trovare o a recuperare la propria parte giocosa.
Quali sono gli elementi sui quali si basa il laboratorio essenzialmente? “Sull’incentivo alla creatività, all’interattività, alla partecipazione intrecciata all’interno del gruppo e con il pubblico, oltre che ovviamente con il regista perché il lavoro dev’essere partecipato e condiviso e si plasma anche a seconda delle persone che ci lavorano, senza ovviamente sottrarmi alla mia funzione di guida”.


Perché la scelta di questo testo? “Per la predominanza al femminile che chiedeva una selezione mirata; perché avevo visto che era in cartellone alla Sala Umberto di Roma e poi l’ho perso; perché Stefano Benni è un autore che mi piace e che ha una grande sensibilità nell’analisi della psicologia femminile e nello specifico perché offre dei personaggi straordinari e surreali che mi hanno fatta sorridere e commuovere, ad un tempo. Ho cercato di scegliere, tra gli otto monologhi, quelli più adatti alle persone e di sfumarli cucendoli addosso come un abito di sartoria. In particolare mi sono messa nei loro panni che è una regola, a mio parere fondamentale, quando si sceglie di fare un laboratorio”.


C’è un lavoro ‘speciale’ per il finale: ce lo racconti? “Nel finale mi sono inserita con il capitolo ‘L’attesa’ che mi ha colpita in modo profondo e che in qualche modo è una dimensione che appartiene a tutti e anche al pubblico, alla vita direi e che lascia un’apertura, un’attesa appunto, in chiusura dello spettacolo. Ho scelto di recitarlo io ma come voce fuori campo, registrando su una musica per solo pianoforte di Ludovico Einaudi, lasciando la figurazione agli attori: una sorta di ‘giusta distanza’ che rappresentava metaforicamente il lavoro fatto, di direzione, conduzione ma restando dietro le quinte, senza invadere il loro spazio. La scena è occupata da grandi specchi con un drappo rosso che scende quale simbolo dell’energia, della forza e anche della violenza della vita. Lo specchio è una sorta di simbolo di autocoscienza ma anche della coscienza collettiva, sul quale lo stesso pubblico si riflette. Sul proscenio scarpe di donna di misure diverse e fogge disparate. Gli attori si muovono con un gioco di luci e musica in un sali e scendi di toni, che si contrappone all’effetto luci-ombre, sulle parole con un effetto di grande suggestione ma anche estrema essenzialità, muovendosi in successione con delle sedie”.
L’abbiamo ascoltato e la sua forza è nella semplicità di una lettura struggente e possente come la vita dove i vuoti sono pesanti più dei pieni. Un testo che da solo è un laboratorio.

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni

 

 

 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP