Angelo Di Genio: “Road Movie”, un viaggio coast to coast alla ricerca dell’amore e di se stessi

Scritto da  Sabato, 03 Dicembre 2016 

Accade che in una Roma insolitamente glaciale di inizio dicembre, in una sala teatrale estremamente raccolta ed intima, inaspettatamente divampi il teatro più emozionante e pregiato, al contempo divertente, doloroso e commovente, quello che distilla bellezza e rimarrà a lungo nello sguardo e nello spirito dello spettatore. Accade al Teatro dell’Orologio con “Road Movie” di Godfrey Hamilton, diretto da Sandro Mabellini e vissuto, incarnato, donato con generosità sul palcoscenico da Angelo Di Genio, attore tanto giovane quanto animato da sconfinata passione per il teatro, sincera onestà e desiderio di sperimentare con coraggio. Grati di questa vivida emozione, abbiamo avuto il piacere di intervistarlo per scoprire la genesi e l’essenza di “Road Movie”, oltre che per avventurarci tra le pieghe di un percorso già salutato da un brillante successo, tra i numerosi progetti teatrali alla corte dell’Elfo e la drammaturgia di Tindaro Granata, tra l’aspirazione di cimentarsi con il cinema e prestigiosi riconoscimenti a testimoniare il suo innegabile talento.

 

ROAD MOVIE
di Godfrey Hamilton
traduzione Gian Maria Cervo
regia Sandro Mabellini
con Angelo Di Genio
pianoforte e violoncello Giorgio Bernacchi con la collaborazione di Antony Kevin Montanari
produzione Teatro dell’Elfo

 

Angelo Di GenioRoad Movie” è un monologo intensissimo, a tratti spiazzante per la continua commistione di atmosfere fortemente dissonanti, per il pugno allo stomaco sferrato subito dopo una risata sincera, per la capacità narrativa che irretisce lo spettatore e lo conduce alla scoperta di un percorso di formazione sentimentale tutt’altro che stereotipato o edulcorato, per l’originalità dell’intreccio del racconto e il caleidoscopio di personaggi che lo contrappuntano ed impreziosiscono. La drammaturgia di Godfrey Hamilton è assolutamente contemporanea e tagliente, in grado di accarezzare con calore e di sferzare senza pietà, e la regia asciutta e calibrata di Sandro Mabellini le conferisce un serrato dinamismo tale da condurre lo spettatore verso l’epilogo in un costante climax emotivo. Ne scaturisce un ritratto possente e al contempo struggente di un ben preciso contesto storico, quello di un’America tronfia del proprio nazionalismo che, mentre l’eco dell’atroce conflitto in Vietnam iniziava ad attenuarsi, veniva sconvolta dall’avvento della pestilenza dei nostri tempi, quell’Aids che avrebbe per sempre cambiato il modo di vivere l’amore, il sesso, i sentimenti.

Joel, un giornalista poco più che trentenne, annaspa nella forsennata vita newyorkese tra esasperato carrierismo e la ricerca di un amore sincero; troppo spesso però, nel suo girovagare notturno, deraglia sui binari di un sesso occasionale che invece, dopo il subitaneo appagamento, acuisce ulteriormente la solitudine. Un vernissage in California è però teatro dell’incontro con Scott, anima spirituale, ironica ed appassionata che saprà fare breccia nelle sue granitiche difese dopo una notte un po’ troppo alcolicamente dirompente. I chilometri che li separano sono sconfinati e gli impegni di lavoro talmente pressanti da costringere Joel a fare ritorno nell’algida Big Apple, ma la lontananza non farà altro che riscaldare il focolaio di quest’amore appena sbocciato. Ha inizio quindi per lui un rocambolesco viaggio verso la California, verso Scott, verso la scoperta di se stesso, verso il coronamento di un sogno che crollerà in frantumi dinanzi all’ineluttabilità di un destino ferocemente crudele.

Angelo Di Genio veste i panni di Joel, di Scott e del turbinio di personaggi incontrati in questo avventuroso viaggio coast to coast con precisione, intelligenza attorale e soprattutto una vigorosa ed appassionata adesione emotiva; in sottofondo il delicato accompagnamento del violoncello e del pianoforte di Antony Kevin Montanari ed ecco che a questo prezioso monologo non manca veramente null’altro, quando a portarlo in scena è un artista di così sorprendente talento come Di Genio. E’ un piacere dunque ospitarlo sulle nostre pagine e raccontare le sfaccettature di questo talento ai nostri lettori.

 

Ciao Angelo, è un piacere incontrarti sulle pagine di SaltinAria in occasione dell’atteso debutto romano di “Road Movie”, monologo con cui hai riscosso un brillante successo a Milano negli ultimi anni e che ora finalmente approda a Roma, al Teatro dell’Orologio, dal 29 novembre al 4 dicembre per poi proseguire la propria tournée in altre città italiane come Arezzo, Mantova, Reggio Emilia e Brescia, ed infine tornare nuovamente in scena l’anno prossimo all’Elfo Puccini di Milano. Ritornando alle origini di questo progetto, puoi raccontarcene la genesi e come si è evoluto in questi anni di rappresentazioni?
Ciao Andrea, “Road Movie” nasce nel settembre del 2013, quando Gian Maria Cervo, drammaturgo e traduttore di Viterbo, ha proposto il testo al regista Sandro Mabellini; aveva al contempo anche individuato me come attore per interpretare questo monologo e dunque gli ha chiesto di contattarmi. Io, leggendo il testo, me ne sono immediatamente innamorato e di conseguenza abbiamo partecipato al festival Quartieri dell’Arte, appunto nel 2013, in occasione del quale abbiamo proposto due repliche di questo spettacolo. Nella prima versione c’era solo ed esclusivamente il violoncello ad accompagnare il monologo, poi si sono succeduti quelli che potremmo definire un “Road Movie 2.0” ed un “Road Movie 3.0”, perché dopo il debutto del 2013 siamo riusciti ad inserirlo nella stagione Nuove Storie del Teatro dell’Elfo, durante la stagione successiva, e in quella circostanza con la necessità di sostituire il musicista che era precedentemente al mio fianco, il quale doveva recarsi a Londra per motivi di studio, abbiamo avuto l’intuizione di cercare un musicista che suonasse sia il violoncello che il pianoforte. Questo ha sicuramente conferito un’altra caratteristica al monologo, un altro aspetto, una dolcezza anche maggiore in alcuni passaggi, così come una più spiccata epicità in altri momenti; da lì poi addirittura ci siamo spinti ulteriormente in avanti, poiché le musiche sono variate nel corso degli anni successivi, quando lo spettacolo è andato così tanto bene che il Teatro dell’Elfo ha deciso di prenderlo come propria produzione - così è da due anni, ed è il terzo anno che lo spettacolo viene riproposto a Milano a seguito dei numerosi sold out. Quest’altra versione 3.0 vede Antony Kevin Montanari come musicista e le musiche di Daniele Rotella, che è una ragazzo di Perugia che solitamente si occupa prevalentemente di musica elettronica, ma che ha adattato alcuni brani composti appositamente per questo progetto al connubio tra pianoforte e violoncello. A seguito di questo lavoro e di queste sinergie possiamo dire che abbiamo costruito la terza incarnazione di “Road Movie”.

Il testo di Godfrey Hamilton affronta con grande potenza ed intensità emotiva sentimenti spesso inscindibilmente legati come paura dell'amore, della perdita e della morte, con sullo sfondo l'America degli anni Novanta colpita improvvisamente dall'atroce incubo dell'AIDS. Quali ritieni essere i punti di forza, le caratteristiche più preziose di questo testo?
Come tu stesso affermi, questo testo ha una grande potenza ed intensità emotiva, legate alla paura dell’amore, della perdita e della morte, che si accentua ancora maggiormente nell’istante in cui amore e morte vengono ad essere collegati - guardiamo anche semplicemente all’archetipo di Romeo e Giulietta - andando a creare un forte cortocircuito emozionale, con il classico incontro tra Eros e Thanatos. Ovviamente il fatto che il monologo sia ambientato negli anni Novanta americani, in cui generazioni di ragazzi e di artisti sparivano attorno a te, lo tramuta in qualcosa di molto vicino e sentito, non è memoria, è un passato talmente prossimo che non può essere già considerato memoria. Infatti a mio parere uno dei punti di forza è sicuramente il linguaggio che è molto anni Novanta (com’è naturale che sia, essendo il testo stato scritto nel 1996), quindi estremamente semplice, diretto, anche rispetto ai sentimenti, non ci gira molto attorno, cerca di procedere in maniera netta e diretta, analizzando con limpidezza quello che può sembrare essere leggermente retorico, come ad esempio proferire che “ho bisogno di dormire sul tuo petto” o di “sentire il battito sul tuo collo”, o ancora affermare che l’amore a prima vista sia qualcosa di meraviglioso; apparentemente sembrerebbero concetti un po’ retorici, ma secondo me sono invece marcatamente anni Novanta e quegli anni hanno segnato un periodo in cui si è cercato di essere maggiormente schietti e tranquilli anche da questo punto di vista. Il fatto che il pop come genere musicale sia divampato in quegli anni è anche perché forse si era alla ricerca di una normalizzazione, di una semplicità rispetto a quello che poteva essere un’emozione, soprattutto nella scrittura.
La grandissima forza del testo non risiede però solamente nel linguaggio quotidiano ma al tempo stesso poetico, che potrebbe scadere per taluni nel retorico a seconda dei gusti, ma sicuramente è l’affrontare il tema della diffusione dell’Aids in quel preciso contesto storico non analizzando il fulcro della malattia, come dolore corporeo e tangibile, come sofferenza fisica delle persone, concetto che comunque era ed è ben presente, ma cercando di descrivere la malattia all’interno dei rapporti tra gli individui, come in seno ad una storia d’amore la malattia o la paura della malattia possano influire pesantemente, come si insinui all’interno delle famiglie e dei rapporti tra genitori e figli, come investa anche il semplice relazionarsi in un locale o per una serata di sesso.
L’altra grandissima potenza che lo rende davvero monumentale è il parallelismo che ritroviamo in numerosi passaggi del testo, ed in special modo in un episodio centrale, tra le vittime dell’Aids negli anni Novanta e le vittime della guerra in Vietnam, i ragazzi morti in questo insensato conflitto. L’autore Godfrey Hamilton con questi frammenti del monologo vuole porre in parallelo questi due mondi, parlando comunque di due generazioni bruciate, due generazioni in riferimento alle quali si può rivolgere al mondo la domanda “come si fa a vivere sapendo che si è dovuti sopravvivere ai propri figli?”. Il modo in cui i ragazzi combattenti in Vietnam furono sterminati per una guerra inutile, delineandosi dunque come una generazione decimata per colpa di scelte altrui, può essere assolutamente accostato alle prime vittime dell’Aids, al modo in cui questa epidemia ha falcidiato la popolazione dei ragazzi degli anni Novanta. Diviene basilare allora il ricordo di queste persone che hanno sacrificato la propria vita, e che in qualche modo però erano la generazione che avrebbe dovuto portare avanti il Paese, mentre in realtà hanno creato un piccolo gap nella società americana; così accadde in Vietnam e così si ripeté anche negli anni Novanta e Duemila per il dilagare dell’Aids.

Angelo Di GenioIn questo monologo interpreti non solamente il protagonista Joel, ma anche gli altri personaggi che contrappuntano la sua avventura coast to coast. Come hai lavorato su questi personaggi per caratterizzarli efficacemente e sposarli con la tua sensibilità attoriale?
Nel monologo non c’è solamente il protagonista Joel, ma anche numerosi altri personaggi da lui incontrati durante la sua avventura coast to coast. Joel è un ragazzo di 32 anni di New York, estremamente stressato dal lavoro, dalla vita, è un giornalista, vive in una metropoli in cui ognuno punta esclusivamente all’affermazione di se stesso, tutto un mondo devoto all’individualismo, non certo alla condivisione. In più, in tutto questo, lui confonde amore e sesso, o meglio vorrebbe l’amore ma cerca il sesso mordi e fuggi, non riuscendo dunque a realizzare le proprie aspirazioni sentimentali. Poi abbiamo Scott, il ragazzo che Joel incontra durante un viaggio in California dopo un vernissage, completamente ubriachi: Scott ha circa 26-27 anni, è californiano, un poeta fortemente spirituale, si prende cura amorevolmente di Joel, crede fermamente nella condivisione, nella forza di valori saldamente radicati e partecipati, nell’energia che ci si può scambiare vicendevolmente tra esseri umani. Scott dice a Joel una delle frasi più emozionanti e significative di tutto il testo: “Joel, fidati solo di ciò che si muove, nel movimento c’è la vita”. All’interno di questo viaggio Joel incontra anche altri personaggi, soprattutto due madri che hanno perso i loro figli per colpa dell’Aids, per due motivi diversi: una ha perso il figlio, gay, a causa del sesso non protetto e reagisce andando dopo solo un mese a distribuire preservativi nei battuage fuori Atlanta; l’altra invece non riesce a reagire alla morte della figlia, ammalatasi di Aids perché tossica e, a distanza di cinque anni dalla sua scomparsa, ancora non ha compreso i motivi della dipendenza della ragazza dalle droghe in quanto non aveva affatto un gran rapporto con la figlia. Questi due personaggi femminili rappresentano pertanto due mondi veramente opposti. Per interpretare la prima ci ho lavorato pensando a una sorta di sessantottina ma mescolandola un po’ al mondo delle drag dei locali notturni, pensando a questa madre che comunque attira l’attenzione su di sé per riuscire a convincere i ragazzi ad utilizzare il preservativo e ad “avvolgerlo nella plastica”, come dice lei; quindi un personaggio assolutamente propositivo e forte, anche se racconta poi una storia tragicomica rispetto alla morte del figlio. L’altra invece potremmo immaginarla come una classica madre del Sud, la cui figlia è magari partita per l’estero e di cui non ha più notizie da tempo, per poi venire a scoprire che era una tossica ed è morta; questo dolore non riesce a superarlo, è bloccata all’interno di quella sofferenza. Joel e Scott invece li abbiamo differenziati facendo appunto leva sulla mia sensibilità attoriale: possono essere visti a mio parere come due componenti della stessa persona, due parti che sono presenti in ognuno di noi, quella pessimistica e quella ottimistica, la parte stressata e quella invece più divertita, la parte che crede nel rapporto con gli altri e che ha voglia di uscire, di fare e quella che al contrario ha solo voglia di rintanarsi dentro casa in solitudine. Non c’è nulla di grottesco nel rappresentare questi due personaggi, mentre per le donne ci spostiamo maggiormente verso quella cifra espressiva, perché anche i loro racconti sono veramente tragicomici; quindi andando in questo modo a lavorare sui personaggi delle due madri, riusciamo a distanziarci da un’analisi troppo disturbante del dolore della perdita ma invece ad analizzare efficacemente come la malattia, la paura della malattia, soprattutto la morte e l’amore possano influire sul rapporto tra madre e figli. C’è poi un ultimo personaggio, quello di Dharma, che Joel incontra in California prima di arrivare da Scott: si tratta di una ragazzina molto giovane, la classica ragazzina californiana che soffoca il dolore grazie agli acidi, alle droghe, al condurre una vita estremamente spirituale in modo tale che il dolore non possa toccarla; anche lei rappresenta un mondo, Godfrey in questo è particolarmente bravo, racconta delle donne e dei ragazzi che rappresentano davvero dei mondi americani anni Novanta molto profondi.

La regia, asciutta e incisiva, è curata da Sandro Mabellini; quali sono a tuo avviso le cifre distintive di questa direzione registica?
La regia di Sandro è una regia molto asciutta, una regia che come dice lui “è dentro al corpo dell’attore”, nel senso che quando abbiamo cominciato a lavorare su questo testo avevamo delle idee in testa, l’utilizzo del violoncello, l’utilizzo del segui-persona, questa luce unica che non cambia mai e va alla ricerca disperata di qualcosa, che nel buio è la ricerca di qualcosa esattamente come il viaggio che compie Joel. Ci riproponevamo però, ricorrendo al segui-persona, di allargare, stringere, mostrare solo qualche dettaglio che si vuole osservare nel buio, catturare un primo piano, il violoncello, i piedi, una scarpa, una valigia, esattamente come una telecamera. Abbiamo provato a lavorare questo spettacolo un po’ come se fosse un film, di conseguenza il segui-persona diventa una vera e propria telecamera, passiamo da piani americani a primi piani, a invece voci off con inquadrate solamente delle zone di palco, oppure con inquadrature del violoncello che suona. Questo è il grosso del lavoro registico di Sandro: oltre a farmi da occhio esterno per calibrare la mia recitazione, dall’altra parte la decisione di utilizzare quest’unica luce scenica come una telecamera che inquadra e sposta l’attenzione del pubblico verso ciò che si vuole porre in primo piano o per creare appunto delle ambiguità all’interno della scena.

Dopo tre stagioni consecutive di successo, con il consenso entusiastico di pubblico e critica, “Road Movie” è entrato stabilmente nel novero delle produzioni del Teatro dell’Elfo. Da ormai numerosi anni lavori con la compagnia dell’Elfo, diretta da Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, fucina instancabile e ricercata di opere teatrali sempre di altissimo livello. Quale è stato ed è il tuo rapporto con la compagnia e come ti ha aiutato a sviluppare il tuo percorso di interprete?
Il Teatro dell’Elfo è la mia casa in questo momento, è il posto dove ho incontrato delle persone meravigliose come Elio, Ferdinando e innumerevoli altre, tra il gruppo dei soci, la gente che è in amministrazione, il grandissimo e superlativo gruppo di attori giovani e meno giovani che ruotano ogni anno attorno alle produzioni dell’Elfo. Siamo una ventina, venticinque, trenta, una fucina veramente di attori di alto livello, soprattutto di giovani, siamo un gruppo di ragazzi veramente molto interessante dal punto di vista professionale ma anche dal punto di vista umano. Questo mi ha permesso sicuramente di sviluppare quello che io vorrei fosse un percorso rispetto alla mia carriera, che è quello di coniugare il lavoro solitario in teatro sulla ricerca di testi e storie da raccontare, con il lavoro svolto con un gruppo di persone con cui mi trovo bene, che stimo profondamente, con cui non ci si fa problemi a mettersi in gioco, a sperimentare diverse possibilità e soluzioni, un gruppo di persone che abbia voglia di lavorare assieme per trovare nuove vie per raccontare determinate storie al pubblico. Questa è la grandissima e bellissima particolarità dell’Elfo, compiere un lavoro sul pubblico, non in maniera eccessivamente intellettuale per affermare delle proprie idee astrattamente filosofiche sui testi, ma cercare un linguaggio per raccontare nuove storie allo spettatore, certamente con il proprio punto di vista ma senza marcare troppo dal punto di vista intellettual-espressivo, senza cercare dunque di insistere troppo nel mettere come marchio principale dello spettacolo la propria visione intellettuale del testo, cosa che frequentemente allontana il pubblico. E’ un vero e proprio teatro d’arte perché cerca di lavorare per il pubblico, cerca di far sì che ogni storia possa arrivare nel miglior modo possibile al pubblico, tanto che solitamente il modo di lavorare sui testi è quello di mettere in rapporto la drammaturgia e le persone, attori e regista, quindi di vedere come la drammaturgia rimbalza sugli attori e d’altra parte come gli attori sono in grado di esprimere quel testo in una comunicazione diretta con il pubblico. La visione troppo intellettuale ed estetica del regista che ha voglia di mostrare al pubblico la propria interpretazione estrema sul testo, che molto spesso non permette nemmeno di far arrivare completamente la storia, ecco quella mi sembra che sia diametralmente opposta all’approccio del Teatro dell’Elfo. Io credo decisamente nel loro tipo di lavoro, anche perché se non lo facciamo per il pubblico ma solo per noi stessi, continueremo a fare un teatro d’élite ed autoreferenziale, che non si aprirà a un linguaggio nuovo, non parlerà più a nessuno e diventerà come giocare a carte in salotto tra noi.

L’anno scorso ho avuto l’opportunità di vederti in scena al Teatro Argentina in “Morte di un commesso viaggiatore”, anche in questo caso con la regia di De Capitani, un capolavoro monumentale che peraltro tornerà in scena l’anno prossimo a Tieste, Verona, Varese, Crema e Cesena. In questo lavoro interpreti Biff Loman, inquieto figlio del commesso viaggiatore Willy. Quali tratti del personaggio hai cercato di sviluppare e sottolineare e come hai declinato questo giovane uomo nel suo doloroso cammino esistenziale?
Dopo “The History Boys” e “Freddo”, “Morte di un commesso viaggiatore” è lo spettacolo che negli ultimi anni mi ha consentito di scoprire e comprendere maggiormente il modo in cui un attore ha la possibilità di lavorare con se stesso e con i suoi strumenti derivanti dalla propria pancia, dal proprio modo di reagire alle cose che la vita gli ha posto davanti e che il testo in qualche modo rievoca, gli fa rimbalzare in testa e in pancia. E’ lo spettacolo che mi ha fatto capire come bisogna assolutamente attingere da se stessi in quanto strumento principale del proprio lavoro, non in maniera ovviamente troppo pesante altrimenti si rischia di impazzire, ma tutti i personaggi in definitiva condividono alcune nostre caratteristiche e semplicemente i livelli sono sfasati - tu puoi essere cattivo al 5%, simpatico al 10%, egoista al 3%, invece il tuo personaggio è simpatico allo 0%, malvagio al 55%, egoista all’82%. Però la base, il fulcro di questo egoismo, di questa cattiveria e di questa simpatia risiedono comunque al tuo interno, se li vuoi rendere umani sono rintracciabili comunque al tuo interno, quindi è necessario trovare il tuo modo di raccontare il personaggio cambiandone ovviamente i livelli. Questa è la proprio la cosa che è accaduta con “Commesso” - in altre drammaturgie il percorso può invece essere diverso -, per quel tipo di drammaturgia questo tipo di lavoro è quello che è effettivamente servito; provengo da una famiglia del sud, in cui i litigi non sono stati pochi, anche solo per far accettare la voglia di fare questo mestiere oppure ad esempio la decisione di trasferirsi a Milano per studiare. Quindi quando ho letto per la prima volta quel testo, ho immediatamente percepito che c’era un punto di partenza estremamente simile a qualcosa che avevo già sperimentato in prima persona nella vita reale e dunque si trattava di riportare sul palco la vita più della vita, perché alla fine il teatro non è altro se non la vita elevata all’ennesima potenza, la vita poetica, poetizzata. Sicuramente questo mi ha permesso di partire da un presupposto molto vero, vero nel senso proprio di sapere esattamente cosa si doveva andare a raccontare, non è stato necessario andare a ricercare con fatica un punto di partenza; tutto poi si è indubbiamente dovuto sfaccettare nei rapporti e nelle scene, ma il punto di partenza era già lì. La differenza tra me e il personaggio era determinata dal fatto che i litigi con la famiglia erano innescati da altre motivazioni, dal fatto che ovviamente non ho sorpreso mio padre con l’amante e soprattutto non eravamo negli anni Cinquanta. Il cammino di questo personaggio è realmente doloroso perché è un personaggio che arriva a 34 anni senza conoscere esattamente quale sia la propria strada, infanzia e adolescenza sono state bruciate da un padre che tracciava per lui un ben preciso destino mentre lui al contempo non è stato in grado di scovarne uno proprio, dopo la delusione del padre non ha mai veramente compreso cosa volesse fare di se stesso e della propria vita e ritorna a 34 anni in casa sentendosi ancor più bambino di prima. In quel momento, all’inizio del testo, padre e figlio sono estremamente simili: il padre è sommerso da pensieri asfissianti e così anche suo figlio, tanto da non escludere l’ipotesi di farla finita, perché non ha la più pallida idea di quale sentiero intraprendere e lo afferma palesemente e senza riserve.

Di recente sei stato anche tra i protagonisti di “Geppetto e Geppetto” , l’ultimo delicato ed emozionante lavoro di Tindaro Granata. Cosa ti ha colpito del suo personalissimo universo teatrale? Porterete nuovamente in scena lo spettacolo nei prossimi mesi?
Geppetto e Geppetto” andrà più massicciamente in scena durante la prossima stagione, per quest’anno abbiamo qualche data, ad esempio a Milano a marzo. Mi piace specialmente il fatto che l’universo teatrale di Tindaro Granata sia così personale, mi piace che lui abbia sempre voglia di raccontare il proprio punto di vista sulle cose e sulla realtà, che non sia assolutamente mai di parte, così ad esempio “Geppetto e Geppetto” è un testo sulle adozioni omogenitoriali ma non è di parte, non parla di quanto sia giusto o bello, semplicemente ne parla e lo mette in rapporto con altre situazioni familiari diverse, altre famiglie moderne, e fa vedere come un nucleo familiare di questo tipo incontri gli stessi problemi di qualsiasi altro. Lo spettacolo lo porteremo in scena molto più diffusamente in tournée il prossimo anno, quando saremo un po’ più liberi tutti. Io interpreto Matteo, che è il figlio di questa coppia gay, costituita da Paolo Li Volsi e Tindaro Granata - Papo e Papi - ma ci sono anche altri attori, Alessia Bellotto, Lucia Rea, Carlo Guasconi, Roberto Rosignoli e rappresentiamo più famiglie, proprio per cercare di metterle a confronto. Io interpreto questo bambino, nel primo tempo alla tenera età di nove anni e poi lo vediamo crescere a venti, e infine a trenta e lo scopriremo rapportarsi anche con il mondo. Proprio per riuscire ad avere uno sguardo non di parte, ma il più possibile oggettivo, non tanto sui matrimoni omogenitoriali ma su cosa voglia dire in generale essere genitori ed essere figli, a prescindere dai gusti sessuali di ognuno di noi.

Angelo Di GenioTi sei diplomato presso l'Accademia d'Arte Drammatica Paolo Grassi ed hai poi frequentato il "Corso di alta formazione per Attori Professionisti" di Massimo Castri, entrando a far parte della compagnia di giovani attori da lui diretta. Quali ritieni siano state le tappe fondamentali della tua formazione di attore?
Ho fatto la Paolo Grassi oramai troppo tempo fa, perché mi sono diplomato nel 2005, quindi sono passati undici anni. Sicuramente mi ha aiutato a capire cosa sia questo mestiere, la professionalità che ha alle spalle e che richiede a chi lo pratica. Il Corso di Alta Formazione di Massimo Castri mi ha regalato un’altra preziosa opportunità di crescita, così come i primi spettacoli che ho fatto con lui, come ad esempio “Tre Sorelle” nel quale interpretavo un piccolo ruolo e con cui siamo stati sei mesi in tournée, che mi hanno dato l’occasione di vedere Castri lavorare con una compagnia di grandissimi attori. Soprattutto lungo questi sei mesi di tournée ho potuto conoscere cosa significassero la professionalità, l’impegno, la dedizione e anche la ritualità di questo lavoro, quanto il testo potesse far balzare fuori tantissime cose inaspettate, solamente nel momento in cui ci si inizia a giocare in scena. Ritengo anche che sia stata per me una tappa formativa essenziale quella che è stata la mia prima esperienza professionale, “The History Boys” di Alan Bennett portato in scena con l’Elfo e con cui abbiamo vinto anche il Premio Ubu 2011, perché lì avendo Elio De Capitani nel ruolo del professore oltre che come regista e noi che eravamo sette ragazzi usciti da poco dalla scuola, abbiamo avuto l’occasione di portare in giro lo spettacolo per ben quattro anni; si passava da momenti con un’atmosfera da Erasmus o gita scolastica ad altri, in particolar modo quando siamo stati in scena a Roma dove abbiamo incontrato un grandissimo successo, in cui abbiamo realmente respirato cosa significasse la professionalità. Questa esperienza, oltre ad essere assolutamente formativa, mi ha consentito per la prima volta di imparare a lavorare su una drammaturgia super-contemporanea con cui fino ad allora non mi ero mai confrontato, perché con Castri si era sempre lavorato su drammaturgie un po’ più “agée”. “History Boys” è stata un’esperienza senz’altro molto, molto, molto divertente e l’ultima mia grossa esperienza formativa. Da lì in poi con “Commesso” sono cominciato veramente a crescere e mi piace molto che il mio percorso teatrale non sia stato costellato di scelte casuali, ma al contrario di scelte proprio abbastanza decise e che sia questo stesso lavoro a permettermi di crescere come essere umano.

A giugno sei stato anche insignito del prestigioso Premio Mariangela Melato, che ogni anno viene assegnato ai migliori giovani attori professionisti della scena italiana. Come hai accolto questo riconoscimento?
A giugno ho vinto il Premio Mariangela Melato per il percorso fatto in questi ultimi anni, a partire da “History Boys”, proseguendo con “Freddo” di Lars Noren con la regia di Marco Plini, poi “Morte di un Commesso Viaggiatore” e infine “Road Movie”. Sono molto contento perché Elio De Capitani, Ferdinando Bruni, Giovanna Guida e Maurizio Porro, che conoscevano molto bene Mariangela, molto spesso mi raccontano degli episodi della sua vita e in particolare di quanto fosse ancorata e attaccata alle travi del palcoscenico, al fatto che una volta saliti lì sopra bisognava dare tutto, bisognava parlare alle persone, bisognava trovare un’energia e una forza giusta e calibrata per riuscire a trasmettere la propria emozione al pubblico. Quindi veramente il suo lavoro era legato a quelle travi di palco e questa è una cosa che mi fa impazzire, nel senso che sono estremamente d’accordo con questo pensiero: una volta arrivati lì devi pensare solo al pubblico, a raccontargli una storia, non a mostrare te stesso ma a prenderlo a braccetto e portarlo all’interno di quello che gli vuoi far vedere e sentire. Sono davvero molto orgoglioso di un premio del genere! Poi quest’anno ho vinto anche il Premio Nazionale della Critica per “Geppetto e Geppetto” e anche lì sono rimasto sorpreso quando mi hanno chiamato: è stato interessante percepire come questo riconoscimento sia arrivato da un lato per il percorso onesto fatto durante questi anni, che sembra mi stia facendo conoscere come attore ma allo stesso tempo anche intuire come persona; poi il bambino di “Geppetto” di nove anni sembra sia piaciuto molto ed è stato per loro molto emozionante vedere un attore di 34 anni passare repentinamente dall’intepretare un bambino di 9 anni, a un ragazzo di 20, fino a un giovane uomo di 30.

Hai altri progetti in cantiere per il prossimo futuro?
Ho nuove date di “Road Movie” in programma a dicembre, poi “Commesso” a febbraio-marzo, poi a marzo con “Geppetto” abbiamo alcune date singole in giro per l’Italia ed una settimana consecutiva all’Elfo di Milano dal 20 al 26 marzo, infine due settimane ancora di “Road Movie” a Milano. Poi aprile, maggio e giugno sono invece i mesi in cui vorrei scendere per un periodo a Roma e lavorare su un linguaggio diverso, quello cinematografico, che mi piacerebbe tanto affrontare un po’. Per quanto riguarda il futuro ci sono alcuni progetti in ballo ma non posso svelare altro perché non sono completamente definiti in quanto li stiamo ancora costruendo assieme ai registi, mentre in altre circostanze sono stato semplicemente chiamato ma il progetto è ancora allo stato embrionale. Quindi ancora non posso raccontare ulteriori dettagli, ma nel frattempo grazie davvero per lo sguardo attento e la voglia di raccontare alle persone la passione che ci spinge ancora, nonostante tutto, nonostante i pochi soldi, nonostante la polvere del palcoscenico che scatena poderose allergie; nonostante tutto questo continuiamo ad amare il teatro in maniera davvero indissolubile ed è bello che qualcuno abbia voglia di raccontarlo agli altri.

 

Teatro dell'Orologio (Sala Gassman) - via dei Filippini 17/a, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario biglietteria: dal lunedì al venerdì ore 11/19
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20, domenica ore 17
Biglietti: intero 15 euro, ridotto 12 euro, under25 e universitari 8 euro (ingresso consentito ai soli soci: tessera associativa annuale 5 euro)
Durata: 75 minuti

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Gertrude Cestiè, Ufficio stampa Teatro dell'Orologio
Sul web: www.teatroorologio.com

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