Andrea Pizzalis: il teatro, una ricerca maleducata che odora di mistero della fede

Scritto da  Giovedì, 12 Aprile 2012 
Andrea Pizzalis

Il giovane attore romano Andrea Pizzalis coniuga con sorprendente vigore e nitidezza un talento teatrale naturale ed intenso, che rende sempre emozionanti e incisive le sue interpretazioni, con una crescente passione per la fotografia. Lo abbiamo incontrato nel corso della tournèe dell’ensemble ricci/forte, che sta portando in scena in tutta Italia ed anche all’estero i due spettacoli “Macadamia Nut Brittle” e “Grimmless”, per conoscere meglio le innumerevoli sfaccettature del suo poliedrico universo artistico.

 

 

TamerlanoCiao Andrea, è davvero un piacere accoglierti sulle pagine di SaltinAria e scambiare quattro chiacchiere per conoscerti meglio. Inizierei col chiederti quando è nata la tua passione per il teatro e qual è stata la tua formazione.

Se per bibidibobidibù ti trasformassi in Maria De Filippi e lanciassi un irresistibile rvm, ti lascerei dire che tutto iniziò negli occhi di un bambino di sette anni, un sabato pomeriggio al Teatro Verde di Roma con la mamma e il papà. Ma la Mulino Bianco usa più conservanti che la memoria e di quel Robinson Crusoe non rimane che lo sguardo incantato del gioco. E forse davvero tutto inizia da lì, dalla scoperta di alcune regole semplici e inviolabili: la consapevolezza di una quotidianità orfana di mezzi per interpretarci, una fede assoluta nelle regole che stabiliscono il gioco, un bisogno indomabile di infrangerle per registrare il rumore della libertà. Non saprei dirti davvero il momento esatto in cui è nata la coscienza di volermi dedicare al teatro, perché poi alla fine di questo si tratta, di una dedizione giornaliera, la scelta che faccio ogni mattina di lasciarmi accompagnare da quest’ospite ingombrante, che non odora di mestiere ma più di mistero della fede. Ci siamo spesso strattonati, insultati, insozzati, odiati io e questo fantomatico “teatro”…ma nonostante tutto resta lì a battere un percorso, a farmi strada, a riempire quel vuoto che sentiamo tutti stringerci all’altezza dello stomaco. Forse davvero c’entra anche il mio percorso formativo. Non esco da un’accademia, credo di aver consapevolmente deciso molto presto di non perseguire la strada di un’educazione artistica, dopo anni di austerità collegiale, ma piuttosto una ricerca maleducata, tesa a una pulizia espressiva tra i vagiti isterici di un linguaggio che si va formando di pari passo col mio crescere. Devo molto agli anni delle medie e del liceo, a quello spazio scenico scolastico che mi ha accolto, luogo di un’attività extradidattica in un bizzarro istituto di suore, ai miei amici di una vita che sono stati la mia prima compagnia teatrale, i miei primi e insostituibili marziani sulla terra. Da lì in poi la mia formazione è stata sul campo, un pizzico irrinunciabile di fortuna e una dose non minore di caparbietà mi hanno dato l’opportunità di formarmi da dentro e di trasformarmi a partire da quello che possedevo come equipaggiamento base. Posso affermare con assoluta soddisfazione che i miei maestri sono stati gli stessi artisti che ho inseguito e da cui ho avuto la possibilità di essere scelto.

Prima di iniziare a lavorare con ricci/forte che esperienze teatrali hai avuto?

Senza stare a menzionare varie ed eventuali collaborazioni, elenco una manciata di incontri che sottintendono anche un ringraziamento posticipato. Nel periodo in cui mi sono schiantato contro Stefano e Gianni lavoravo già da un anno nella compagnia di Emma Dante, impegnata ad orchestrare il feroce debutto alla Scala con la Carmen. Emma rimane senza dubbio, nella mia esperienza sia artistica che umana, una chiave di volta e una luce brillante, che ha avuto il desiderio e la determinazione di rafforzarmi a suon di duri colpi, di demolirmi il piano orizzontale e farmi precipitare molto a fondo, in un turbine emotivo in cui non c’è tempo per domandare ma solo l’urgenza di agire. Prima di lei la Societas Raffaello Sanzio, anche se per una parentesi minima e corale. Ultima nell’elenco ma prima cronologicamente parlando, la persona di Graziella Pezzani, figlia e discepola della storica avanguardia delle cantine romane e braccio destro quando non anche sinistro di Giuliano Vasilicò, artista a tutto tondo, monastica nella sua dedizione, infuocata nell’approccio alla materia teatrale, prima dinamitarda ad avermi imbottito di tritolo.

Andrea PizzalisQual è stato il tuo primo approccio con l’universo teatrale di ricci/forte e qual è il loro spettacolo a cui ti senti maggiormente legato?

La prima volta è stato da spettatore. Lo spettacolo era Troia’s Discount e il teatro il Piccolo Eliseo di Roma. Di quella sera ricordo il frastuono viscerale che ha riecheggiato nello scorrere dei giorni, delle musiche, della drammaturgia dei corpi e delle parole. Ricordo uno strappo rispetto a ciò cui avevo assistito abitualmente a teatro, la netta incapacità di etichettare quello che mi accadeva davanti: né performance né teatro di prosa, né popart né tradizione. Aveva la forma di un regalo personale, qualcosa di intimo eppure riconoscibile, chiaramente universale. Poi l’impatto vero e proprio è avvenuto con l’allestimento di Macadamia Nut Brittle, una telefonata ricevuta da un mio amico salernitano che mi informava di un provino di Stefano e Gianni, ai tempi anche per me ricci/forte, su un nuovo progetto che prendeva spunto dall’universo letterario di Denis Cooper, autore a me molto caro. Il primo incontro quindi si verificò in una piccola sala del Teatro Eliseo, monitorato da una “voyeuristica” Anna Gualdo alla telecamera e da un domanda al fulmicotone di Stefano che suonava, più o meno, così: “raccontami una tua perversione”. Non saprei dirti però quale sia lo spettacolo a cui mi senta più legato. Ogni produzione è stata dolorosa e piena come un parto plurigemellare. Storicamente mi verrebbe spontaneo dire Macadamia stesso, il c’era una volta, l’inizio del cammino e l’epidermide arricciata dall’inaspettato trionfo al debutto. Ma davvero sembrerebbe di fare la parte del padre che privilegia il primogenito solo per avergli dato l’occasione di mandare avanti l’azienda di famiglia.

Nello scorso mese di ottobre è stato presentato per la prima volta nella sua interezza il progetto Wunderkammer Soap nell’ambito del festival RomaEuropa. Sei stato protagonista di due di questi capitoli, interpretando i personaggi di Faust e Tamerlano, e hai poi partecipato all’episodio corale de “La Strage di Parigi”. Che ricordo conservi di questa complessa ed originalissima esperienza teatrale e quali sono state le difficoltà interpretative che hai incontrato nell’affrontare questi ruoli?

La difficoltà di gestire il tempo a disposizione. Sia quello brevissimo della preparazione, sia, all’opposto, la dilatazione allucinata della reiterazione delle performance. Ogni Wunderkammer è uno stato di trance. La stanchezza che si accumula nella ripetizione tranciando via gli ultimi freni inibitori e le ultime roccaforti dell’agire pensato, la mancanza del supporto vocale, l’ansia delle poche linee guida che ci vengono impartite prima di essere consegnati a lunga conservazione agli occhi dei commensali, ti spingono a cercare in tutte le direzioni. Paradossalmente ogni variazione sul tema e tutto il tema stesso si crea al momento, come un grande libro popup. Hai la responsabilità di consegnare un messaggio impartito da una voce fuori campo attraverso una presa di coscienza scenica che però si forma con lo scorrere delle repliche. Stefano e Gianni tengono moltissimo a mantenere l’aspetto del margine di rischio che elettrizza le Wunderkammern. Tamerlano era un amico più familiare in quanto avevo avuto la possibilità di conoscerlo già in precedenza al Romaeuropa Festival. Faust è stato, di gran lunga, la maggior sfida lanciatami. Nella cucina, in cui è ambientato, ho il privilegio di incarnare la parte del padrone assoluto dell’azione che si muove tra i suoi fuochi e, al tempo stesso l’unico ad averne la responsabilità nel bene e nel male. La Strage di Parigi, però, primeggia in quanto a complessità di armonizzazione, per il numero cospicuo di persone presenti in scena, molte delle quali compagni nuovissimi di lavoro, e per il supporto scenico stesso che ci vedeva ospiti di un elemento ingestibile e imprevedibile come l’acqua (è tutta ambientata in piscina).

FaustAttualmente siete in tournèe in tutta Italia con “Macadamia Nut Brittle”, la spettacolo che ha forse più di tutti contribuito a far conoscere al pubblico l’arte dell’ensemble ricci/forte nonché a definirne la poetica con singolare nitidezza e sconcertante forza espressiva, e “Grimmless”, l’ultima creazione. Qual è stata l’accoglienza che vi è stata tributata e in cosa differisce secondo te il lavoro richiesto a voi performer da questi due testi drammaturgici?

Diciamo che i contesti in cui sono stati sviluppati, il tempo a disposizione e l’analisi degli argomenti che ci apprestavamo a scandagliare sono stati affrontati con un approccio diametralmente opposto nei due lavori. Con Macadamia avevamo tre settimane a disposizione e un tempo giornaliero “limitato”. Prima ancora di capire dove stavamo andando c’era bisogno di comprendere con chi ci stavamo muovendo. Anna, Giuseppe e ai tempi Mario erano compagni a me estranei di un viaggio intergalattico con la stesse misure di sicurezza dell’Apollo 13. Ma eravamo le persone giuste al momento giusto. L’intera durata del lavoro è stata percorsa da una scossa tellurica che teneva sempre alto il ritmo del battito. Nonostante fosse una spedizione negli anfratti più stretti e scomodi delle nostre esperienze individuali, tutto venne alla luce con la freschezza dell’incoscienza e la naturalezza di una pisciata in mare. Questo essere sgombri da un’attesa precisa, ci permise di abbandonarci gli uni agli altri e di sorprenderci durante l’elaborazione dello spettacolo tanto quanto davanti all’accoglienza strepitosa riservataci al debutto. Grimmless giunse più tardi, quando ormai forti dell’amore che accompagnava Macadamia, ci siamo incontrati nuovamente, a quel punto non più estranei, alla fermata di un treno per Sant’Eramo in Colle, reclusi in un convento di Salesiani provvisto di tutto, compresa sala teatrale, a cibarci di focaccia e fiabe. Ecco, Grimmless è stata una tenia ingerita giorno e notte, che scava dal didentro. È stato un passo in avanti, verso una luce lontana in cui dimorano gli archetipi dei Grimm e quelli del nostro quotidiano. Non c’erano più Macadamia, Nut, Brittle e Wonderwoman, ma solo noi, provvisti di nome e cognome, ognuno con la sua fiaba e il suo lieto fine svaporato nella luce. Grimmless abbiamo avuto bisogno di viverlo e comprenderlo dall’interno prima ancora di regalarlo nel modo adeguato al pubblico. L’accoglienza è stata ugualmente entusiasta ma è andata formandosi sempre più con una nostra maggiore coscienza. È stato quello che si può definire lo spettacolo dell’età adulta.

Nello scorso anno hai partecipato alle prime “desquamazioni” del workshop ImitationOfDeath, dedicato all’opera letteraria densa di ossessioni e inquietudini di Chuck Palahniuck. Un laboratorio che condurrà ad un nuovo lavoro teatrale, il cui debutto è previsto ad ottobre sempre per il RomaEuropa Festival. Puoi raccontarci qualcosa di questa esperienza e magari darci qualche anticipazione sullo stato dell’arte attuale di questo progetto teatrale?

Imitationofdeath è un pesce che continua a desquamarsi. Chissà di che colore saranno le lische una volta tolta tutta la pelle. Forse dentro ci sarà nascosto un lupo bianco o una fenice infuocata. Attualmente Imitationofdeath è solo il suono di un titolo bisbigliato nelle orecchie. Forma un pizzicore sul collo come nel gioco del telefono. Staremo a vedere insieme, tanto io quanto voi.

GrimmlessSenza dubbio la vostra compagnia rappresenta uno dei fenomeni più acclamati e controversi della nuova generazione drammaturgica italiana, seguito da un numero sempre crescente di calorosissimi sostenitori, apprezzatissimo da una parte della critica ed osteggiato invece dai più tradizionalisti e conservatori per la vena pungente e trasgressiva, la violenza ed il crudo realismo di talune scelte registiche, il frequente ricorso alla nudità in scena. Come reagisci da un lato a queste critiche moralistiche e dall’altro all’affetto enorme con cui vi accolgono le platee italiane ed internazionali?

Guarda, principalmente mi piacerebbe fare un’inchiesta sulle scelte d’abbigliamento notturno delle persone: pigiama/maglietta e mutande/nature. È singolare che nel 2012 si riesca ancora ad aprire un dibattito sul nudo o sullo scandalo che possa creare la carne. O forse è interessante proprio questo. In un momento storico in cui non è sufficiente nemmeno lo sputtanamento plateale dell’etica politica per far insorgere una nazione, c’è ancora il tempo per i benpensanti. Forse questo ci dovrebbe far riflettere maggiormente sulla forza che possiedono i corpi, forma originaria del nostro comunicarci agli altri. Non è davvero possibile che lo si possa ammettere allo sguardo solamente quando dobbiamo lavarlo, strizzarlo, cerettarlo, pesarlo, depurarlo, curarlo o seppellirlo. Nel nudo, così come intendiamo porlo in scena, vige un’assenza assoluta di spettacolarizzazione erotica, al massimo lo mostriamo nella sua essenza pornografica ossia per così come si presenta allo sguardo, una mappa su cui è scolpita ogni tappa del vissuto. Non siamo un gruppo di fanatici in corsa, come in un video dei Blink182, a palle all’aria a via del Corso. Il teatro ha urgenza di tornare a rappresentare un luogo di incontro con la verità, di svelamento della mistificazione, proprio per ricongiungerci catarticamente col peso della nostra finitezza. E non credo che da parte nostra si faccia niente di più che scoprire il corpo dagli orpelli soffocanti del sociale e, appunto, svelarne la verità impacchettata in un girocollo di Prada.

Time to comeback - foto di A. PizzalisLa tua professionalità nella squadra di ricci/forte ormai è assodata. In questo periodo hai però anche dei progetti in cantiere distanti da questo modo di fare teatro?

Perseguo dei miei personali progetti artistici, alcuni dei quali ancora in fase embrionale, che non prevedono però, al momento, l’utilizzo del mezzo teatrale.

Recentemente hai recitato nel cortometraggio “Doris Ortiz” di Daniele Sartori, nel ruolo di un misterioso ed inquietante clown, accanto a Guido Laurjni, Paola Perfetti e al tuo compagno di avventura “riccifortiana” Giuseppe Sartori. La pellicola sarà presentata venerdì 13 aprile al RIFF (Rome Independent Film Festival). Puoi svelarci qualche dettaglio su questo progetto?

Diciamo che per la prima volta ci siamo potuti divertire a non essere ossessionati ma ad essere l’ossessione di qualcuno.

In passato ti sei anche cimentato nella regia teatrale, si tratta di un’esperienza che desidereresti ripetere?

Ma diciamo che appartiene ai tempi delle gare in girello. Diresti mai di aver fatto la regia di strega di mezzanotte? Ma, senza dubbio, è una meta che vorrei raggiungere e un’esperienza che, appena mi sentirò pronto, tenterò con i mezzi adeguati.

Parallelamente all’attività di attore, coltivi con altrettanto talento ed entusiasmo la passione per la fotografia. Quando è iniziato questo interesse? C’è qualche fotografo al cui stile ti senti vicino e a cui ti ispiri?

La passione per la fotografia, intesa genericamente come espressione artistica, c’è da sempre. La scelta di cimentarmi con il mezzo invece è recente. Ho comprato una reflex poco più di un anno fa e ho cominciato a scattare le prime foto proprio per promuovere l’anteprima di Grimmless. Quindi si può rintracciare un grande legame che unisce i miei scatti al teatro stesso. Forse è proprio dietro l’obbiettivo che ho cominciato a sperimentare i primi passi nella composizione registica di un’immagine. Poi, per quanto riguarda la fotografia, davvero il terreno da battere ha possibilità infinite quando ancora si è acerbi e ogni giorno è una fessura che si apre su una scoperta più grande. Roger Ballen, Hans Bellmer, la maggior parte dei lavori di Diane Arbus, per citarne alcuni, hanno colpito molto il mio linguaggio espressivo. Ma sono più attratto dall’arte figurativa che dai fotografi stessi. È una base più neutrale da cui partire senza il rischio di scimmiottare l’estetica di qualcun altro. La contaminazione è un cantiere sempre aperto e che deve necessariamente rimanere in ascolto.

ImitationOfDeath - foto di A. PizzalisIn particolare mi hanno colpito numerosi tuoi scatti di scena realizzati per alcuni spettacoli di ricci/forte. Secondo te quali sono le caratteristiche che deve possedere la fotografia teatrale per catturare realmente l’essenza di quello che accade sul palcoscenico?

Sinceramente non saprei dirlo. Non ho mai fotografato altre compagnie che non fosse la mia. Di certo la profonda conoscenza del nostro lavoro mi ha segnato, grazie alla posizione privilegiata che ricopro, le coordinate per puntare la macchina fotografica e mi ha permesso di far risaltare alcune sfumature che solo da dentro si possono conoscere. Sarebbe bello se tutti i fotografi di scena potessero avere l’opportunità di seguire, da più vicino e per più tempo, magari in fase laboratoriale, l’evoluzione di una poetica espressiva di una compagnia. Più si penetra l’idea che è alla base di un’opera d’arte, più l’obbiettivo ha la capacità di allentare le trame e far emergere le sfumature che si annidano tra le pieghe. È la bellezza di potersi concedere del tempo.

Al di là dell’aspetto professionale, ci piacerebbe farti conoscere meglio ai nostri lettori. Cosa ti piace fare nel tempo libero? Che musica ascolti? Da spettatore quale tipo di teatro prediligi?

Nel tempo libero, e non solo, tento di viaggiare il più possibile. Anzi non so più dirti nemmeno se sia viaggiare o spostarmi, ma di base non amo restare fermo in un luogo. Libri e film sono immancabili nei miei bagagli, zavorre che cercano di trattenermi. Amo pedalare in bicicletta e dedicarmi a piccole fissazioni personali come la calligrafia e il rigattieraggio, una naturale propensione a inseguire oggetti e attività che apparentemente non hanno valore e tendono ad essere dimenticate. La musica spazia eccessivamente, si accompagna ai giorni. Queste sono le tipiche domande che mi confondono. Te la metto così, in un orecchio sviolina Von Biber, nell’altro pompano gli Arcade Fire. Ho più difficoltà digestive a teatro invece. Però un alcaselzer sorseggiato in compagnia di Ostermeier potrebbe farmi venire fame.

Prima di salutarci vuoi aggiungere qualcosa oppure rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?

(sussurrato nell’orecchio) Imitationofdeath

 

I prossimi appuntamenti con l’ensemble ricci/forte:

17/04/2012 | SALERNO Cinema Teatro Augusteo - GRIMMLESS

19/04/2012 | LATINA Teatro Comunale - GRIMMLESS

21/04/2012 | CIVITAVECCHIA Teatro Comunale Traiano - GRIMMLESS

24/04/2012 al 25/04/2012 | ROMA Teatro Palladium - GRIMMLESS

27/04/2012 al 29/04/2012 | ROMA Teatro Palladium - MACADAMIA NUT BRITTLE

12/05/2012 | NOTO (SR) Teatro Vittorio Emanuele - MACADAMIA NUT BRITTLE

26/05/2012 | CHISINAU (MOLDAVIA) BITEI Festival - TROIA'S DISCOUNT

30/05/2012 | BRUXELLES Trouble Festival_Les Halles WUNDERKAMMER SOAP #2_FAUST

31/05/2012 | BRUXELLES Trouble Festival_Les Halles - WUNDERKAMMER SOAP #1_DIDONE

01/06/2012 | BRUXELLES Trouble Festival_Les Halles - WUNDERKAMMER SOAP #5_ERO/LEANDRO

14/06/2012 al 15/06/2012 | WIESBADEN New Plays From Europe 2012 Biennale - GRIMMLESS

20/06/2012 al 22/06/2012 | TORINO Festival Colline Torinesi - PINTER’S ANATOMY

26/06/2012 | RACCONIGI (CN) Festival La Fabbrica delle Idee - MACADAMIA NUT BRITTLE

24/10/2012 al 28/10/2012 | ROMA Romaeuropa Festival - IMITATIONOFDEATH

 

Intervista di: Andrea Cova

Grazie a: Andrea Pizzalis

Sul web: http://www.flickr.com/photos/apizzalis - http://anusolaire.tumblr.com

 

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