Alessia Giangiuliani e Caterina Silva: Closer, una storia di sentimenti e risentimenti

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 25 Novembre 2012 

CloserLa scena è spoglia, ma ci pensano i protagonisti a riempirla con l’intensità della loro recitazione. Closer è un testo teatrale di Patrick Marber tradotto in film nel 2004, con un buon successo. Ma il palcoscenico è tutta un’altra esperienza, sia per chi recita sia per chi osserva da spettatore. Soltanto la dimensione del palcoscenico permette di assorbire a pieno le inquietudini che vivono i quattro protagonisti. Due uomini e due donne in una Londra contemporanea, frenetica e superficiale: l’impossibilità di instaurare rapporti profondi costituisce il motore della vicenda. Diretti da Sandro Mabellini quattro attori di talento, e di sicuro avvenire: Alessia Giangiuliani (Anne, la fotografa), Caterina Silva (Alice, la spogliarellista), Ettore Distasio (Larry, il dermatologo), Umberto Petranca (Dan, il velleitario scrittore). Abbiamo chiesto ad Alessia e Caterina – due donne molto sensibili, oltre ad essere brave attrici - di raccontarci un po’ questa esperienza col testo di Marber. Ne abbiamo approfittato per scoprire inoltre quali oggetti misteriosi si nascondono dentro la ‘valigia’ di un’attrice.

 

 

 

 

“Closer” non è un testo facile. Hai scelto di interpretarlo più per gioco o per sfida?
ALESSIA. Ho scoperto prima il film. Proprio mentre guardavo il film mi sono resa conto che c’era dietro un testo teatrale molto forte. Senz’altro l’ho vissuta come una sfida, perché il testo non è sorretto da accorgimenti scenografici particolari, o da una colonna sonora. La scena è nuda, e sta alla forza di noi attori riempire la scena.
C’è qualcosa di tuo in Alice?
CATERINA. Credo fosse Jack Nicholson che diceva che in ogni attore c’è almeno il 75% di esperienza in comune col personaggio che sta interpretando. Quindi sicuramente sì, c’è qualcosa di mio in Alice.
Un attore quando è in scena mette a nudo la propria anima. In “Closer”, il tuo personaggio è una spogliarellista, perciò si mette a nudo anche in senso letterale. Ti ha creato qualche imbarazzo?
CATERINA. Quando fai questo mestiere da un po’ di anni impari a creare un filtro tra te e il tuo personaggio. Perciò, anche riguardo al mettere a nudo la propria anima, è un mettersi a nudo solo in parte, mai fino in fondo.
ALESSIA. Il mio personaggio è una fotografa. La macchina fotografica è un filtro tra Anne e il mondo. E non solo Anne, tutti i personaggi sono impossibilitati a raggiungersi: nonostante si urlino addosso, si bacino, però poi alla fine dello spettacolo hai la sensazione che non si siano mai conosciuti davvero.
Closer racconta storie molto forti dal punto di vista emotivo. C’è il ‘rischio’ che si crei una complicità sentimentale coi partner maschili anche fuori dalla scena?
CATERINA. Qualcosa succede in scena, e gli spettatori sono testimoni di ciò che sta accadendo. L’ importante è che attori e spettatori sappiano che quegli episodi appartengono solo alla finzione scenica.
ALESSIA. Io parlerei anche di ‘schizofrenia interiore’: bisogna essere bravi ad accendere e spegnere l’interruttore del personaggio.
Avete fatto una ‘radiografia’ del pubblico di “Closer”?
ALESSIA. Abbiamo notato una presenza massiccia di pubblico giovane. E di questi tempi, credo sia il dato più interessante da rilevare. Abbiamo avuto successo forse anche perché era da un po’ che Closer non appariva in Italia con una produzione importante, come il Litta.
Prima di entrare in scena, quei cinque minuti prima di salire sul palco, cosa provi?
ALESSIA. Dipende dalle sere. A me è successo di avere degli archi di tensione emotiva molto diversi ogni sera. Un giorno sono furibonda, e allora Anne entra in scena comunicando un sentimento d’ira. Un altro giorno sono felicissima, leggera, e allora Anne si presenta al pubblico più gioviale. Ogni sera comunichi al pubblico un’esperienza vibrante.
Quando hai scelto di diventare attrice?
CATERINA. Per quanto mi riguarda mi sembra sia capitato tutto un po’ per caso. A un certo momento nella mia vita è entrata la compagnia teatrale dei Motus, ed è come se mi avessero preso per mano e detto: ‘Ok, questa è la tua strada’. In realtà, tornando indietro all’infanzia, i miei genitori hanno ritrovato delle cassettine audio dove facevo le imitazioni. Quindi una vocazione latente c’era.
ALESSIA. Per me invece è stata una scelta precisa e motivata verso i 14-15 anni. I miei genitori non fecero niente per bloccarmi, ma poteva capitare ad esempio che comunicando ai professori del liceo il mio desiderio, rispondessero: “Un cervello sprecato”.
Da ragazzina quale attrice ti ispirava di più?
CATERINA. Rimasi molto colpita da Gena Rowlands, protagonista dei film di Cassavetes. Era un modello a cui guardavo con ammirazione.
Progetti per l’immediato futuro?
ALESSIA. Sto scoprendo la dimensione del cinema, che per il momento non avevo battuto tanto (giusto qualche cortometraggio). A breve mi vedrete in una piccola parte in Itaker, un lungometraggio diretto da Tony Trupia. Tra i protagonisti anche un mostro sacro come Michele Placido. Un personaggio, quello che interpreto, molto diverso da Anne. Ma la sfida è tutta lì, nell’immedesimazione in personaggi diversi.
“Closer” è un testo per adulti. Hai mai avuto a che fare nella tua carriera con testi rivolti ai bambini?
CATERINA. I bambini sono sicuramente il pubblico più spietato. Mi è già capitato di lavorare coi bambini e non è facile, perché se non credono a quello che stai facendo te lo dimostrano subito, diventa un confronto difficilissimo. Sono dei veri attori che giocano sempre.
Hai girato l’Italia con gli spettacoli. Ci sono zone geografiche in cui il pubblico si mostra più caloroso?
ALESSIA. Può sembrare strano ma anche al Sud capita di trovare un pubblico freddo e poco ricettivo. Ho lavorato con un trascinatore di folle come Peppe Barra, ed è capitato che nemmeno lui riuscisse a rompere il ghiaccio in alcuni paesi.
C’è un personaggio che manca nel tuo curriculum, e che ti piacerebbe fare?
ALESSIA. Ho una formazione nei testi classici, ma mi manca Cassandra. Un personaggio molto interessante: era ritenuta una folle ma vedeva più lontano degli altri. Era considerata pericolosa, ma era il pericolo insito nella verità.
Ti arrivano in una stessa mattina le telefonate di Mariangela Melato, Monica Guerritore e Anna Proclemer. Ciascuna di loro ti propone una collaborazione. A chi delle tre diresti di sì?
CATERINA. Tra le tre sceglierei la Melato. Si è occupata di tutto, saltella con disinvoltura dal tragico al comico. Una donna da cui c’è moltissimo da imparare.
E se chiamassero Gabriele Lavia, Albertazzi e Glauco Mauri?
ALESSIA. Sceglierei Albertazzi. Ammiro moltissimo la sua capacità di essere moderno nonostante le primavere che avanzano.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Grazie a: Matteo Torterolo, Ufficio stampa Teatro Litta
Sul web: www.teatrolitta.it

 

 

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