Alessandro Pazzi: l'amore per Dostoevskij e l'importanza del teatro classico

Scritto da  Sabato, 20 Ottobre 2012 
Alessandro Pazzi

Alessandro Pazzi si diploma attore alla Paolo Grassi di Milano e lavora in teatro con nomi di grande prestigio: Elio de Capitani, Ferdinando Bruni, Gabriele Lavia, Ottavia Piccolo e tanti altri. Dal 2006 fonda Ossigeno Teatro, Associazione culturale per la quale scrive e dirige spettacoli che debuttano al Teatro Stabile di Brescia, Teatro i, Teatro della Cooperativa, Teatro Verga, Teatro Oscar, Teatro San Babila di Milano. Partecipa a numerosi Festival, si occupa di laboratori di teatro per bambini nelle scuole, insegna recitazione agli adulti ma soprattutto porta avanti il suo grande amore per i classici. L’abbiamo incontrato in occasione della prima de “Il Grande Inquisitore” a Milano.

 

Oggi che siamo nell’epoca 2.0, dove tutto è tecnologico e dove ad avere la meglio sono i social network, c’è ancora spazio per Dostoevskij a teatro? Come mai questa scelta impegnativa?
Le parole non potranno mai morire, e soprattutto oggi c’è bisogno più che mai di sentire la parola recitata che ha un peso doppio e doppio valore. La scelta di Dostoevskij nasce dal mio amore per i classici e la mia voglia di farli conoscere al pubblico.
Chi è oggi il Grande Inquisitore?
Il potere in generale, sia religioso sia politico, chi vuole addormentare la massa, donare una finta certezza, omologare tutti, uccidendo la verità e la libertà.
Nelle pagine di Dostoevskij che hai riproposto a teatro riappare la figura di Gesù e il tema religioso. Qual è il tuo rapporto con la fede?
Ho un rapporto tormentato con la fede, nel senso che per me la fede è anche dubbio, credo ci sia un Dio che ci ha creato e che si aspetta grandi cose da noi. Non amo etichette, dogmi, non sono un baciapile, ho un rapporto dialettico e diretto con questo Dio che credo mi ami in quanto sua creatura.
Interessante, nella tua regia, la presenza di una chitarra classica tra le mani di Gesù, con cui intervallava alcuni momenti di silenzio tra un discorso e l’altro di un Grande Inquisitore così deciso. Come se non si volesse lasciare nessun momento di quiete allo spettatore per riflettere sulle parole e sulla messinscena. È così? Che messaggio dovrebbe lasciare questo spettacolo a teatro, soprattutto a chi si avvicina a questo tipo di letteratura e drammaturgia per la prima volta?
La musica è espressione dell’anima, del cuore, arriva dritta all’emozione e mi sembrava l’unica forma possibile di risposta di Gesù al logos dell’inquisitore. E il linguaggio della musica è universale come universale è il Cristo. Il messaggio che cerco di lanciare al pubblico e specialmente alle nuove generazioni è di tornare a rispolverare i classici perché dentro quelle parole c’è  il frutto del pensiero umano.
Parliamo di te. Tra le tue collaborazioni spuntano nomi di grande prestigio: Elio De Capitani, Gabriele Lavia, Ottavia Piccolo e molti altri. Chi tra questi ti ha lasciato il miglior insegnamento e qual è stato?
Gabriele Lavia mi ha insegnato la tecnica teatrale, basta vederlo in azione e ogni attore può imparare mille trucchi. Perché il teatro è anche tecnica. La Piccolo mi ha insegnato la leggerezza, la verità nel dire le cose, la passione per questo lavoro.
Cosa consigli di andare a vedere a teatro? Vedi mai un musical o qualcosa di più leggero?
Vado spesso a teatro e vedo di tutto. Anche il teatro leggero, che non considero di serie b, ma noto che in Italia c’è un divario enorme: o esiste l’estrema ricerca incomprensibile o la totale evasione in stile tv! In Inghilterra, invece, c’è il teatro leggero, il musical fatto bene e il teatro comico considerato allo stesso livello di quello drammatico.
‘Il teatro è morto’, si sente dire troppo spesso. Sei d’accordo?
Per parafrasare Woody Allen, il teatro non è morto ma non sta tanto bene, bisogna che gli attori non salgano sul palco per realizzare se stessi ma per dare emozioni al pubblico, avvicinare i giovani al teatro. Paolo Marchiori, il ragazzo che nel mio spettacolo interpreta Gesù, e che sta preparando con me un altro spettacolo che debutterà a novembre a Monza, ha soli 23 anni, fame di teatro, cultura, e come lui tanti altri giovani.

 

Intervista di: Andrea Dispenza
Grazie a: Giulia Colombo, Ufficio stampa per PACTA.dei Teatri
Sul web:
www.pacta.org

 

TOP