Alessandra Pizzi: Penelope, un classico dei giorni nostri; intervista ad un drammaturgo alla prima prova

Scritto da  Ilaria Guidantoni Sabato, 23 Giugno 2012 
Alessandra Pizzi

Rileggere un mito per leggere attraverso un archetipo la nostra società prendendo la giusta distanza e soprattutto rileggere se stessa come donna. Sembra questa l’intenzione e la sfida di Alessandra Pizzi alla sua prima prova. E giustamente per descrivere nell’intimo una donna non si può prescindere dal maschile con il quale l’autrice sceglie di misurarsi sulla scena. Non resta che da vedere lo spettacolo il cui debutto è previsto a Lecce nel mese di luglio per conoscere una Penelope dei giorni nostri, combattuta nell’amore che la drammaturga ci presenta come un ‘lusso’, coestensivo del dolore del per-dono. Non sarà l’inganno del subire che si annida in questa interpretazione?

 

 

Come nasce l'idea?

Da una passione per il mito e per le figure femminili della storia. E da una valutazione socio critica sulla persistenza di taluni archetipi. Penelope è consegnata alla storia come simbolo della pazienza e della devozione, caratteristiche, entrambe, apparentemente “poco adattabili” ai modelli femminili contemporanei, eppure persistenti. Alla base dell’idea c’è il desiderio di rileggere la storia, di provare a capire se quell’aspetto della femminilità incarnato da Penelope è figlio di una costruzione sociale prevalentemente maschilista, quindi il mito è destinato a scomparire nel tempo, o se è intrinseco nella natura e quindi adattabile al tempo.

Perché recuperare proprio la figura di Penelope in una veste che, se ho ben capito, è riletta in una chiave insolita?

Perché tra tutte le donne mitologiche, è straordinariamente “contemporanea”. E soprattutto perché credo che la letteratura non le abbia reso il giusto onore, nonostante le apparenze. Penelope è stata consegnata alla storia come simbolo della devozione coniugale e della pazienza, ma la letteratura classica non si è mai spinta oltre, a considerare che Penelope è soprattutto una donna e che come tale è portatrice di amore e di dolore. La sua voce non è pervenuta, soffocata dal mito. Una situazione che penso si possa ricondurre al momento attuale e alla difficile situazione che le donne vivono. Il proliferare di violenze fisiche e psicologiche ai danni delle donne necessita una riflessione sulla condizione in cui spesso vivono. E’ come se la società contemporanea avesse diviso l’universo femminile in due emisferi: da una parte le donne in carriera, emancipate, dall’altra le succubi, senza considerare che la linea di confine è molto labile e che spesso le donne restano sole incapaci di trasmettere il loro dolore, quale che sia il loro status sociale. Quindi recuperare Penelope significa dare il diritto di replica (a lei e all’universo femminile), sentire un po’ come va la storia dal cuore di una donna che per vent’anni spera e aspetta, capace di trasformare l’attesa da “statica” in “dinamica”, ovvero alla scoperta della propria femminilità.

Qual è la tua fonte di ispirazione?

Una letteratura fiorente, frutto del lavoro di alcune scrittrici nord europee e americane come Margaret Atwood che, ne’ “Il canto di Penelope”, avvia la scomposizione e la ricostruzione del mito. E lo straordinario (per l’intuizione) libro di Luigi Malerba “Itaca per sempre”, in cui l’autore, inizia la narrazione dal rientro ad Itaca di Ulisse e dalla volontà di rivincita di Penelope che finge di non riconoscere quel mendicante giunto nella sua reggia, per poi finire per dichiarare, non senza  ironia, la sua debolezza e la  sua ‘colpa’ di essere perdutamente innamorata di un cialtrone. Ma sembra che anche il libro di Malerba, nasca da un’idea di una donna: sua moglie.

Quali le caratteristiche fondamentali del personaggio che tu hai inteso mettere in risalto e con le quali lavorerai con il regista che affiancherai?

La Penelope a cui ho pensato è una donna attuale. Nevrotica, paranoica e con tutte le contraddizioni delle donne attuali. Combattuta tra due desideri: l’affermazione di sé e il desiderio di amare ed essere amati. Ignara del fatto che entrambi possano straordinariamente convivere. Penelope è quindi una donna ‘eterna’ che, in preda ad una crisi di nervi decide di mollare tutto e di andare. Dove? Lontano dai luoghi della quotidianità. Lontano da se stessa. In lei convivono le mille dee che vivono in ogni donna e lei non sa riconoscerle, figuriamoci accettarle. Le sue caratteristiche principali sono stereotipate in due aspetti che paiono dualistici ma in realtà sono solo complementari: da una parte la sua indole remissiva e soggiacente, rappresentata in scena da una cantante musicista saxofonista, dall’altra la sua femminilità e il rapporto con la sessualità, incarnata da una ballerina di burlesque. Sono le sfaccettature di un caleidoscopio di emozioni e sensazioni che convivono in ogni donna e che solo alla fine dello spettacolo saranno tutte sullo stesso piano.

Qual è il tuo messaggio centrale?

Che amare è un lusso. Significa avere talmente tanto che si è disposti a donarlo. La crisi del genere umano sta nel non accettare i propri limiti, le proprie contraddizioni, le proprie debolezze. Penelope compie in vent’anni quello stesso viaggio che compie Ulisse. Solo che lei, da donna, non ha bisogno di guerre e conquiste geografiche, ma di un tempo necessario a far sì che il suo cuore, costretto ad essere di pietra, per superare il dolore, accetti di battere e che la consapevolezza di sè riemerga, ribadendole che è lei la regina di un regno in cui può scegliere di riammettere il suo amore. Ogni donna dovrebbe avere il tempo per realizzare il proprio viaggio, la cui meta è la consapevolezza che ‘perdonare’ è la premessa ineluttabile ‘per donare’.

Domanda banale quanto inevitabile tentazione per un giornalista, chiederti quale rapporto abbia con te e con il tuo vissuto?

Quella che scriviamo è quasi sempre la nostra storia. Credo che in ogni lavoro di scrittura ci sia una parte autobiografica. Ma la storia raccontata nello spettacolo va oltre il mio vissuto e diventa il vissuto condiviso di tante donne, che alla soglia dei quarant’anni fanno i conti con la loro vita di professioniste risolte (quasi), mogli o compagne felici (sempre più di rado), madri (con molte eccezioni). Il testo è frutto di anni di esperienza da ‘ascoltatrice’ di amiche esauste che sembrano procedere per luoghi comuni: tutte alla ricerca di sé, tutte alla ricerca dell’amore.

Come si è definita l'idea dello spettacolo? Quindi la scelta del regista?

Volevo che lo spettacolo avesse una grande commistione tra verso e gesti e che utilizzasse più generi per arrivare dritto al pubblico. La musica è un supporto fondamentale. Lo spettacolo usa una colonna sonora che, spaziando da “Bye Bye Baby” di Marylin Monroe a “Non gioco più” di Mina, attinge all’immaginario della nostra vita. Ha una ambientazione spazio-temporale di un giorno, quello necessario alla protagonista (che per tutto lo spettacolo è innominata, saranno solo degli evidenti richiami a definire il personaggio di Penelope) per fare le valigie e andare via. Era importante definire la misura del tempo (che può essere una variabile soggettiva) e dello spazio. Penelope è chiusa in un guardaroba, intenta a fare i bagagli. Nel ritmo concitato di un monologo, si muove in un marasma di vestiti, scarpe, borse, ed accessori. Sono tutti ‘i panni’ che ha indossato e che forse ora non le stanno più. E deve scegliere cosa lasciare e cosa portare con sè nel grande bagaglio della vita. Non ho scelto il regista, ma piuttosto ho suggellato un percorso professionale e di amicizia iniziato molti anni fa, e fatto di ore e ore di conversazioni sugli argomenti che poi sono affrontati nello spettacolo. E poi era importante affidare la regia ad un uomo, per sfidare il luogo comune dell’incomprensione tra uomo e donna su taluni argomenti e per raccontare una storia di donne, ma anche di uomini. Lo spettacolo, infatti, è anche per loro. L’ho scritto con la consapevolezza che da una storia incompleta non esce nessuno se non si decide di uscire insieme.

 

Alessandra Pizzi, nasce a Roma nel 1973. Sociologa della Comunicazione, è una operatrice culturale. Svolge attività di consulenza per alcuni enti pubblici e territoriali (in Italia e all’Estero), sviluppando attività di festival, rassegne ed eventi. E’ direttore artistico del Festival della letteratura “Ergo sum”, promosso dalla Regione Puglia. E’ giornalista free lance, ha collaborato con periodici e quotidiani (“Ulisse”, “Nuovo Quotidiano di Puglia”), occupandosi prevalentemente di teatro e di costume. Nel 2002 fonda l’associazione culturale TITANIA (di cui è Presidente), impegnandosi nell’attività di promozione culturale e di marketing del territorio.

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni

Grazie a: Alessandra Pizzi

 

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