Aldo Cassano: intervista al direttore artistico della Compagnia Anima nera

Scritto da  Francesco Mattana Giovedì, 30 Maggio 2013 

Sorpresa. Per scuotere le coscienze anestetizzate non è necessario spararsi un colpo alla testa a Notre-Dame, e neppure decapitare un soldato in mezzo alla strada a Londra, in nome di una presunta fede. C’è chi, come la compagnia Anima nera, ha capito che la vera rivoluzione - indolore, carica solo di risvolti positivi - avviene tra le tavole del palcoscenico. La proposta di spettacoli spiazzanti, che mettono in forse le certezze consolidate, è la miglior ricetta contro il degrado morale e estetico di cui tutti siamo testimoni oculari nella quotidianità. Abbiamo incontrato Aldo Cassano, direttore artistico della Compagnia, nonché regista di tutte le produzioni e protagonista in alcune di esse. Intimacy, l’ultimo lavoro portato in scena, è l’ennesima riconferma di un progetto votato realmente - e non solo per finta, come molti altri soggetti teatrali - allo sfondamento della parete divisoria tra spettatori e attori. Fino al parossismo. Intimacy è allo stesso tempo l’esaltazione più spinta e la critica più aspra al voyeurismo del telespettatore moderno. Gli spettatori vengono invitati in una sala adiacente al palco: dentro una casa-cubo quattro attori (William Lecis, Christian Russo, Giovanni Rho, Federico Tinelli) e quattro attrici (Natascia Curci, Lucia Lapolla, Lorenza Pambianco, Xena Zupanic) mettono in scena il quotidiano flusso di coscienza di persone normali. Storie di tutti i giorni a cui lo spettatore assiste attraverso il buco della serratura. Non metaforico: una serie di fori attorno alla casa-bolla consente al pubblico di sbirciare le vite degli altri. Per chi non capisce l’esperimento, è una presa in giro. Per chi, viceversa, conosce e apprezza il percorso di Anima nera, è un interessante tassello in più da aggiungere al controverso, mai convenzionale percorso della Compagnia.

 

 

 

Qual è il filo rosso che unisce tutte le vostre produzioni?
Indagare il limite tra attore e spettatore, studiare il livello di intimità tra di essi.
Come riuscite a disincantare un pubblico già abbastanza disincantato?
Non è facile, effettivamente il pubblico ne ha già viste tante. Noi pensiamo che per spiazzare non basti il semplice guardare lo spettacolo, bisogna fare in modo che il guardare scateni in loro identificazione, repulsione o desiderio.
"Anima nera" è un progetto artistico innovativo. Quali sono i numi tutelari che vi hanno ispirato?
Parlo per me, ma credo di incontrare il consenso di tutta la compagnia citando il coreografo e ballerino Lindsay Kemp, la Raffaello Sanzio, Fura dels Baus, Dario Manfredini. Personalmente ho un passato di studi di sociologia, che certamente hanno influenzato il mio modo di vedere, ma anche i viaggi sono un’esperienza di accrescimento. Poi come compagnia spaziamo, non aderiamo a un unico stile: passiamo dalla drammaturgia classica alla performance più spinta all’installazione. La nostra costante è la cura dell’immagine, del montaggio delle scene
Di fronte a spettacoli disturbanti, nel senso più nobile e alto del termine, è capitato di incontrare reazioni spaesate degli spettatori?
Altro che spaesate, ci sono state pure reazioni di rigetto. Ad esempio in Orfunny, dove si tratta il tema dell’anoressia, alcuni spettatori hanno avuto proprio il voltastomaco, in senso letterale. Evidentemente abbiamo toccato delle corde particolari, e non era certo nostra intenzione arrivare a questi estremi. Però quello che succede succede, non sta a noi valutare in anticipo le conseguenze. Oppure il caso di Try Creampie: invitando lo spettatore a salire sul palco, e a condividere il letto con l’attore, alcuni di loro hanno avuto una reazione abbastanza forte, si rifiutavano di essere toccati.
Ma cosa cercano allora questi spettatori? Possibile che non sappiano in anticipo quello che li aspetta?
Alcuni effettivamente non sanno cosa li attende; altri invece lo sanno, si sfidano ma poi rifiutano di partecipare al gioco. Anche nell’ultimo spettacolo portato in scena, Intimacy, dove pure non c’è un contatto diretto tra attore e spettatore, alcuni di loro dopo i primi minuti hanno chiesto di uscire. Del resto, il nostro metodo di lavoro è chiaro: non vorremmo mai fare cose per tutti. Se fosse altrimenti, sarebbe un tradimento della nostra ‘missione’.
Questo per quanto riguarda gli spettatori. E gli attori, invece, hanno sempre retto lo stress emotivo di testi così conturbanti?
Lo stress emotivo è cosa di tutti i giorni, siamo sempre sull’orlo di una crisi di nervi, ahahah. L’attore poi, per definizione, porta sempre in sé un suo vissuto molto alterato, quindi le reazioni durante le prove sono sempre molteplici e varie. Comunque nessuno ha mai abbandonato la nostra nave, anche perché c’è sempre un rapporto condiviso con l’attore, come regista non pronuncio mai l’imperativo ‘fai questo’.
La giunta Pisapia che rapporto ha con le compagnie sperimentali?
Pisapia personalmente non so se sia un fruitore del teatro di ricerca, ma abbiamo la certezza che la giunta comunale è molto attenta a chi fa il nostro lavoro. Proprio quest’anno l’assessorato alla Cultura ha deciso di convenzionare delle compagnie storiche del territorio milanese, Anima nera è una delle compagnie convenzionate in un percorso quadriennale di sostegno. Questa è una grossa novità rispetto alle giunte precedenti.
La rivolta a Palazzo Marino contro lo sgombero del centro sociale Zam. Possiamo dire, al di là delle riflessioni politiche che ciascuno è libero di fare, che è stato un frammento di teatro situazionista?
Credo proprio di sì. Penso che Guy Debord, ideologo e fondatore del Situazionismo, avrebbe approvato.
Milano, la città di Milano, che personaggio teatrale è?
È un personaggio un po’ snob: apparentemente un caleidoscopio, ma in realtà si rivolge soprattutto a una fascia un po’ elitaria, molto autoreferenziale. Nel nostro piccolo, come compagnia, proviamo a scardinare questo meccanismo. Personalmente vorrei che il teatro a Milano fosse più Dario Fo e Manfredini, meno tromboni capaci di guardarsi solo l'ombelico.
Curate anche dei laboratori. Con quale approccio si avvicinano i vostri allievi?
Devo dire che negli anni c’è stato un cambiamento in peggio nel modo di percepire e recepire l’insegnamento. La recitazione è diventata un po’ come una materia qualsiasi, non coinvolge al 100%. È raro l’abbandono degli allievi all’arte, troppa razionalità gli impedisce di vivere a pieno l’esperienza.

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

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