Alberto Oliva: L’odore del legno e la fatica dei passi. Resto in Italia e faccio teatro

Scritto da  Venerdì, 17 Gennaio 2014 

Essere giovane nell’Italia del 2014 non è facile. Essere un giovane che non si rassegna all’alibi della crisi è ancora più difficile. Essere un giovane che ha la passione per il teatro e vuole farne la propria professione sembra impossibile. “L’odore del legno e la fatica dei passi. Resto in Italia e faccio teatro” di Alberto Oliva, giovane regista teatrale, parla di tutto questo, del nostro Paese, di un periodo storico, di una generazione e di cosa vuol dire fare teatro oggi in Italia. Il filo conduttore è - chiaramente - l’esperienza personale di Alberto, fatta di una passione totalizzante che, partendo dai primi buffi episodi d’ispirazione infantile e passando attraverso gli anni di studio, prima all’Università Statale di Milano e poi alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, per unire preparazione teorica e formazione pratica, arriva alle prime assistenze alla regia e alla messa in scena dei suoi spettacoli. Pagina dopo pagina, attraverso piacevoli aneddoti, cogliamo le dinamiche del mondo teatrale, ricche di imprevisti da superare e rapporti umani da gestire, tra attimi di pulsione creativa e momenti di forte tensione, e siamo stimolati a riflettere sulla vita e sull’arte, sulla loro fisionomia, sul loro stato attuale e sul loro rapporto. Il percorso di Alberto è, come quello di tanti altri giovani, fatto di sacrifici, sfide, scelte, compromessi, amarezze, gioie, soddisfazioni e delusioni. Ma lo sguardo è quello di chi non si rassegna, di chi crede ancora negli altri, nel positivo scambio tra generazioni, nel confronto con i coetanei e nella possibilità di cambiare le cose.

 

 

 

Com’è nata la passione per Dostoevskij e come l’autore russo entra nel mondo d’oggi e, in particolare, nel teatro?
È nata per caso, come tantissime cose belle, o all’improvviso, come piacerebbe dire a Dostoevskij. Era il 2010 e un attore mi chiamò - aveva trovato il mio contatto su internet - per propormi di partecipare a un concorso su Notti bianche. All’inizio quel romanzo nemmeno mi piacque, ma appena cominciai ad andare in profondità me ne innamorai perdutamente. E da lì in poi ogni lettura dostoevskijana è per me un salto nel sublime, che toglie il fiato. La sua capacità di scandagliare l’animo umano, comprendendone - senza mai giudicarle - tutte le pulsioni con un’empatia incredibile, lo rendono sempre attuale e capace di interpretare i conflitti e le relazioni di tutte le epoche, in particolare la nostra, popolata da tante voci e da un forte relativismo etico. Sono felice di non essere ancora riuscito a leggerlo tutto, mi manca ancora molto di Dostoevskij, che bello, quanta ricchezza ancora da attingere!

 

Tu e Mino Manni lavorate ormai insieme da qualche tempo - compagnia I Demoni - e la collaborazione, come scrivi, si regge su un’intesa artistica molto forte. Perché funziona? Quali sono gli apporti artistici e umani dell’uno e dell’altro?
Chi lo sa! È un’alchimia giusta, solida, direi complementare. Ci troviamo d’accordo sulla visione dell’arte, del teatro, sul senso di farlo oggi e ci completiamo nelle esperienze, lunghe e importanti le sue, fresche di un entusiasmo giovanile le mie. E poi non ci pestiamo i piedi, lui fa l’attore e io faccio il regista, mentre insieme pensiamo, ci confrontiamo e scegliamo le strade da battere. Sette spettacoli in tre anni hanno creato poi anche un’intesa e un affiatamento fortissimi.

 

A un certo punto del libro accenni alla straordinarietà di un personaggio che mi ha molto incuriosito, Philippe Petit. Perché ne parli?
Philippe Petit secondo me è il più grande eroe del Novecento, un uomo straordinario che la mattina del 9 agosto 1974 ha camminato su un filo sospeso tra le Torri Gemelle a Ground Zero. Ve ne rendete conto? Quarant’anni dopo le torri sono cadute e lui è ancora in piedi, che tira cavi d’acciaio tra edifici lontani e ci cammina in mezzo, toccando le nuvole. Meraviglioso. La vittoria dell’uomo sul mondo, l’affermazione della bellezza e dell’arte pura. Umanità all’ennesima potenza. Ma c’è ancora di più: se quella notte insieme a Philippe non si fossero introdotti clandestinamente nelle torri gemelle anche i suoi tre amici, lui non avrebbe potuto fare nulla e, soprattutto, non ci sarebbero le foto! Da soli non si va da nessuna parte, evviva quegli amici che hanno reso possibile un’impresa così bella. E grazie a Serena Sinigaglia che mi ha fatto conoscere Philippe Petit, che vi consiglio col cuore: “Toccare le nuvole” è il titolo del suo libro.

 

Tu scrivi che per passione, in alcune occasioni, si può anche lavorare gratuitamente, per condividere un progetto in cui si crede o per imparare. Non pensi però che questa prospettiva abbia portato a una svalutazione dei lavori “per passione” e che sia spesso solo un pretesto per non riconoscere un compenso a chi comunque si impegna e mette a disposizione le proprie competenze? Non crea una logica sbagliata attorno a una certa tipologia di lavori che finiscono per non essere nemmeno considerati tali? E non è un modo di pensare elitario, che privilegia chi ha le spalle coperte?
Non dico che sia giusto, dico che è così oggi. Ed è effettivamente un po’ elitario, infatti sono stato molto fortunato a potermi permettere lunghi periodi senza guadagnare. Io credo che sia una cosa deplorevole e da contrastare, ma dico anche che fare esperienza per un giovane è più importante che mettere soldi da parte. L’esperienza, l’accumulare bellezza e bei ricordi sono una forma di ricchezza. Ovviamente il denaro serve per vivere e il compenso deve essere riconosciuto. Ma infatti sostengo che debba stare alla sensibilità di chi deve accettare il lavoro non accettare situazioni in cui il proprio entusiasmo è sfruttato e preso a pretesto per non essere pagato da chi, al contrario, potrebbe pagare. Essere nelle condizioni di poter pagare è un obiettivo che ogni imprenditore artistico deve perseguire. Ma rinunciare a fare se non si hanno i soldi è un peccato mortale. L’equilibrio si fonda solo ed esclusivamente sulla buona fede. Bisogna stare attenti, ma anche lasciarsi entusiasmare.

 

Capita di vedere spettacoli che o tendono a una dimensione autoreferenziale o alla volontà di assecondare senza pretese il gusto del pubblico. Leggendo il tuo libro si evince che per te è fondamentale il rapporto con il pubblico e lo tieni sempre presente, ma che al contempo non temi di prendere decisioni che vanno oltre la ricerca immediata del consenso e seguono la volontà di comunicare secondo una visione artistica definita. Verso la fine, inoltre, dici che resti in Italia anche perché è qui che oggi c’è necessità di fare cultura, più che in altri paesi dov’è maggiormente garantita dallo Stato. A partire da queste riflessioni ti chiedo: qual è per te le funzione del teatro oggi in Italia? E cosa vuoi trasmettere con i tuoi spettacoli?
Il rapporto con il pubblico non significa assecondarne i gusti basici e cercare il consenso immediato. Tutte le volte che mi sono innamorato, la prima impressione è stata pessima. La mia attuale fidanzata ci ha messo sei mesi a convincermi e ora siamo insieme da cinque anni e sono felice. Sono felice perché mi ha conquistato alla distanza, con la profondità del rapporto, con la durata e la tenacia. Ecco, penso questo anche per il teatro. Detesto i casi che fanno moda subito, quelli che esplodono, piacciono tantissimo e poi si sgonfiano e non superano il secondo spettacolo. La funzione del teatro oggi è quella che ha sempre avuto: aggregazione intelligente, solidarietà fra esseri umani, riflessione sulla vita e sull’esistere. Vorrei trasmettere bellezza e piacere per la ricerca della bellezza, in tutte le cose.

 

In Italia la storia del teatro non viene insegnata a scuola, si parla dei testi teatrali solo inserendoli nell’ambito della letteratura e l’andare a teatro è una dimensione extrascolastica, opzionale e non sempre proposta. Credi che questo influisca sulla difficoltà che ha il teatro a inserirsi nella dimensione culturale quotidiana della nostra società? E, al di là di questo, credi che possa essere importante a livello formativo studiare storia del teatro come si fa, per esempio, per la storia dell’arte?
Speriamo che non si studi mai il teatro come si studia la storia dell’arte, perché la si studia in modo pessimo! Un’ora alla settimana, in ordine cronologico dagli Egizi a Picasso, senza guizzi, senza interpretarla, senza trattarla come una materia creativa, elastica, allergica alle definizioni precise e definitive. Io ho avuto almeno la fortuna di avere un professore appassionato che si lamentava tutte le settimane di quanto poco tempo aveva a disposizione e mi ha trasmesso la voglia di approfondire da solo la materia. Detto questo, è semplicemente irritante che la musica e il teatro non siano nei programmi delle scuole superiori. Credo accada solo da noi e questo produce le aberrazioni culturali di cui l’Italia, culla del melodramma e patria dei più bei teatri del mondo, è vittima incapace di difendersi. Il teatro non è il testo teatrale, ma una disciplina composita in cui confluiscono tutte le arti visive, la musica, il movimento, la luce, lo spazio. Una meraviglia di cui gli adolescenti sono privati. Si tenta solo, con risultati talvolta eccellenti sulla crescita psicologica e umana dei ragazzi, di realizzare laboratori di recitazione, ma solo al pomeriggio fuori dai programmi e solo per pochi volontari, spesso boicottati dai professori, che si vedono rubato il tempo da dedicare allo “studio”, ovvero l’apprendimento idiota di nozioni perlopiù inutili e impossibili da ricordare per più di qualche giorno, come il passato remoto del verbo cuocere, la data della battaglia di Anghiari o le coordinate del moto di rivoluzione dei satelliti intorno a Giove.

 

A un certo punto del libro confronti la nostra generazione di trentenni con quella dei giovani partigiani del ’43, riferendoti al tuo spettacolo In non celeste sonno, ispirato a Uomini e no di Elio Vittorini. Le dinamiche umane che ci riguardano – scrivi – sono le stesse, fatte di sogni, illusioni, relazioni di coppia, rapporti di gruppo, speranze e delusioni. Tuttavia loro sembrano aver avuto una marcia in più. Cosa manca a noi giovani d’oggi? Come in concreto, secondo te, potremmo iniziare a cambiare le cose?
A noi manca l’urgenza. Siamo cresciuti nella bambagia, pieni di cose, con la possibilità di comunicare a velocità supersonica in una società bulimica all’apice del suo sviluppo. Ora siamo nella decadenza, ma decadiamo come un materasso che si sgonfia a poco a poco, morbidamente, ed è difficilissimo ribellarsi a un così piacevole annegamento. I ragazzi del ‘43 avevano le bombe e la distruzione intorno, ribellarsi era necessario per sopravvivere. Questo è quello che ci manca, mentre quello che abbiamo e non dovremmo avere sono la diffidenza verso tutto e tutti, l’esterofilia ossessivo-compulsiva, l’accidia denigratoria contro il nostro Paese, l’arroganza contro i Padri esasperata dal loro sostanziale fallimento, che ci impedisce però di capire quanto di buono potremmo imparare da loro e su quali tradizioni fondare la nostra rinascita in modo da non brancolare nel buio. In concreto potremmo cominciare a superare queste nostre barriere: prenderemo qualche cantonata in più, ma impareremo finalmente a volare.

  

 

L’odore del legno e la fatica dei passi. Resto in Italia e faccio teatro
di Alberto Oliva
Atì Editore
Introduzione di Giorgio Galli

 

 

Intervista di: Serena Lietti
Sito di Alberto Oliva: http://www.albertooliva.it

 

 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP